Il calcio italiano scende dal piedistallo e si apre alla contaminazione. «Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio». Così parlò José Mourinho e la celebre massima del portoghese veste benissimo addosso a Giovanni Malagò, ambasciatore dello sport italiano e nuovo presidente della Federcalcio dopo il lungo regno di Gabriele Gravina. Malagò è l’uomo che più di ogni altro, anche se a modo suo, incarna lo sport e ne simboleggia la crescita. L’uomo che viene naturalmente associato ai tanti trionfi dello sport azzurro negli ultimi quindici anni. È anche un uomo di potere, certo. Un potere esercitato più attraverso le relazioni che i bracci di ferro: Malagò non ama scamazzarti (schiacciarti), preferisce portarti a cena. È un uomo di potere che ha saputo costruire e legare la sua immagine alle vittorie. È stato talmente furbo e intelligente da lasciare ai suoi detrattori una sola arma che poi non è altro che un boomerang: l’accusa di essere solo maledettamente fortunato. E qui Napoleone Bonaparte ci ricorderebbe che lui, ai generali bravi, preferiva quelli fortunati.
Piaccia o meno, Malagò sarà per sempre nella storia dello sport italiano. C’era lui alla presidenza del CONI quando l’Italia ha vinto due medaglie d’oro olimpiche considerate pressoché irripetibili. Non le ha vinte lui, ok. Ma c’era lui. Succederà più che vinceremo i 100 metri piani nell’atletica leggera e magari li bisseremo con la staffetta 4×100? Ma non è solo questo. Tornando al calcio, il movimento italiano è affetto da un complesso di superiorità che sfocia nell’onnipotenza. Non le migliori caratteristiche per metterti in gioco quando sei in difficoltà. Quando invece dovresti immergerti in un lungo e persino doloroso bagno di umiltà per comprendere che attorno a te il mondo è cambiato, che le gerarchie sono state stravolte. È già sorprendente che il calcio italiano sia stato intelligente al punto da capire di non possedere gli strumenti necessari per cambiare. Evidentemente i tre Mondiali saltati uno dopo l’altro hanno provocato non solo dolore, anche consapevolezza.
E quindi Malagò. Che ha un bagaglio di conoscenze enorme, che il calcio non ha. Conoscenze di sport e di politica. Un professionista che ha vissuto tre Olimpiadi (più quelle invernali) da presidente del CONI possiede un baule di esperienze che nessuno nel mondo del calcio ha. Per dirne una: Malagò ha trasformato il Circolo Aniene in un punto di riferimento nazionale, e internazionale, del nuoto. Ha reso l’Aniene la seconda casa di Federica Pellegrini. La Divina. Una delle più grande atlete italiane di sempre. Se vi è capitato di guardare la rievocazione, su Sky Sport, degli US Open di tennis del 2015 vinti da Flavia Pennetta, c’è il passaggio in cui Fabio Fognini (celebre tennista oggi marito di Flavia) racconta di essersi rivolto a Malagò per riuscire ad andare a New York ad assistere alla finale. Non ricordiamo le parole ma il senso era: solo lui poteva aiutarmi.
Gli atleti sono strane creature, profondamente sensibili. Bisogna avere un ascendente su di loro: o ce l’hai o non ce l’hai. Devono fidarsi di te. E di Malagò si fidano. Non è tutto, ma è tanto. Al calcio italiano mancano tante cose, ma al momento manca soprattutto questo. Lo sport è certamente politica ma è una politica diversa da quella tradizionale. Non può essere solo una politica dei palazzi. Malagò potrebbe finire con l’essere il primo presidente della Federcalcio che chieda realmente ai calciatori, ad alcuni calciatori, come mai ci siamo ridotti così. Che sia realmente interessato al loro punto di vista. E allo stesso tempo è un diplomatico in grado di poter parlare con le persone più influenti dello sport mondiale. Che sia Gianni Infantino o Sebastian Coe, presidente della Federazione mondiale di atletica leggera.
Senza dimenticare che Giovanni Malagò è stato ed è l’uomo di Milano Cortina 2026, l’uomo che ha portato avanti il progetto, condotto la battaglia politica e riportato le Olimpiadi in Italia. Affermando il principio – che nei prossimi anni sarà sempre più frequente – di Olimpiadi diffuse. Anche gli attuali Mondiali di calcio sono diffusi e pure i prossimi – tra Spagna, Portogallo e Marocco – lo saranno. Si occupò dell’organizzazione dei Mondiali di nuoto a Roma nel 2009 come di quelli di pallavolo, sempre nella capitale, nel 2010. È scuola Giovanni Agnelli, è l’altro figlioccio dell’Avvocato oltre a Luca Cordero di Montezemolo. Non è uno che arriva e impone. È più una spugna. Capisce e assorbe. Non ha l’ansia di mettersi in prima fila o in posa per la fotografia (anche se non capiterà mai che sarà assente). Ha l’intelligenza di comprendere che i suoi meriti non glieli negherà nessuno. Che, se il calcio si risolleva, non dovrà stare lì a evidenziare quanto sia stato fondamentale il suo apporto. Lo sanno già tutti. Al massimo avrà fatto in modo che non lo dimentichino.
Malagò ci sa fare. Sa come si sta al mondo. E il calcio italiano aveva bisogno di uno così. Poi sì, è piacione. Binaghi, il signore del tennis italiano, è un suo acerrimo nemico. È stato lui a dire che le riforme devono farle gli antipatici e quindi non quelli che vogliono piacere a tutti. Ma oggi il calcio italiano non poteva permettersi un antipatico. Ne ha avuti già troppi. Serviva un diplomatico che sa come muoversi, che ha rapporti profondi col mondo dello sport, che si muove a suo agio nei palazzi e sulle terrazze romane (hanno lo stesso grado di importanza nel nostro Paese). Che conosce gli uomini, i loro pregi e le loro debolezze. Se fosse stato in salute, il calcio italiano non avrebbe mai pensato a Malagò. Ma oggi non può far altro che affidarsi a lui. E più non lo comprenderà, più vorrà dire che l’operazione di pulizia delle ragnatele ultradecennali starà funzionando.