La Federcalcio argentina ha attuato un modello di crescita e sviluppo che l’ha portata a incassare tanti soldi, a diventare ancora più celebre in tutto il mondo e a essere accolta a Harvard

La creazione di nuove academy negli Stati Uniti e la commercializzazione del brand in Asia sono solo alcuni dei segreti di una grande strategia commerciale (che però si porta dietro delle ombre).
di Redazione Undici 27 Giugno 2026 alle 16:09

Essere campioni del mondo non basta. Per la Federcalcio argentina (AFA), il trionfo in Qatar del 2022 è stato il punto di partenza di una strategia molto più ambiziosa: trasformare il successo sportivo in un modello di business globale. Una rivoluzione che oggi porta la Federazione a essere studiata nelle università più prestigiose del pianeta, a stringere accordi commerciali in ogni continente e a presentarsi come uno dei marchi più forti dell’intero panorama calcistico mondiale.

Non è un caso che nelle scorse settimane il direttore Commerciale e Marketing dell’AFA, Leandro Petersen, sia stato invitato alla Harvard Business School per raccontare agli studenti il percorso di trasformazione della federazione argentina. Davanti a una platea di accademici e futuri manager, Petersen ha illustrato come l’AFA sia passata da una struttura tradizionale a un’organizzazione capace di ragionare come una multinazionale, fondata su strategie di leadership, diversificazione dei ricavi, internazionalizzazione del marchio e sviluppo di partnership commerciali. Nel corso della missione negli Stati Uniti, il dirigente ha fatto visita anche ai Boston Celtics, una delle franchigie simbolo della NBA, in un incontro dedicato allo scambio di esperienze nel management sportivo.

Il punto di svolta è stato sfruttare un patrimonio unico: la generación dorada, guidata da Lionel Messi. L’AFA ha compreso che il valore del proprio marchio andava ben oltre i 90 minuti di una partita e ha costruito un piano destinato a consolidarsi anche dopo questo Mondiale. Il calcio, insomma, è diventato un veicolo per esportare un brand. Gli Stati Uniti rappresentano il cuore di questa strategia. Il trasferimento di Messi all’Inter Miami e l’organizzazione della Coppa del Mondo del 2026 hanno offerto un’occasione irripetibile.

L’AFA ha deciso così di creare una vera e propria seconda casa in Florida, avviando la costruzione di una sede permanente e di un centro di allenamento ad alte prestazioni a Hialeah, nella contea di Miami-Dade. Il progetto non si limita alle strutture: sul territorio americano stanno nascendo anche numerose Academy AFA, pensate per diffondere il metodo argentino di formazione dei giovani calciatori e creare un legame stabile con il mercato nordamericano.

Parallelamente è arrivata un’impressionante crescita commerciale. Oggi la Federazione può contare su oltre 65 sponsor internazionali, un numero chr rappresenta un record assoluto per un’istituzione calcistica nazionale. Colpisce soprattutto la composizione del portafoglio: soltanto una piccola parte delle aziende partner è argentina, mentre la maggioranza è costituita da multinazionali e società statunitensi o asiatiche che hanno scelto di associare il proprio marchio ai campioni del mondo. Il risultato è un flusso di ricavi che ha permesso all’AFA di ridurre la dipendenza dalle tradizionali entrate derivanti dalle competizioni sportive.

L’espansione, però, non si è fermata al mercato americano. Negli ultimi anni la federazione ha investito con decisione anche in Asia e nel Medio Oriente, diventando uno degli attori più dinamici dell’intero panorama calcistico internazionale. Circa il 30% dei partner commerciali dell’AFA proviene infatti dall’Asia, una quota superiore persino a quella registrata da molti grandi club europei. Accordi con colossi tecnologici come Xiaomi o con grandi catene commerciali come Cotti Coffee hanno trasformato il marchio dell’albiceleste in una presenza costante nella quotidianità dei tifosi asiatici.

Dietro questi risultati non c’è soltanto il richiamo di Messi. L’AFA ha infatti costruito una strategia di comunicazione molto sofisticata, fondata sul principio della geolocalizzazione. Invece di esportare un modello standardizzato, la Federazione ha adattato campagne pubblicitarie, merchandising e contenuti digitali alle caratteristiche culturali dei diversi Paesi. Partnership con influencer locali, utilizzo dei social network specifici di ciascun mercato e un forte sviluppo dell’e-commerce hanno consentito di raggiungere milioni di nuovi tifosi senza dover necessariamente investire in una rete capillare di negozi fisici. Il progetto illustrato da Petersen ad Harvard si basa proprio su questa capacità di trasformare il successo sportivo in una struttura economica sostenibile, capace di produrre valore anche quando non si gioca. Una visione manageriale che guarda al lungo periodo e che ha permesso all’AFA di rafforzare il proprio posizionamento internazionale attraverso nuovi mercati, nuove fonti di ricavo e collaborazioni con aziende globali.

Esiste però anche l’altra faccia della medaglia, quella che difficilmente emerge nelle presentazioni internazionali. Mentre il marchio AFA cresce e conquista nuovi mercati, il calcio argentino continua infatti a convivere con problemi strutturali profondi. Molti club, soprattutto dalla seconda divisione in giù, affrontano enormi difficoltà economiche, faticano perfino a sostenere i costi di iscrizione ai campionati e operano in impianti spesso inadeguati. Le infrastrutture necessitano di investimenti importanti, mentre gli stipendi di molti calciatori restano lontani dagli standard europei e perfino da quelli di altri Paesi sudamericani.

È il grande paradosso del modello argentino. Da un lato una Federazione diventata un caso di studio internazionale, invitata nelle aule di Harvard e capace di generare ricavi record grazie alla forza del proprio brand. Dall’altro un sistema calcistico domestico che continua a perdere competitività economica e a vedere i propri club alle prese con difficoltà finanziarie croniche. L’AFA ha dimostrato che il successo sportivo può trasformarsi in una macchina commerciale globale. La vera sfida, però, sarà fare in modo che la ricchezza prodotta da questa espansione internazionale riesca, nel tempo, a tradursi anche in un miglioramento concreto del calcio argentino. Perché un marchio può conquistare il mondo, ma senza un movimento nazionale solido rischia prima o poi di perdere le proprie radici.

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