José Mourinho non vince un titolo di primo livello – un campionato nazionale o una Champions League – dal 2015, ovvero da quando lui e il Chelsea salirono sul trono della Premier League. L’ultimo trofeo in senso assoluto risale al 2022, e parliamo ovviamente della Conference League sollevata al cielo di Tirana insieme ai giocatori della Roma, mentre per trovare la sua ultima qualificazione diretta in Champions bisogna arrivare alla stagione 2017/18, quando Mou riuscì ad arrampicarsi fino al secondo posto in classifica mentre sedeva sulla panchina del Manchester United.
Ora, per carità: non c’è niente di anomalo in questo chiaro ed evidente declino, nessuno può vincere sempre e per sempre. Il punto, però, è che l’intera impalcatura retorica che José Mourinho ha costruito intorno alla propria figura – e che da adesso in poi, per comodità, chiameremo mourinhismo – si fonda esattamente sui tituli conquistati, sulla certezza trascendente per cui Mourinho arriva e vince, sul primato assoluto del risultato rispetto a qualsiasi altro aspetto del gioco. È stato lo stesso José a trasformare se stesso in un vero e proprio fondamentalista, a dismettere i panni dell’innovatore – a inizio carriera, per chi non lo ricordasse, Mourinho ha cambiato i metodi di allenamento del calcio europeo, ha creato quasi dal nulla l’idea stessa dell’allenatore-star, ha inventato un nuovo modo di vivere e gestire il rapporto con la stampa – per indossare quelli del tecnico pragmatico ed emotivo, nonché dell’uomo perennemente in guerra contro il resto del mondo, del generale che alla fine riesce a sconfiggere tutti i suoi nemici, uno dopo l’altro. C’è solo un problema, però: come detto sopra, tutti questi meccanismi si sono inceppati da un po’, o comunque funzionano meno che in passato. Le ultime due esperienze di Mou, quella vissuta al Benfica e quella vissuta al Fenerbahce, sono lì a dimostrarlo. E, di fatto, hanno certificato la fine di un’era, dopo una manciata di stagioni interlocutorie – se non proprio fallimentari – allo United, al Tottenham, alla Roma.
E allora, ovviamente, viene da chiedersi: se Mourinho non riesce più a essere efficace come un tempo, se il mourinhismo non garantisce più i famosi tituli, cosa ci fa Mourinho al Real Madrid? Perché Florentino Pérez – che per qualcuno sarà anche un uomo sgradevole, va bene, ma che resta uno dei dirigenti calcistici più illuminati e vincenti della storia – ha scelto di riportarlo al Bernabéu 13 anni dopo il suo addio? La verità è che queste domande non hanno una risposta. O meglio: ci sono tanti piccoli pezzi da mettere insieme, tipo mosaico, per provare a spiegare la ratio della mossa di Florentino. E tutti questi pezzi riconducono a quella che, può piacere o meno, si può definire come l’aura inarrivabile, eterna, unica, di José Mourinho.
Chi ha lavorato con Mourinho negli ultimi anni, parla di lui come se fosse una specie di uomo-azienda che alterna il lavoro sul campo a uno studio ossessivo-compulsivo dei media, dei social. E che, in questo modo, ha trovato il modo per rimanere rilevante, popolare, nonostante il calo dei suoi risultati. Ecco, questo è un punto importante: se da una parte il mourinhismo tattico sembra essere rimasto fermo nel passato, quello comunicativo ha saputo evolversi senza snaturarsi, si è adattato a linguaggi contemporanei. In poche parole: per quanto fosse finito ad allenare in periferia, Mou è rimasto al centro del dibattito, non ha smaltito il gusto della polemica e della guerra a mezzo stampa/social, ha coltivato il suo carisma naturale. È come se la grandezza e il fascino – anche oscuro, soprattutto oscuro – del personaggio fossero sopravvissute al tempo che passa e che cambia le cose, l’avversario più difficile da sconfiggere per chi lavora nel calcio, nello sport.
Da qui è persino facile arrivare al Real Madrid del 2026. Per la terza volta dopo quanto avvenuto nel 2015 con Benítez e nel 2018 con Lopetegui, infatti, Florentino Pérez ha sbagliato la scelta dell’allenatore: per quanto Xabi Alonso avesse – almeno potenzialmente – un’allure diversa, superiore, era ed è rimasto un tecnico “di campo”, essenzialmente concentrato sulla tattica, sui meccanismi di gioco. Per dirla brutalmente: non era e non è ancora un allenatore-brand come Ancelotti, come Zidane, come Mourinho. Evidentemente, il presidente credeva e crede nella necessità per cui i giocatori del Real Madrid possano essere allenati solo ed esclusivamente da un uomo che abbia un impatto mediatico uguale se non superiore al loro. E il fatto che gli albi d’oro della Liga e della Champions confermino questa lettura, questa visione, deve aver avuto un certo peso. A quel punto non c’erano tante altre strade da percorrere: Ancelotti e Zidane erano già impegnati altrove, Klopp si è tirato fuori dai giochi, Guardiola è incandidabile per ragioni squisitamente politiche. Sì, esatto: sfogliando il catalogo, di fatto, l’unico nome ancora disponibile era quello di José Mourinho.
Ci sono altri due aspetti da considerare, e il primo è strettamente connesso al discorso sull’allenatore-brand: negli ultimi anni, i tecnici che sono riusciti a sopravvivere – cioè a vincere – lavorando al Madrid erano/sono professionisti che sanno costruire delle connessioni personali profonde, più che un sistema di gioco sofisticato. In questo senso, c’è poco da obiettare, il mourinhismo offre ampie garanzie di rendimento. Certo, alla fine l’altissima pressione emotiva a cui José sottopone i suoi giocatori – una volta Ferran Soriano, ex CEO del Manchester City ed ex vicepresidente del Barcellona, disse che «al Barça abbiamo preso Guardiola al posto di Mourinho perché Mou ha bisogno di portare il suo stesso ambiente a un livello di tensione che può diventare un problema» – finisce spesso per incrinare o per deteriorare i rapporti interni. Ma al momento, e siamo arrivati al secondo aspetto da considerare, il Real Madrid sembra aver bisogno esattamente di questo: dopo l’addio di un tecnico-papà come Ancelotti, il fallimento dell’approccio metodico di Xabi Alonso e l’interregno-Arbeloa hanno trasmesso la sensazione per cui i giocatori siano i padroni assoluti del club – ovviamente spalleggiati e assecondati da Florentino Pérez. E allora la terapia migliore per curare questo sintomo non può essere che una: andare a prendere un allenatore in grado di ripristinare e mantenere un reale ordine gerarchico, che sappia addomesticare un gruppo di stelle a dir poco egoriferite, che sappia imporsi come condottiero anche quando c’è una tempesta in atto.
Infine, ma non in ordine di importanza, bisogna considerare anche quanto avvenuto nel triennio 2010-2013. Per quanto avesse deciso di investire la maggior parte delle sue energie in una vera e propria guerra di logoramento contro il Barcellona di Guardiola, fu Mourinho a creare i presupposti per il grande ciclo vincente del Real (con Ancelotti e Zidane). La storia lo conferma: proprio in quegli anni, Pérez portò a Madrid Sami Khedira, Angel Di María, Raphael Varane e Luka Modric; nel frattempo, a Valdebebas, Mou consolidava la leadership di Karim Benzema, di Xabi Alonso, ovviamente di Cristiano Ronaldo.
Insomma, si può dire: a Madrid, il mourinhismo ha funzionato bene nel breve termine e ancora meglio sul lungo periodo. È probabile che Pérez abbia scongelato e anche coccolato quel ricordo, poi ha guardato agli incastri possibili nel 2026 e così ha fatto la sua scelta. Una scelta forte, evidentemente anticlimatica, che ha dei punti luce piuttosto chiari (quelli di cui abbiamo parlato finora) ma proietta anche diverse ombre: e se Mourinho non fosse più in grado di costruire e proporre un calcio davvero efficace – non sofisticato o bello: efficace – ai massimi livelli? E se il Bernabéu si mettesse a fischiare un Real Madrid troppo speculativo, troppo difensivo, come già successo in passato? E se Mbappé, Vinícius e/o Valverde risultassero incompatibili col carattere e col temperamento forte, per usare un eufemismo, del loro nuovo allenatore? Ecco, per il momento tutti questi interrogativi sono stati bypassati, o totalmente ignorati, da Florentino Pérez. E anche questo è un merito enorme, assoluto, di José Mourinho. Che magari non vincerà più, ma continua a essere unico, inarrivabile, eterno. Soprattutto quando si tratta di vendere se stesso.