Negli Stati Uniti, gli accessi negati, i visti cancellati e i controlli ossessivi stanno gettando troppe ombre sui Mondiali

Il caso dell'arbitro somalo Omar Artan, rimpatriato dopo aver raggiunto l'America, è solo uno dei più eclatanti: le politiche di Trump hanno complicato l'accesso alla Coppa del Mondo.
di Antonio Belloni 11 Giugno 2026 alle 09:55

Omar Artan è atterrato a Miami con i documenti in regola, il visto pronto e un sogno in procinto di realizzarsi: premiato come miglior arbitro africano nel 2025, sarebbe diventato il primo somalo della storia a dirigere una partita dei Mondiali. Il suo sogno, però, si è scontrato contro le politiche di frontiera degli Stati Uniti. Al ritorno in patria, Artan è stato accolto come un vero e proprio eroe: «Credo abbiano un problema col mio Paese», ha riferito. Interrogato nel merito sul caso Artan, il direttore della White House Task Force (organo costituito proprio per coordinare l’accoglienza e tutte le attività connesse ai Mondiali), Andrew Giuliani, ha risposto che l’ingresso è stato negato all’arbitro «per una valida ragione». E ha poi aggiunto di volersi assicurare che nessun soggetto pericoloso entri negli Stati Uniti. È chiaro che le parole pronunciate da Donald Trump lo scorso dicembre aiutino a contestualizzare l’episodio: «I somali dovrebbero tornare da dove sono venuti. Il loro Paese non è in buone condizioni per una ragione».

Anche questa volta, le settimane che precedono l’inizio dei Mondiali di calcio si consumano in un susseguirsi di controversie senza sosta. L’attesa per l’inizio delle partite ha lasciato il posto a un senso di inquietudine per le tante ombre che incombono sull’evento. Accadde nella Russia di Vladimir Putin, nel 2018; e soprattutto in Qatar, nel 2022, quando vennero a galla lo scandalo sui migranti vittime di sfruttamento per la costruzione degli stadi e le politiche locali ospitante in tema di diritti civili. Quest’anno, come era lecito attendersi, le discussioni intorno agli Stati Uniti di Donald Trump – uno dei tre Paesi organizzatori – non si sono fatte attendere. Il dibattito investe direttamente l’accesso al torneo: chi potrà entrarvi, chi potrà raccontarlo e chi potrà viverlo dagli spalti. Perché quello dell’arbitro Artan non è un caso così isolato. Il paradosso del Mondiale sportivamente più inclusivo e universale di sempre, con ben 48 nazionali coinvolte, è che sugli spalti, per via delle politiche anti-immigrazione di Trump e della rigidità nella concessione dei visti, sarà uno dei più esclusivi e meno rappresentativi.

Mentre il conflitto con l’Iran procede, e il fuoco non si spegne, la gestione dell’arrivo di Team Melli – storico nickname della Nazionale iraniana – presenta diverse ombre: i giocatori, infatti, dovranno lasciare il Paese poco dopo ogni partita giocata negli States, con l’obbligo di pernottare (e allenarsi) in Messico. L’AIPS (International Sport Press Association) ha scritto una lettera alla FIFA lamentando che diversi giornalisti iraniani e africani non abbiano ricevuto il visto per seguire i Mondiali.  i tratta di uno stallo burocratico legato all’inasprimento delle misure di controllo e verifica per gli accessi. Negli Stati Uniti sono infatti in vigore dei veri e propri divieti d’ingresso nei confronti dei cittadini di ben quattro Paesi presenti al Mondiale: Iran, Haiti, Senegal e Costa d’Avorio. Inoltre, per i cittadini di Algeria, Capo Verde e Tunisia è previsto il versamento di una cauzione per il visto. Pochi giorni fa, è diventato virale un video in cui i giocatori senegalesi, appena arrivati all’aeroporto di San Antonio, venivano sottoposti a controlli rigidissimi e piuttosto invasivi sulla pista dell’aeroporto: le immagini mostrano come vengano fatti sedere su delle sedie e perquisiti dalla testa ai piedi. È inevitabile chiedersi se lo stesso trattamento sia stato riservato anche ad altre nazionali ritenute “meno problematiche” dagli Stati Uniti.

Venerdì scorso, un giocatore dell’Iraq è stato interrogato per sette ore all’arrivo all’aeroporto di Chicago. Secondo Reuters si tratterebbe di Aymen Hussein, vice-capitano e giocatore chiave per la nazionale. L’agenzia di stampa riporta che il giocatore sarebbe stato interrogato dagli agenti e che il suo telefono sarebbe stato ispezionato prima del via libera all’ingresso nel paese. Secondo quanto riportato da The Athletic, il 2 maggio 2018, in piena trattativa per l’assegnazione del Mondiale, Trump scrisse a Infantino dichiarandosi ottimista sul fatto che «tutti gli atleti, i dirigenti e i tifosi idonei provenienti da ogni Paese del mondo potranno entrare negli Stati Uniti senza alcuna discriminazione». Ecco: queste promesse si sono sciolte come neve al sole. Basta lanciare una ricerca su internet per rendersene conto: oltre ai casi eclatanti di arbitri e giocatori, anche numerosi tifosi si sono ritrovati a vivere situazioni a dir poco complicate, per entrare negli USA. Sia quelli provenienti dai Paesi inseriti nella lista “nera” dell’amministrazione Trump, sia quelli che arrivano da altre zone del mondo – la Scozia, per esempio.

È chiaro che la FIFA, da questo punto di vista, abbia le mani legate: si tratta di politiche non negoziabili per Trump, in quanto parte integrante ed essenziale del suo programma. Non può essere certo un’istituzione calcistica a fargli cambiare idea. Ma la realtà delle ultime settimane ha mostrato come arbitri, tifosi, arbitri e addetti ai lavori di diversi paesi si siano visti strappare, praticamente davanti agli occhi, il sogno di partecipare al Mondiale. Insomma: l’avvicinamento alla Coppa del Mondo si sta esaurendo nel segno di polemiche e controversie che distolgono inevitabilmente il focus da un evento che dovrebbe rappresentare una festa per ogni nazione che vi partecipa, più o meno direttamente. La sensazione è che, quando il pallone inizierà a rotolare allo stadio Azteca, nella sfida d’esordio tra Messico e Sudafrica, il mondo tenderà a dimenticare tutte le controversie; ancora una volta, però, l’atmosfera delle ore precedenti è stata ammantata da un grigiore che è impossibile ignorare. E il vero problema, però, è che la festa rischia di essere molto più grigia del solito anche sugli spalti.

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