La Nazionale di calcio più titolata al mondo sbarca ai Mondiali in Nord America portando con sé il peso di un digiuno lungo 24 anni. Il copione sembra ricalcare quello del 1994, quando il Brasile poi vinse il titolo proprio negli Stati Uniti, ma questa volta il viaggio negli USA ha un inconfondibile retrogusto italiano. Per la prima volta nella sua storia, infatti, il Brasile si presenta alla Coppa del Mondo con un commissario tecnico straniero: Carlo Ancelotti, uno degli allenatori più vincenti di sempre, l’uomo dei record in Champions League.
Per Ancelotti non si tratta del battesimo assoluto nel calcio delle Nazionali: per ironia della sorte, proprio in quel 1994 era seduto sulla panchina dell’Italia come vice di Arrigo Sacchi, a un passo dal campo in cui il Brasile di Parreira, Dunga e Romário trionfava ai rigori davanti ai tifosi del Rose Bowl di Pasadena. Oggi Ancelotti porta sulle spalle la responsabilità di restaurare la grandezza di una Seleção che, dal suo ultimo trionfo nel 2002, ha raggiunto le semifinali soltanto in un’occasione: nell’edizione casalinga del 2014. Quando poi si inabissò nel traumatico e indelebile 1-7 contro la Germania.
«Provo un profondo orgoglio a essere qui, perché la storia ci insegna che il Brasile è la migliore Nazionale del mondo: ha vinto cinque Coppe del Mondo e insegue la sesta, e ha scelto me per raggiungere questo traguardo. È una responsabilità enorme, ma la accolgo con immenso piacere». Queste sono state le parole di Ancelotti da ct del Brasile, pronunciate in una presentazione che ha radunato oltre 200 giornalisti, calamitando l’attenzione globale su Rio de Janeiro. Al suo arrivo, il tecnico italiano è stato accolto dall’abbraccio di Luiz Felipe Scolari, l’ultimo commissario tecnico a portare il Brasile sul tetto del mondo, e dal benvenuto di leggende del calibro di Falcão, Zico e Rivelino.
Ingaggiato nel maggio del 2025, Ancelotti è oggi l’attrazione principale in un panorama calcistico che avverte l’assenza attiva di giganti storici come Pelé, Garrincha, Romário o Ronaldo. Si muove come un professore in abito scuro, portando il suo accento italiano e la sua innata eleganza in un “país tropical”, per dirla con le celebri parole di Jorge Ben Jor. È così che ha trascorso il suo primo anno a Rio de Janeiro, sede della Confederação Brasileira de Futebol (CBF). Sin dal primo giorno, Ancelotti ha spiazzato l’opinione pubblica cimentandosi quasi subito con il portoghese. La sua residenza si trova di fronte all’Oceano, nei suoi primi primi giorni ha deciso di andare visitare il Cristo Redentore. Durante il suo primo Carnevale, ha persino fatto la sua comparsa come ambasciatore di un noto marchio di birra, dividendosi tra Salvador e il Sambodromo di Rio – i due grandi epicentri culturali del Paese. Sarebbe potuto sembrare un turista come tanti. Ma non lo era.
«Ancelotti è fantastico. È un uomo semplice e profondamente umile. Abbiamo il miglior allenatore al mondo degli ultimi anni, uno che ha vinto ovunque sia andato, gestendo spogliatoi colmi di stelle», ha sentenziato l’ex terzino Branco, campione del mondo nel ’94 e oggi coordinatore delle rappresentative giovanili del Brasile. Il carisma del tecnico emiliano si misura nel calore con cui i tifosi della Seleção lo hanno “adottato”. Vive un’esistenza da popstar in incognito: cappellino calcato in testa e occhiali da sole per tentare qualche rapida passeggiata sulla spiaggia di Barra da Tijuca. Eppure viene fermato costantemente per foto, video e spontanee manifestazioni d’affetto. Con la sua consueta ironia, ha persino raccontato di aver trovato a Rio un tipo di polenta straordinariamente simile a quella della sua Reggiolo.
Pedro Ivo Almeida, prima firma ed opinionista di ESPN Brasil, segue da vicino le dinamiche della Seleção ed è stato testimone in prima linea della presa che l’italiano ha avuto su giocatori e tifosi, entrambi disperatamente affamati di un grande trofeo. «Alla gente mancava una figura con un curriculum di peso. Gli ultimi tre ct hanno convissuto con lo stigma di non essere considerati abbastanza grandi per l’incarico. Ancelotti incarna quella grandezza, a prescindere dalla nazionalità», osserva Almeida. «Inoltre, ha capito come porsi fin da quando è arrivato. Il suo sforzo di parlare portoghese ha generato un’immediata empatia in un Paese che, di solito, è abituato ad adattarsi alle lingue altrui. Come se non bastasse, cerca sempre di comprendere i costumi locali, vive il Carnevale, si presta persino a girare spot pubblicitari».
Carlo Ancelotti non era il Piano A. I vertici della CBF cullavano il sogno di convincere Pep Guardiola, pur consapevoli che l’italiano fosse un’alternativa altrettanto indiscutibile. Dal suo arrivo, però, il “mister” è diventato molto più di una semplice soluzione di riserva: si è trasformato in un baluardo di stabilità nel mezzo della profonda crisi manageriale e di credibilità che sta travolgendo il calcio brasiliano: basti pensare che è stato ingaggiato da un presidente federale poi rimosso dall’incarico poco prima del suo insediamento, mentre un predecessore era stato destituito tra accuse di abusi sessuali e scandali di corruzione legati alle scorie del FIFA Gate.
È per questo che, con largo anticipo sul fischio d’inizio dei Mondiali, il suo contratto è stato blindato fino al 2030. Un atto di fede assoluta, arrivato nonostante un ruolino di marcia fin qui modesto: otto partite, quattro vittorie, due pareggi e due sconfitte, con una percentuale di successi del 58,3%. «Più che un allenatore, è diventato il volto di una nuova era. All’interno della CBF o della Nazionale, oggi come oggi, nessuno ha più peso specifico di lui. Rappresenta una fase inedita, che travalica il rettangolo di gioco», aggiunge Almeida. «La sua statura si riflette anche a livello economico: mai un CT della Nazionale era stato pagato così tanto, e mai aveva visto il proprio contratto esteso al Mondiale successivo prima ancora di giocare quello in divenire».
Dopo il disastroso Mondiale del 1950 — il trauma sportivo più lacerante del Paese fino al 7-1 del 2014 — il drammaturgo Nelson Rodrigues coniò la celebre espressione complexo de vira-lata (“il complesso del cane randagio”). Una formula nata per descrivere quel senso di inferiorità radicato nell’animo brasiliano, quella tendenza a venerare ciò che viene dall’estero svalutando il prodotto interno. Con Ancelotti, il Brasile sta vivendo una complessa rielaborazione di questo assioma. Cafu, capitano del trionfo del 2002, è stato tra i tanti a opporsi pubblicamente all’assunzione di un tecnico straniero (fino a oggi, sulla panchina verdeoro, si contavano solo fugaci parentesi con un uruguaiano, un portoghese e un argentino). E anche gli allenatori locali non hanno digerito del tutto lo sbarco dell’italiano, dando vita a uno dei momenti più gelidi della sua gestione. Al secondo Forum degli Allenatori Brasiliani, tenutosi nel quartier generale della CBF, Ancelotti è salito sul palco con un outfit rilassato — polo, assenza di cravatta, sneakers — lanciando un appello all’unità per rafforzare l’immagine dei tecnici brasiliani. Tuttavia Emerson Leão, ex portiere della spedizione mondiale del ’70, ha preso la parola per ribadire, in modo frontale, di non aver cambiato idea sugli allenatori stranieri in Brasile: «Ho sempre detto che non amo gli stranieri nel mio Paese. Dicevo di non sopportarli. Ma devo essere abbastanza intelligente da ammettere che tutto questo ha un colpevole: noi. Noi allenatori siamo i veri responsabili di questa ‘invasione’», ha detto Leão, a pochi passi da Ancelotti.
Un istante di puro imbarazzo. La CBF si è schierata immediatamente in difesa dell’italiano, esprimendo rammarico per l’incidente. Lo stesso Davide Ancelotti, all’epoca tecnico del Botafogo e presente in platea, si è alzato e ha lasciato la sala dopo che il padre è sceso dal palco. Ancelotti, dal canto suo, ha minimizzato l’episodio con la consueta diplomazia, ottenendo un effetto boomerang sorprendente: si è fatto amare ancora di più dall’opinione pubblica, incassando la solidarietà dei pesi massimi del calcio locale. «Il dibattito sugli allenatori stranieri non ha bisogno di impantanarsi nel risentimento. Ha bisogno di essere affrontato con competenza. La soluzione è semplice: siate migliori di loro», ha scritto Falcão, leggenda vivente e amico di Ancelotti fin dai tempi in cui dividevano il campo negli anni Ottanta, rivolgendosi ai tecnici brasiliani.
Il Brasile esordirà ai Mondiali contro il Marocco, poi affronterà anche Haiti e Scozia. Pochi giorni fa, Ancelotti ha compiuto 67 anni. Guidare una Nazionale è per lui una frontiera inesplorata: ritrovare i giocatori a distanza di mesi, orchestrare al massimo cinque allenamenti per ogni finestra FIFA, per poi immergersi nello scouting in vista delle convocazioni successive. Ancelotti governa questa sua nuova vita con flemma. In un Paese che ama rimpicciolire i nomi delle sue stelle con vezzeggiativi affettuosi come Ronaldinho, il signor “Carlinho” Ancelotti continua a ballare al suo ritmo. Tra un incontro con il Presidente della Repubblica, una passeggiata in spiaggia, una visita al Cristo Redentore e qualche palleggio in stile futevôlei scambiato con Vini Jr. e Raphinha, dimostra di avere tra le mani le chiavi dei pentacampeones. Ed è fermamente deciso a cucire un’altra stella sulla maglia della Nazionale più titolata e più difficile del mondo.