In merito alla prestazione di Cristiano Ronaldo nella partita Portogallo-RD Congo, prestazione quantomeno rivedibile, non è che ci siano molti dubbi. Nel senso: se non vi fidate delle vostre sensazioni e della vostra competenza, sappiate che ci sono delle vaste evidenze empiriche ed accademiche rispetto all’inutilità di CR7 nel contesto tecnico-tattico della sua squadra. Qui, per esempio, trovate le eloquenti statistiche della sua partita, finita con zero tiri nello specchio, zero dribbling riusciti e zero passaggi chiave; qui e qui, invece, trovate due articoli pubblicati da testate piuttosto autorevoli (il Guardian e The Athletic) in cui Ronaldo viene definito «un peso morto», oppure «l’ombra del grande campione che era un tempo».
Dopo la partita, inevitabilmente interrogato sull’opportunità di tenere Cristiano in campo fino alla fine, oppure di sostituirlo, il ct del Portogallo ha risposto in questo modo: «Sarebbe assurdo togliere il miglior giocatore di sempre durante una partita in cui non riusciamo a fare gol». Ecco, quelle pronunciate da Roberto Martínez sono parole a cui non serve aggiungere niente. Perché dicono tutto, nel bene e nel male, rispetto alla sua situazione professionale e anche personale, rispetto al dilemma che attanaglia lui e l’intera spedizione portoghese ai Mondiali del Nord America.
I livelli di interpretazione sono tanti, ma si possono ridurre. Livello numero uno: Ronaldo è ancora considerato il miglior giocatore del mondo, anche se in realtà non lo è più da anni, perché è un megabrand che cammina, è una multinazionale che fa da testimonial a uno stato sovrano (l’Arabia Saudita), perché è uno degli esseri umani più influenti in tutto il pianeta. Livello numero due: proprio in ragione di questo inarrivabile status, il Portogallo – inteso come Nazionale di calcio, ma anche come nazione – gli deve una riconoscenza praticamente illimitata; di fatto CR7 ha cambiato la percezione globale del suo Paese, lo rappresenta e lo racconta come nessuno ha mai fatto, nel calcio e forse anche fuori dal calcio. Di conseguenza, viene da pensare, anche solo l’idea di sostituirlo al minuto 80′, tanto per fare un esempio, verrebbe interpretata come una mossa anti-commerciale – e quindi politica – molto forte, da parte di Martínez. L’ultimo ct che ha provato a ridurre lo spazio di CR7, Fernando Santos, è stato fatto fuori in tempo zero subito dopo il Mondiale in cui ha osato metterlo in panchina nelle ultime due partite, Qatar 2022, nonostante fosse il ct che ha portato il Portogallo a vincere i primi titoli della sua storia.
Insomma, si può dire: Roberto Martínez non ha altra scelta, se vuole continuare a essere l’allenatore del Portogallo deve far giocare Ronaldo. E infatti ha sempre agito in questo modo, i dati non mentono: se guardiamo alle 41 partite in cui il ct spagnolo ha guidato la Seleção, CR7 ne ha giocate 32 da titolare e solo una da subentrato; le otto che ha saltato sono essenzialmente amichevoli (cinque test match più una gara di Nations League) e poi ci sono stati due microinfortuni e un turno di squalifica scontato nelle qualificazioni a Euro 2024. Gli ultimi Europei, appunto: due anni fa Ronaldo ha giocato tutte le partite dal primo minuto ed è stato sostituito solo nel corso del match della prima fase contro la Georgia, dopo che il Portogallo aveva già ottenuto la qualificazione agli ottavi. Lo score complessivo di CR7 nella fase finale in Germania è stato di zero gol e un assist decisivo.
Anche in virtù di quest’ultimo dato, è inevitabile porsi una domanda: una volta metabolizzate le dinamiche commerciali del calcio contemporaneo e la gratitudine eterna del Portogallo nei confronti di Ronaldo, fino a quando e fino a dove sarà possibile tirare la corda? Oppure, per dirla in poche parole: per quanto tempo ancora il ct del Portogallo, chiunque esso sia, dovrà convivere con l’obbligo – non scritto, ma non per questo meno asfissiante – di schierare CR7? La verità è che non c’è una risposta facile, la posta in gioco è altissima e va oltre lo sport, oltre gli sponsor, persino oltre la politica: Ronaldo ha raggiunto una dimensione mai vista prima da nessun calciatore, ama follemente – questo va detto – il suo Paese e la sua Nazionale, ma al tempo stesso ama anche se stesso e il suo brand. E il punto è proprio questo: allo stato attuale delle cose, questi due amori non possono più convivere, va fatta una scelta. Solo che Ronaldo ha 41 anni ed è abituato a non rinunciare a nulla, quindi tocca agli altri. Gli altri in questo caso sono la Federazione portoghese e il ct Martínez, e pare che la scelta sia stata fatta: Ronaldo c’è e ci sarà fin quando vuole, anche se gioca male, anche se il Portogallo pareggia con la Repubblica Democratica del Congo e Cristiano viene giustamente considerato tra i peggiori in campo. Può sembrare assurdo visto che essenzialmente parliamo di calcio, ma evidentemente non è così.