Lionel Messi ha finalmente fatto pace con l’Argentina, e da qui è partita la rincorsa per il Mondiale che potrebbe farlo diventare il migliore di sempre, senza discussioni

Dopo una carriera complicata con la Selección, Leo ha vinto il titolo mondiale ed è entrato nel cuore dei suoi connazionali. Ora gioca libero e felice, come dimostra la storica tripletta all'Algeria.
di Gonzalo Suli 17 Giugno 2026 alle 10:29

Per gran parte della sua meravigliosa carriera, Lionel Messi è rimasto una figura enigmatica nel suo Paese. Era quasi come se due persone diverse convivessero all’interno dello stesso corpo: il ragazzino folgorante del Barcellona e il giovane impacciato che ogni mese arrivava dalla Spagna per infilarsi una maglia dell’Argentina di qualche taglia più grande. Leo e Messi, Messi e Leo, vivevano in realtà completamente diverse e generavano reazioni molto differenti. Poiché la bellezza dei suoi movimenti non era sufficiente a scalfire lo scudo identitario che i tifosi di calcio tendono a portarsi dietro, per gli argentini Messi – fino a prova contraria – era qualcosa di molto simile a un estraneo.

Con questi pregiudizi ad aleggiargli intorno, seppur avesse già in bacheca alcuni successi a livello giovanile, Leo indossò la maglia della Nazionale che aveva scelto di difendere. E vent’anni fa, nel 2006, alla vigilia del suo diciannovesimo compleanno, giocò il suo primo Mondiale in Germania. Per Messi, quel torneo deve essere sembrato una sorta di apprendistato all’interno di una squadra guidata da Juan Román Riquelme; una squadra che, pur non rinunciando certo al suo talento, sembrava includerlo più come un’arma complementare, un jolly esterno, quasi come un giocatore in prestito secco. Infatti, l’immagine finale prima della sconfitta ai rigori contro i padroni di casa diceva tutto: dopo 120 minuti, il ct Pekerman non lo aveva mai chiamato in causa, nemmeno dalla panchina.

C’era, tuttavia, qualcosa che generava empatia in coloro che erano disposti a guardare oltre la superficie. E aveva a che fare con qualcosa di profondo e autentico come la sofferenza. Messi era ferito dall’indifferenza della gente verso l’amore che provava per il suo stesso Paese. E le critiche lasciavano il segno. Il punto è che quelle critiche si sarebbero solo moltiplicate negli anni, alimentate dall’assenza di titoli e dal crescente contrasto con quel dio del calcio onnipotente che ogni fine settimana incantava il pubblico in televisione: Leo era nient’altro che sé stesso, solo nella sua versione alternativa. Quella migliore.

Giovane, affermato, ricco e messo in discussione in una delle sue due metà, forse nemmeno il feroce agonista che vive in lui avrebbe potuto immaginare che, alla soglia dei 39 anni, il calcio lo avrebbe trovato a prepararsi per un sesto Mondiale – e questa volta da campione in carica. Questa, precisamente, è stata la conquista del Leo argentino. Quello irrazionale, che ha continuato a provarci anche dopo aver fatto un passo indietro dalla Nazionale, convinto di essere diventato lui stesso l’ostacolo che impediva all’Argentina di vincere almeno un titolo. A dire il vero, la perseveranza ostinata non è un tratto esclusivamente argentino, ma per Messi solo quella metà della sua identità richiedeva ancora la perfezione, dopo aver vinto assolutamente tutto con il Barcellona e aver accumulato un catalogo di record e numeri che sembravano appartenere a un’altra epoca, persino nell’iper-competizione che caratterizza il calcio moderno.

Si può ragionevolmente prevedere che la storia di Messi negli Stati Uniti, in Messico e in Canada nel 2026 probabilmente non avrà un lieto fine, un po’ perché lo dicono le statistiche, e un po’ perché questa volta, più che mai, tutto dipenderà da molto più che dal suo solo genio. Eppure, il grande fascino di questo Mondiale sta proprio nel vedere come sarà quest’ultimo giro di pista. Cosa si inventerà il genio, e cosa ha in serbo per lui il destino prima che dica addio a un viaggio che è, senza dubbio, il più brillante nella storia del calcio mondiale. Il destino, guarda caso, pone il più argentino di tutti i Messi che abbiamo mai conosciuto – ora, dopo aver vissuto assolutamente tutto – faccia a faccia con il suo epilogo, sullo stesso suolo in cui, 32 anni fa, Diego Armando Maradona disse addio per sempre ai Mondiali. Un ulteriore paragone con l’argentino per eccellenza, ormai elevato allo status di divinità eterna, tra gli innumerevoli parallelismi tracciati attorno a Leo durante i suoi anni di ricerca, prima di sollevare finalmente il trofeo in Qatar nel 2022.

Senza addentrarci troppo, Diego è stato l’argomento più comunemente usato per allontanare Messi dalla gente ogni volta che le sue prestazioni in Nazionale venivano criticate. Eppure, il titolo mondiale ha solo sollevato il velo su una cecità diffusa, perché il contributo dell’erede definitivo della maglia numero 10 della Selección è stato straordinario in termini calcistici tanto quanto lo è stato in puro impegno e disponibilità. E le cose continuano ad andare così: superando di gran lunga giocatori ricordati per la loro semplice utilità alla causa, Messi ha frantumato record e sta frantumando record su record, ha accumulato primati che lo hanno consacrato – validato dai numeri, certificato dai titoli – come il più grande giocatore che il calcio argentino abbia mai prodotto.

In America, la ricerca di un’eredità che lo incoroni monarca supremo dello sport più popolare del mondo non si sta giocando e non giocherà solo sul piano della competizione sportiva. Dopo l’esordio accecante a Kansas City, a Dallas, e molto probabilmente lungo la strada che prosegue attraverso Miami, Atlanta e New York, Messi sta giocando e giocherà anche per una posta in gioco profondamente personale. Una parte di questa consisterà nel saldare un conto in sospeso con il modo in cui la storia di Maradona si concluse in quelle stesse terre – quando, nel 1994, un test antidoping allontanò Diego dal campo a metà torneo, interrompendo bruscamente una dimostrazione di resilienza e di sfida che aveva mostrato al mondo intero come lui avesse ancora tutto da dare. Come disse lo stesso Maradona all’epoca: «Mi hanno tagliato le gambe». E, in effetti, lo fecero.

Allo stesso tempo, il Leo argentino dovrà dimostrare che le sue due personalità sono finalmente in pace. Sebbene fino ad ora sia tornato nel suo Paese solo per le vacanze, il suo periodo all’Inter Miami è diventato il capitolo finale dell’argentinizzazione del Messi calciatore. È un ambiente che lo ha accolto come uno di famiglia e ha restituito al mondo l’immagine di un agonista feroce che sa anche scegliere come godersi la vita e la sua più grande passione che, per inciso, è anche la sua professione. Eppure, lungi dal lasciarlo riposare sugli allori, questa potrebbe rivelarsi la condizione ideale da cui partire per competere fino alla fine. Nel miglior modo possibile. La partita sublime contro l’Algeria ha detto proprio questo, ora sarà divertente, sarà bellissimo, scoprire cosa diranno le prossime.

Da Undici n° 68
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