Quella fatta dal Manchester City, che ha nominato Enzo Maresca come successore di Pep Guardiola, è una mossa importante. Intanto perché, naturalmente, all’ex tecnico del Chelsea è stata affidata una missione tutt’altro che banale, per non dire impossibile: sostituire uno degli allenatori più importanti nella storia del calcio, di certo il più influente che sia mai passato per la metà blu di Manchester. E poi si tratta di una scelta che, simbolicamente, aiuta a definire tante tendenze rispetto alla direzione in cui stanno andando il calcio d’élite. Sarebbe comodo, infatti, pensare che l’ascesa di Maresca certifichi come il nostro calcio sia ancora capace di produrre protagonisti capaci di abitare i massimi livelli. In realtà, la storia del nuovo allenatore del City, così come quella di tanti altri allenatori italiani – si pensi a Francesco Farioli – dimostra l’esatto contrario: la formazione italiana, qui, c’entra molto poco. La loro fortuna, probabilmente, è stata proprio quella di fuggire, di andarsi a contaminarsi con la cultura calcistica di altre scuole. E soprattutto, di poter godere della maggior generosità con cui all’estero si concedono opportunità a tecnici giovani.
L’unica esperienza di Maresca in Italia, infatti, risale alla stagione 2021/22: il Parma allora era in Serie B e decise di esonerarlo dopo appena 13 giornate. E quindi si può dire: il manager di uno dei più grandi club del mondo, un allenatore ritenuto degno di succedere a Pep Guardiola, è passato da una panchina del suo Paese, e di quel passaggio non se ne è accorto quasi nessuno. Questo, forse, è il segnale più preoccupante per il nostro calcio: c’è una chiara mancanza di coraggio nel riconoscere e nel promuovere il talento, o quantomeno nel lasciarlo sbocciare secondo i tempi consoni. Maresca, del resto, eccezion fatta per la sua carriera da calciatore – un mosaico di piazze tra Juventus, Fiorentina, Sampdoria, Palermo e Verona – non ha nulla a che vedere con una formazione classica italiana. Come tanti degli allenatori che oggi dominano la scuola europea, da Luis Enrique a Mikel Arteta, il suo maestro è stato proprio Pep Guardiola: nel 2020/21 era sulla panchina dell’Elite Developement Squad del City (U-21), con cui ha vinto la Premier League di categoria; nel 2022/23, la stagione del “Treble”, era uno dei collaboratori tecnici dell’allenatore catalano.
Poi è venuta l’occasione al Leicester, con cui ha conquistato un’immediata promozione in Premier; al di là dei risultati sul campo, Maresca si fece notare per la capacità di instillare i principi del gioco posizionale, il gioco di matrice “guardiolana”, in una squadra certamente meno qualitativa del Man City. Infine, ormai siamo ai giorni nostri, ecco i due anni al Chelsea, culminati nel trionfo in finale del Mondiale per Club con uno schiacciante 3-0 al PSG campione d’Europa. Insomma: per quanto sia lecito e comprensibile gioire dei successi di un connazionale che rappresenta il calcio italiano ai massimi livelli, la storia di Enzo Maresca è quella del classico giovane cervello in fuga. Si è formato altrove, le sue capacità gli hanno aperto le porte per opportunità in panchine di primo livello, ed è arrivato in pochi anni sulla panchina del Manchester City. Una simile ascesa, in Italia, sarebbe stata resa complicata da un banale fattore: esiste, oggi, per un giovane allenatore, la possibilità concreta di arrivare sulla panchina di una big? Se si esclude l’eccezione relativa a Christian Chivu, scelto dall’Inter in modo coraggioso e in linea con la tendenza dei top club europei, negli ultimi 15 anni, Milan, Inter, Juve, Napoli, Roma, Atalanta, Lazio e anche la Nazionale hanno ingaggiato sempre gli stessi allenatori: Spalletti, Conte, Sarri, Allegri, Gattuso, Pioli. Gasperini. Una sorta di circolino conservatore che rende quasi impossibile l’accesso a nuove leve. E i giovani di valore, intanto, si affermano all’estero – non a caso, viene da dire, Vincenzo Italiano ha deciso di accettare l’offerta del Besiktas.
Eppure, per l’appunto, la tendenza nel calcio europeo d’élite sembra chiara: si punta sempre di più su tecnici giovani, di campo, capaci di aggiornarsi con la velocità supersonica con cui evolve oggi lo sport, anche a scapito dell’esperienza. Si pensi a Vincent Kompany, classe 1986 (sei anni in meno di Maresca): il Bayern lo ha chiamato dopo appena quattro stagioni da allenatore tra Belgio (Anderlecht) e Burnley – dove è addirittura retrocesso in Championship. Vi immaginate le pernacchie boriose, se fosse stato chiamato da Milan, Inter o Juventus? O si pensi a Mikel Arteta, fresco vincitore della Premier League e finalista in Champions, membro dell’avanguardia basca degli allenatori (Iraola, Emery, Xabi Alonso), ennesimo figlio calcistico di Pep Guardiola: classe ’82, viene chiamato dall’Arsenal nel 2019 nonostante non avesse alcuna esperienza da allenatore in prima, bensì solo da vice di Pep, nel City, dal 2016 al 2019. In proporzione, una scelta simile a quella fatta dal Parma con Carlos Cuesta, chiamato a 30 anni dopo i cinque anni da vice dello stesso Arteta, capace di salvare la squadra gialloblu con cinque giornate di anticipo.
Si può dire: la direzione è chiara, anche a livello comunicativo. I grandi club stanno volgendo il loro sguardo a tecnici sobri, poco egoriferiti, piuttosto aziendalisti, forti delle proprie competenze strettamente calcistiche e della propria apertura costante verso l’aggiornamento. Lo stesso Maresca si è fatto le ossa in un Chelsea che, nelle ultime quattro sessioni di mercato, ha speso più di un miliardo e comprato oltre 50 giocatori. E in mezzo al caos, focalizzandosi sul campo, ha saputo dare ordine a un progetto sportivo in cui sembrava impossibile orientarsi.
Insomma, l’arrivo di Enzo Maresca al Manchester City non ha nulla a che vedere con il nostro calcio, ma ci dice comunque tanto sul nostro movimento. Se pure non dovesse tornare in Italia nel breve periodo, mettendo a disposizione del calcio italiano tutta l’esperienza acquisita all’estero, la sua parabola ci deve servire da riferimento: la contaminazione è la miglior forma di crescita. Se le nostre risorse più talentuose decidono di lasciare il paese è perchè altrove sanno di potersi formare meglio, e soprattutto sanno di poter sperare in un’ascesa che in Italia è resa quasi utopistica dal poco coraggio dimostrato dai grandi club. Sembra che, poco a poco, se ne stiano rendendo conto anche i calciatori, sempre più scoraggiati dall’«aridità della terra italiana» (metafora utilizzata da Silvio Baldini, alla guida dell’Under-21 e ct ad interim della Nazionale maggiore). Per notarlo, basta spostarsi a Dortmund, dove Samuel Inacio (2008) – ex Atalanta – Luca Reggiani (2008) – ex Sassuolo – e Filippo Mane (2005) – ex Samp – hanno sempre più minuti a disposizione e vengono premiati per il coraggio di lasciare casa.
L’aridità, forse, si supera proprio col flusso costante di risorse: risorse che vanno, all’estero, per contaminarsi, arricchirsi, e poi, chissà, un giorno ritornare per mettere a disposizione del movimento le proprie competenze; e risorse che arrivano, da fuori, per contaminarci direttamente e sfidare i nostri pregiudizi conservatori, tipici di chi il calcio di alto livello non lo fa da vent’anni, ma ha ancora la presunzione di credere di non avere nulla da imparare dagli altri. Forse, finalmente, qualcosa si muove, ed Enzo Maresca è una delle storie che lo dimostrano.