Igor Protti è stato il primo mito calcistico della mia infanzia. In provincia non arrivavano Ronaldo o Van Basten. Non ci importava. Igor Protti era tutto quello che un bambino che si stava avvicinando al calcio avrebbe desiderato: coraggio, intraprendenza, audacia. L’eroe che inventava gol impossibili e acrobazie irripetibili. Che pulsava energia e orgoglio. Quello che ti saresti portato in battaglia in ogni istante, perché con lui non era mai finita.
Anche nella malattia, Igor Protti è stato questo. Un esempio di coraggio. Non ha mai nascosto la sua condizione, ha sempre voluto guardarci dritto: faccia contro faccia. Sono passati trent’anni da quando giocava a Bari, da quel titolo di capocannoniere così unico, quasi kafkiano: il marcatore più prolifico del campionato sì, ma con la squadra retrocessa in B. Eppure, trent’anni dopo, le manifestazioni di affetto erano intatte, come se avesse smesso di giocare una settimana fa. Chi c’era, ma anche chi all’epoca non c’era: Igor è riconosciuto come il campione di tutti. Quello che ci faceva sentire in grado di sconfiggere tutti gli avversari. E mentre il Bari attuale scendeva mestamente in Serie C, la città si stringeva attorno a uno dei suoi – pochi – simboli calcistici.
Igor, Bari ti ama, recitava un grande manifesto esposto negli anni Novanta. Era questione di gol, certo, ma c’era di più. Era l’incarnazione di quello che era la nostra squadra. Battagliera, fiera, mai doma. Un calcio di provincia che all’epoca era tutto, per noi. Non avevi bisogno di fantasticare di altri giocatori quando avevi Protti nella tua squadra. I gol contavano, il come di più. In un pomeriggio piovoso di aprile, nella partita salvezza contro la Cremonese, decise il match a modo suo: in maniera ostinata e testarda. Non ci stava a perdere, e non perse: segnò due gol che non credo rivedremo più, nemmeno in una partita di Champions League. Non ho bisogno di ripescare su YouTube il video del secondo gol, sta scorrendo nella mia mente: lui ingobbito, sotto il diluvio e con i giocatori della Cremonese attaccati, che prova a cercare spazio una, due, tre volte. Il primo tentativo viene murato, il secondo, praticamente cadendo, allo stremo delle forze, è un tiro da un angolo impossibile che risulta imparabile. Non c’erano i videogame, ancora. Ma quel gol lo avresti potuto segnare solo in un videogame.
Le storie su di lui ne espandevano il mito. Lui che dormiva prima delle partita, sereno. Come faceva? Come sprigionava tutta quella ferocia agonistica dopo il pisolino sul lettino dello spogliatoio? Lo vedevi entrare in campo fiero, a testa alta, carico. Non avresti mai pensato che dormicchiava fino a venti minuti prima. E poi la firma in bianco. Voleva rimanere a Bari e disse al presidente Matarrese: io firmo, metta la cifra che crede. Bandiera di una curva, orgoglio di una città. Non erano slogan da ultras: era la realtà.
Lazio e Napoli non furono esperienze fortunate per lui. Aveva bisogno di identificarsi in una squadra, in un popolo, e ritrovò questa dimensione a Livorno. Con cui compì una prodigiosa cavalcata dalla C1 alla Serie A, riuscendo così nell’impresa di diventare capocannoniere nelle prime tre categorie del calcio italiano (record condiviso con Dario Hübner). Non era mai una questione di categorie, trofei, stadi importanti, figurarsi soldi: era una questione di appartenenza. Di cuore e di felicità. Non credo gli sarebbe importato giocare in una big, né in Coppa dei Campioni. Quello che voleva dal calcio lo ha ottenuto. L’immortalità e l’amore della gente.
La foto che vedete in questa pagina, tratta di Wikipedia, immortala Protti con la maglia del Bari a metà anni Novanta: un primo piano con gli imponenti petali della tribuna alle spalle. La sua maglia è sporca di fango e terriccio. Un attaccante che non misurava il suo valore nelle statistiche e nella bellezza dei gesti – due cose che pure pesano tantissimo: andateli a rivedere, certi suoi gol. Il metro del suo valore stava nella lotta. E lui lottava per te.