La storia di Wimbledon è unica e incredibile fin dal giorno zero, e continua a esserlo

Il torneo più importante del tennis ha sempre avuto un'aura impregnata di storia, di tradizione, di gloria. E continua ad averla ancora oggi, ben oltre il suo significato sportivo.
di Marshall Jon Fisher 30 Giugno 2026 alle 12:07

Il primo fermo immagine di Wimbledon – non il tranquillo sobborgo residenziale nel sud-ovest di Londra, ma Wimbledon, la Mecca del tennis
– che si incontra camminando per Church Road, appena usciti dalla fermata della metropolitana di Southfields, è la vista, attraverso le siepi e le recinzioni verde scuro, dei campi di allenamento. Giovani uomini e donne, vestiti di bianco, colpiscono palline da tennis su un grande prato segnato da linee di gesso bianco. È un’immagine non così distante da quella di uomini inglesi del 1873 nell’intento di colpire una palla bianca su un campo a forma di clessidra, all’interno di un parco di una grande casa padronale. Un ufficiale dell’esercito inglese, il Maggiore Walter Wingfield, inventò il gioco in quell’anno, modellandolo sulle versioni che si giocavano in campi coperti. Lo battezzò Sphairistiké (“giocare con la palla”, in greco), ma la maggior parte lo chiamava “tennis sull’erba”.

Appena quattro anni dopo, nel 1877, in questo comune sobborgo si tenne il primo torneo di tennis del mondo. I vecchi grandi campioni – Ernest e Willie Renshaw, Reginald e Laurie Doherty, Arthur Gore e Tony Wilding – combattevano le prime battaglie di questo sport in vecchi terreni simili a piccole sabbiere, al 21 di Worple Road. Già all’inizio del nuovo secolo, la parola “Wimbledon” evocava non solo il torneo che si teneva all’All England Club, ma indicava anche i campionati mondiali non ufficiali.

Avvicinandosi al famoso Centre Court, lo stadio sovrastato dal tetto retrattile appare un impianto sportivo all’avanguardia del ventunesimo secolo. Ma all’interno è sempre lo stesso edificio dodecagonale che per quasi un secolo per qualcuno assomigliava a una residenza, per qualcuno a un teatro elisabettiano, per altri a un hangar. Una volta fuori dai corridoi bui, riemerge all’improvviso la luce del sole, dove lo sguardo tende al punto focale di questo Colosseo moderno: il campo da tennis più famoso al mondo, verde e liscio come una tavola da biliardo. Era ed è il campo da tennis più bello del mondo, un pezzo di terra consacrata ai giocatori di tennis. Attorno allo stadio, le gradinate
salgono così rapidamente che gli spettatori si sentono in bilico sui giocatori, racchiusi tutti insieme in un intimo rifugio dalle minacce del mondo esterno.

I forti colpi della pallina contro i piatti corda si alternano ai morbidi tonfi della palla sull’erba, come una percussione familiare. Sorridendo, ci si rende conto di trovarsi nella stessa struttura da 14mika posti costruita nel 1922 per ospitare le folle che accorrevano per vedere le prime superstar dello sport, come Suzanne Lenglen e Big Bill Tilden. E si viene risucchiati nella storia… Proprio su quella macchia d’erba lì davanti, una vita fa, Lenglen, o La Divine, come veniva chiamata dalla stampa, vinceva per sei volte i Championships, danzando sull’erba come una ballerina, svelando capricciosamente le caviglie, i polpacci, le braccia, e sorseggiando brandy tra un game e l’altro. Una giocatrice passionale che sbuffava, polemizzava, piangeva apertamente durante gli incontri, e che perse una sola partita dal 1919 fino alla fine della sua carriera nel 1926, quando si scoprì malata. Con Tilden, creò il primo culto della personalità nel mondo del tennis. Big Bill giocò nel nuovo stadio solo quattro volte, alla fine della carriera, e l’ultima volta, nel 1930, si laureò campione. Ma bastava la sua personalità straripante a catturare l’attenzione, anche più del suo gioco brillante che dominò il tennis per dieci anni. Big Bill è ancora laggiù, mentre sfida con lo sguardo un giudice di linea dopo una chiamata dubbia, mentre perde di proposito un punto dopo una chiamata a suo favore, o mentre realizza quattro ace di fila e consegna la quinta palla al raccattapalle.

Questo campo è infestato da altri fantasmi. Nel 2008, Roger Federer e Rafael Nadal giocarono la “miglior partita di sempre” dei tempi recenti (ogni generazione ha la sua “miglior partita di sempre”). Colpendo la pallina con una forza sconosciuta, inimmaginabile per Tilden o Lenglen, e per giunta con una precisione quasi sovrumana, riempirono lo stadio del fragore delle esplosioni come due grandi timpanisti in un duetto. La partita, disputata prima dell’installazione del tetto, si dilatò nello spazio di un lungo pomeriggio, per via dei continui rinvii dovuti alla pioggia, e si concluse poco prima che calasse il buio, con i giocatori e il pubblico che a stento riuscivano a vedere la pallina negli attimi finali della partita, giocati sotto il tramonto del Centre Court, come non accadrà mai più. Trent’anni prima la storia fu scritta su questo campo da due finali con protagonisti Bjorn Borg e John McEnroe, inclusa la “battaglia del 18-16”, il fenomenale tie-break nel quarto set nel 1980. Evert e Navratilova prolungarono la loro storica rivalità su questo campo per nove volte, ognuna delle quali con un match tirato, sebbene il serve-and-volley di Martina prevalse per sette volte.

Prima di loro si affrontavano Billie Jean King e Margaret Court, e poi, a ritroso, tutti i grandi campioni da Rod Laver a Fred Perry. Le urla, i grugniti, le scivolate delle scarpe sull’erba, e ovviamente i colpi delle corde sulla pallina echeggiano ancora, anche se debolmente, sul palcoscenico del Centre Court. Come i rumori e il vociare di quella che è stata, probabilmente, la partita più combattuta nella storia di questo campo: l’incontro decisivo della Coppa Davis 1937 tra Stati Uniti e Germania. L’assegnazione del trofeo venne rimandata alla partita finale: il campione del mondo Don Budge per gli Stati Uniti contro Baron Gottfried von Cramm, il numero 2 al mondo e il giocatore più popolare. La cornice era il Centre Court in quanto la nazione campione in carica, la Gran Bretagna, era anche Paese ospitante.

Nel 1937 il torneo di Wimbledon era già “il titolo più grande dello sport moderno”, e questo prato era diventato l’altare, l’edificio del Sacro Tempio del tennis. Ogni grande campione – Tilden, Lenglen, Vines, Perry e, qualche tempo dopo, Budge – vi si era inchinato. Cramm – un aristocratico tedesco, bello come una star cinematografica, un modello inarrivabile di sportività – aveva perso la finale di Wimbledon per tre anni di fila e aveva l’occasione di riscattarsi regalando al suo Paese la prima Coppa Davis della storia. Giocava anche per molto di più. Le autorità naziste sapevano, a differenza del pubblico, che Cramm era omosessuale, e più volte gli avevano fatto sapere che lo avrebbero lasciato in pace finché fosse stato determinante nella squadra tedesca e finché non avesse criticato il regime di Hitler. Sugli spalti, Bill Tilden osservava non solo in quanto amico di Gottfried, ma anche come coach – seppure non ufficiale – della squadra tedesca. Omosessuale anche lui, Tilden era stato ignorato dall’associazione tennistica statunitense come coach e aveva così accettato l’offerta della Germania.

Tre settimane prima, Budge aveva domato Cramm nella finale di Wimbledon, ma, quel giorno, era chiaro fin dall’inizio che le cose sarebbero andate in modo molto diverso. Esibendo il miglior tennis nella partita più importante della sua vita, Cramm vinse i primi due set, 8-6 e 7-5. Allora Budge dimostrò la sua classe da campione, recuperando con una grande forza di volontà e vincendo i successivi due set. Ma ancora una volta Cramm, giocando “come farebbe Dio” (come disse un tifoso seduto in tribuna), prese il largo nel set decisivo fino a condurre per 4-1. Budge recuperò ancora con un tennis “pazzo e ispirato”. «I suoi recuperi», scrisse un reporter «erano qualcosa di miracoloso». Pareggiò i conti, e i due giocatori continuavano a sfidarsi dopo le cinque, dopo le sei, con la folla in piedi, l’impianto non illuminato, tanto quanto lo sarebbe stato settantuno anni dopo per Federer e Nadal. Alla fine, con entrambi i giocatori che «ispiravano uno splendore pari quasi al talento fisico», Budge riuscì a spuntarla e ad aggiudicarsi il set per 8-6, regalando la Coppa Davis al suo Paese. «Nessun uomo, vivo o morto», disse il coach americano Walter Pate «avrebbe potuto batterli quel giorno».

Budge avrebbe ancora vinto Wimbledon l’anno successivo, mentre Cramm non sarebbe mai più tornato. Finì in una prigione nazista, dopo essere stato arrestato per aver espresso pubblicamente commenti sprezzanti su Hitler (in seguito, sopravvisse ai nazisti e alla guerra e divenne una star del tennis della Germania Ovest). Anche Wimbledon si silenziò durante la guerra. Invece di ospitare il miglior tennis del mondo, l’impeccabile manto erboso del Centre Court fu utilizzato per allevare maiali a fronte della grande richiesta di carne. Durante il Blitz, pezzi del palco reale si staccarono dal vecchio e fragile sostegno. Questi suoni di legno ed erba si sarebbero riverberati per l’eternità in questo luogo sacro.

Da Undici n° 68
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