Il calcio negli Stati Uniti sembra vivere una eterna adolescenza. Le prospettive di sviluppo sono tutte lì in bella vista, ogni idea è una possibilità. È quella fase in cui l’immaginazione guida e la realtà segue. Intanto perché è uno sport straniero in un Paese in cui lo sport è un pilastro dell’identità nazionale, e quindi baseball, football americano e basket, difficilmente saranno scalzati in tutte le classifiche di gradimento e interesse collettivo. Ma non solo. Nel Novecento il calcio ha avuto una diffusione globale perché può essere adottato da chiunque. E gli Stati Uniti sono arrivati a questa consapevolezza solo un po’ più tardi di altri. Un momento di svolta può essere individuato nei mitologici Mondiali Usa 1994, piombati sul pianeta americano come un asteroide. Quel momento ha gettato le basi per una trasformazione, un processo che pian piano, lungo tre decenni e infinite direttrici culturali, ha reso il calcio una lingua condivisa anche per gli Stati Uniti del XXI secolo.
Forse il soccer, come lo chiamano negli Stati Uniti, ha iniziato a diventare davvero rilevante quando ha smesso di inseguire un’impossibile americanizzazione e ha accettato – o rivendicato – la propria natura globale, ibrida. Per decenni il calcio è stato percepito come lo sport degli immigrati, delle periferie benestanti, dei ragazzi che si svegliavano presto per guardare la Premier League. Eppure è proprio questa alterità che, col tempo, lo ha reso attraente. In un’America sempre più urbana, multiculturale e connessa, il soccer è diventato un segno di apertura verso il mondo, un codice culturale condiviso da generazioni cresciute online più che dentro i vecchi confini sportivi nazionali. Guardare la Champions League, conoscere allenatori cervellotici come Luis Enrique o indossare una maglia vintage dell’Inter non significava soltanto seguire uno sport, ma partecipare a un immaginario globale fatto di musica, moda, meme, videogiochi, social media e identità fluide. Il calcio è entrato nella cultura americana non perché sia diventato simile a football, baseball o basket, ma perché offre spunti culturali che gli sport americani tradizionali non possono raggiungere: la sensazione di appartenere contemporaneamente a una città, a una comunità digitale e a una cultura internazionale.
In queste pagine facciamo raccontare quest’evoluzione del calcio statunitense da chi da tempo lo conosce e lo segue, e lo racconta al pubblico, studiandone ogni aspetto, dal campo agli spalti, dai giornali alle radio e alle tv, e poi ancora nella letteratura, nel cinema, nella società in generale. Abbiamo diviso il racconto in quattro filoni: ciò che accade sul campo, i tifosi sugli spalti e sul divano, il racconto mediatico e le trasformazioni culturali e sociali attorno al calcio.
CAMPO
La sola idea che la Nazionale maschile degli Stati Uniti possa partecipare ai Mondiali con l’ambizione di fare strada nelle fasi a eliminazione diretta dovrebbe essere considerato un miracolo sportivo, o qualcosa del genere. Dopo il terzo posto (su tredici partecipanti) ai Mondiali del 1930, gli Stati Uniti sono stati quasi completamente assenti dalla scena mondiale per una sessantina d’anni. Poi sono tornati protagonisti, almeno nella scenografia, con l’edizione ospitata negli anni Novanta che ha animato la passione per il gioco in tutto il Paese. I primi risultati concreti si sono visti soltanto nel 2002, con l’incredibile cavalcata fino a questi, e le semifinali solo sfiorate. In quell’edizione c’è uno dei momenti fondativi della storia calcistica moderna statunitense: la vittoria per 2-0 contro gli eterni rivali del Messico agli ottavi di finale. «Una partita che ha fatto intravedere al mondo la crescita del calcio americano nel XXI secolo», dice a Undici Cesar Hernández, giornalista calcistico di Espn. «Va dato merito alla federazione americana per aver migliorato il livello del talento e per aver reso il sistema più inclusivo e diversificato», dice ancora Cesar Hernández. «Ma allo stesso tempo, guardando l’intero ecosistema del soccer negli Stati Uniti, molti latinos, immigrati e ragazzi provenienti da contesti meno privilegiati continuano a essere esclusi, soprattutto perché il calcio giovanile resta molto costoso. I progressi ci sono stati, ma milioni di potenziali giocatori vengono ancora ignorati per ragioni economiche».
L’hype attorno al soccer sembra vivere un costante giorno della marmotta. «Il soccer è “lo sport del futuro” praticamente da quando Pelé arrivò ai Cosmos nel 1975. Io lo seguo dal 2010 e ci sono stati diversi momenti in cui tutta l’America sembrava stringersi attorno alla Nazionale maschile, salvo poi passare rapidamente ad altro», dice Leander Schaerlaeckens, che scrive di calcio sul Guardian e ha appena pubblicato un libro sugli ultimi quarant’anni di calcio maschile negli Stati Uniti: The Long Game: US Men’s Soccer and its Four-Decade Journey to the Top, or Thereabouts. Schaerlaeckens ha approfondito la storia della Nazionale maschile statunitense, ha intervistato circa 150 tra giocatori, allenatori e dirigenti e ha ascoltato storie inedite su protagonisti e attori secondari di questa storia. E così ha scoperto molte cose che lo hanno sorpreso. Ad esempio: Weston McKennie è andato incredibilmente vicino a non arrivare mai al professionismo e, se fosse nato solo pochi anni prima, probabilmente non ci sarebbe mai riuscito. Ma ha trovato anche molte storie che sembrano stralci di romanzi americani, descrivono realtà di confine e identità slabbrate: l’attaccante Ricardo Pepi, ad esempio, vive una lotta interiore tra la sua identità messicana e quella americana, una condizione che rispecchia quella di tanti altri americani nelle zone di frontiera.
In ogni caso, i Mondiali del 2026 hanno il potenziale per essere davvero trasformativi per gli Stati Uniti. Almeno così suggerisce Chris R. Vaccaro, dirigente nel settore dei media e dello sport: «Oggi esiste un’infrastruttura che non c’era nei decenni precedenti: campionati consolidati, piattaforme streaming, media personalities, culture ultras e percorsi giovanili già ben sviluppati. L’opportunità è gigantesca, perché per un mese intero il calcio entrerà direttamente nella vita quotidiana americana. La sfida arriverà dopo. Gli Stati Uniti hanno un mercato sportivo estremamente competitivo e il soccer non può vivere soltanto dell’entusiasmo del Mondiale ogni quattro anni. Il vero obiettivo sarà trasformare gli spettatori occasionali in tifosi duraturi di club, leghe e comunità locali. La buona notizia è che l’ecosistema calcistico americano di oggi è molto più solido e sostenibile rispetto a quello lasciato dai Mondiali precedenti».

TIFOSI
I tifosi statunitensi amano il calcio, e hanno il palato più raffinato di quanto non suggeriscano i luoghi comuni. «Sono ancora attratti soprattutto dal calcio d’élite, quindi Premier League, Champions League e Mondiali, che possiedono un’enorme forza simbolica e mediatica. Erano già prodotti globali perfettamente costruiti quando il pubblico americano li ha abbracciati davvero», dice Chris Vaccaro. «Ma credo anche che gli americani stiano imparando ad amare sempre di più il calcio in sé. La partecipazione giovanile resta enorme, gli stadi della MLS si riempiono, il calcio femminile ha un sostegno fortissimo e i tornei internazionali generano un coinvolgimento emotivo enorme. Il rapporto si sta trasformando: non è più soltanto “ci piace guardare le grandi squadre europee”, ma “il calcio è parte della nostra identità sportiva”. E tra dieci anni questa trasformazione sarà ancora più evidente».
Eppure se si parla di tifosi bisogna fare delle distinzioni, come per tutte le rappresentazioni demografiche. «Io credo che il calcio negli Stati Uniti continuerà sempre a vivere dentro bolle differenti», vuole specificare Cesar Hernández. «A San Diego, dove vivo vicino al confine con il Messico, conosco persone che seguono solo la squadra locale indoor, altre che tifano soltanto Liga MX o Club Tijuana oltre confine, altre ancora che vanno a vedere il college soccer, oppure seguono MLS e NWSL, o magari si ritrovano nei pub esclusivamente per guardare le squadre europee. Tutti questi mondi si sovrappongono continuamente, e secondo me è proprio questo mosaico a rafforzare la cultura calcistica americana».
Quella dei tifosi statunitensi attaccati allo schermo per guardare partite di campionati europei è, anche per Leander Schaerlaeckens, una delle immagini più significative delle trasformazioni del tifo americano. Il fatto che gli statunitensi non capiscano niente di calcio, dice, è semplicemente assurdo: «Una gran parte di loro conosce il gioco a livello tecnico e tattico in maniera molto profonda, e conoscono storia e cultura del calcio. Poi vanno alle partite dei Mondiali, vanno allo stadio a vedere le grandi partite della Liga, della Serie A e della Premier League quando sono in vacanza in Europa».
Se il calcio europeo continua a rappresentare l’élite tecnica e simbolica del gioco, la MLS è diventata invece qualcosa di molto americano: un’esperienza sportiva accessibile, familiare, urbana, costruita attorno alla comunità più che alla tradizione. È qui che passa la vera americanizzazione del soccer. «Per il pubblico più giovane», dice ancora Vaccaro, «rappresenta qualcosa di moderno, multiculturale e perfettamente integrato nella cultura digitale contemporanea; per le famiglie è un rituale comunitario, quasi di quartiere; per i tifosi più appassionati, invece, è il tentativo di costruire finalmente una tradizione calcistica domestica dentro un Paese che per decenni ha consumato soprattutto calcio altrui».

MEDIA
Per crescere rapidamente, un fenomeno culturale e sociale ha bisogno di un racconto stratificato e ramificato, fatto di storie, immagini, una presenza costante in televisione e nei podcast, ma ha bisogno anche di piegarsi alla velocità e alle esigenze della nuova comunicazione istantanea, fatta principalmente di highlights, meme, immagini out of context e tutto ciò che rientra nella dieta di pezzettini con cui consumiamo ogni argomento. Il soccer non fa eccezione. È quello che lo scrittore e autore Brian Phillips scriveva in un articolo su The Ringer: «Viviamo nell’era dei momenti, è probabilmente il più grande cambiamento nel nostro rapporto con lo sport degli ultimi venticinque anni: ciò che è affascinante è che il modello di fruizione sportiva è cambiato in un modo che sembrerebbe antitetico alla natura stessa della visione sportiva, ma senza che lo sport perda la sua importanza o urgenza percepita».
Il merito di un racconto più ramificato, quindi di contenuti accessibili a tutti, con formati per tutti i gusti, ha permesso al calcio di diventare un oggetto di studio da parte degli spettatori, proprio come avviene per gli altri sport: «Oggi le persone conoscono molto meglio il calcio», dice Leander Schaerlaeckens. «Sanno cos’è, ne capiscono le regole e il funzionamento. Un mese prima dei Mondiali del 1994, un sondaggio mostrava che l’80% degli americani non sapesse nemmeno cosa fossero o che si sarebbero giocati negli Stati Uniti. Oggi è impensabile. Il soccer ormai è familiare a moltissime persone, anche se non è ancora allo stesso livello di football, basket o baseball».
Secondo Chris Vaccaro, «l’accessibilità ha cambiato tutto». Perché anni fa seguire il calcio negli Stati Uniti era complicato: la copertura era limitata, discontinua e difficile da trovare. Oggi invece i tifosi possono vedere partite da qualsiasi parte del mondo in qualsiasi momento. «Gli highlights si diffondono immediatamente sui social; podcast, analytics, documentari e creator content hanno creato un livello di coinvolgimento molto più profondo. Anche le aziende media hanno capito che il pubblico del calcio è estremamente coinvolto e digitalmente attivo. I tifosi non guardano solo le partite: seguono quotidianamente mercato, tattica, cultura, moda e narrazioni internazionali. Da questo punto di vista la MLS è stata molto innovativa: il suo ecosistema digitale e l’uso dei dati hanno contribuito a costruire un racconto perfettamente compatibile con le nuove modalità di consumo. La tecnologia ha portato il calcio globale dentro le case e i telefoni degli americani ogni singolo giorno».

CULTURA E SOCIETÀ
Per molto tempo il soccer negli Stati Uniti è sembrato una sottocultura, poi è cambiato tutto. Il giornalista Leander Schaerlaeckens ha notato quest’evoluzione grazie a una serie tv: «Ted Lasso è diventata una serie di enorme successo e l’idea che una serie comedy sul calcio inglese potesse trasformarsi in uno dei programmi preferiti dagli americani sarebbe stata inconcepibile anche solo dieci anni prima». Probabilmente a fare la differenza per la nascita di una cultura calcistica globale negli Stati Uniti potrebbero essere stati anche i social e i videogiochi: « I sondaggi mostrano che un’enorme quantità di giovani americani si è avvicinata al calcio grazie ai videogiochi FIFA – oggi EA Sports FC. Credo che una parte del fascino del soccer, per molti americani, sia il fatto che li faccia sentire cosmopoliti, aperti sul mondo. E il fatto che non sia uno sport profondamente americano è esattamente ciò che attrae alcune persone», dice ancora Schaerlaeckens.
Poi, certo, non ci si può limitare a pensare agli Stati Uniti come un unico blocco indistinto: in realtà sono un Paese estremamente complesso e frammentato. E se per anni il calcio è stato raccontato come uno “sport emergente”, questo non valeva per tutti. «Non valeva per le comunità latinoamericane e per moltissime comunità immigrate negli Stati Uniti», dice Cesar Hernández di ESPN. «Il calcio è sempre stato centrale per tanti latinos e per altri gruppi di immigrati. Quello che è cambiato negli ultimi decenni è che il soccer è stato progressivamente adottato anche dal pubblico americano mainstream. Non è ancora al livello di NFL o NBA, ma oggi si può tranquillamente sostenere che sia uno dei quattro, forse persino dei tre, sport più importanti del Paese».
Anzi, il calcio è probabilmente il primo sport veramente globale consumato quotidianamente dagli americani. E in un certo ha cambiato il rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo. «Il calcio espone quotidianamente gli americani a lingue, tradizioni, culture del tifo e prospettive internazionali diverse. I tifosi imparano a conoscere città, club e Paesi che magari non visiteranno mai fisicamente. Conoscono cori, rivalità e storie provenienti da tutto il mondo», spiega Chris Vaccaro. «In molti modi il calcio è diventato un ponte culturale. Crea esperienze condivise tra pubblico americano e internazionale in tempo reale, ed è qualcosa di molto diverso rispetto a come hanno sempre funzionato gli sport americani tradizionali. Per le generazioni più giovani, essere tifosi di calcio significa sentirsi parte di una comunità che va oltre una singola località, una singola nazione. È una comunità globale».