Alzare al cielo la Coppa del Mondo è la cosa più grande di tutte, intervista a Mazinho

L'ex centrocampista del Brasile ricorda la vittoria del 1994: la finale vinta contro l'Italia, la foto iconica con Bebeto e Romário, una Seleção equilibrata ma anche piena di qualità offensiva.
di Davit Caldas 16 Luglio 2026 alle 16:17

Iomar do Nascimento è diventato Mazinho da bambino. Era magrissimo fin dai suoi primi calci al pallone nella piccola cittadina di Santa Rita, nello stato del Paraíba, nel Nordest del Brasile. A 16 anni si è trasferito a Rio de Janeiro e ha iniziato la sua carriera nel Vasco da Gama, il club che lo ha portato fino alla Nazionale brasiliana. Campione in Copa América nel 1989 al Maracanã, uno stadio che sognava di visitare (da ragazzo, prima della sua prima partita lì, si sdraiò e si rotolò letteralmente sul cemento del vecchio impianto), Mazinho ha vissuto un sogno ancora più grande vincendo la Coppa del Mondo con il Brasile al Rose Bowl il 17 luglio 1994.

Nel 1994, la Seleção era reduce da una dura campagna di qualificazione e da una sconfitta contro l’Argentina nei Mondiali del 1990. Quelle cicatrici hanno forgiato quel gruppo?
L’esperienza del Mondiale ’90 fu del tutto negativa per noi, ma allo stesso tempo positiva. Negativa a causa dei tumulti di quel momento, per esempio tutta la storia èer cui coprimmo il logo dello sponsor sulle maglie con le mani e l’eliminazione agli ottavi di finale, ma tuto questo ci rese più forti. Gran parte di quel gruppo del 1990 era lì nel 1994. Io ero nel giro della Seleção dal 1987, e all’interno del gruppo succedeva sempre qualcosa. Nel 1994 andò tutto in maniera liscia. La prima cosa che ci dicemmo quando rispondemmo alla convocazione negli USA fu: «Non ci importa dei soldi; vogliamo essere campioni. Non vogliamo discutere di premi; non vogliamo discutere di nulla. Qual è la cifra? È questa? Va bene, lavoriamo e vinciamo». Eravamo concentrati mentalmente sulla conquista del titolo, sul lottare per ottenerlo. La forza mostrata dai giocatori, che entravano in campo tenendosi per mano, stava nel fatto che la squadra era veramente unita. È stato attraverso quell’unità e quella forza che abbiamo raggiunto il nostro obiettivo di diventare campioni del mondo.

Ricordata per la qualità dei suoi attaccanti, la squadra brasiliana subì solo tre gol in sette partite nel Mondiale 1994. Quanto fu importante quel sistema difensivo impostato da Carlos Alberto Parreira?
Eravamo una squadra molto ben collaudata difensivamente. Ma quando avevamo la palla, giocavamo. Dunga dice spesso una cosa vera: abbiamo fatto tutto il Mondiale senza fare un solo passaggio indietro a Taffarel. Quando non avevamo la palla, cercavamo di tappare ogni falla per non lasciare alcuno spazio agli avversari. Questo ha reso il Brasile solido in difesa. La nostra coppia di difensori centrali titolare doveva essere composta da Ricardo Gomes e Ricardo Rocha, ma si infortunarono. Prima ancora, Mozer era stato tagliato. Ma Aldair e Márcio Santos erano pronti. Credo che tutti fossero in armonia difensiva. Qualsiasi coppia tra loro quattro si sarebbe integrata alla perfezione.

Romário e Bebeto erano le stelle, ed entrambi giocavano in Spagna. Come fu organizzata la squadra per permettere loro di brillare?
Il nostro piano di gioco era dare loro la libertà di fare ciò che sanno fare meglio: segnare gol. Difensivamente, lavoravamo un po’ di più. Recuperavamo il pallone e cercavamo di farlo arrivare a Romário e Bebeto nel modo più pulito possibile. Dovevamo fare noi il “lavoro sporco” nelle retrovie. Non perdevamo il pallone facilmente. Se ci fai caso, il Brasile non ha mai giocato con un 4-4-2 classico; era sempre un 4-3-3. Parreira e Zagallo dovettero ideare un modulo per eguagliare lo stile tattico degli europei, sapendo che tecnicamente avremmo potuto vincere noi. Lavoravamo affinché Bebeto e Romário avessero le loro occasioni per segnare. Ed è esattamente quello che è successo in quel Mondiale.

Hai preso il posto di Raí durante il Mondiale. Cosa credi di aver offerto alla squadra di diverso rispetto a lui?
Non direi di essermi conquistato il posto. Ho solo lavorato e mi sono tenuto pronto per cogliere l’opportunità di giocare, nel caso si fosse presentata. Ed è successo. È iniziato tutto nei minuti che ho giocato contro il Camerun. La squadra ha trovato la quadra alla perfezione dal punto di vista tattico. Ho mantenuto l’assetto tattico che voleva Parreira, specialmente perché avevo caratteristiche più difensive. Potevo aiutare ancora di più tatticamente. Siamo diventati più solidi in campo, con una fascia destra più forte formata da me e Jorginho. Ero stato un terzino. Giocavo sia a sinistra che a destra. Avevamo schemi in cui ci sovrapponevamo a destra per crossare in area. Questo ha aiutato notevolmente il sistema tattico della squadra.

Quanto rispetto provavate per l’Italia alla vigilia di quella finale? Un’Italia con Arrigo Sacchi, Baresi, Baggio, Maldini e tanti altri…
Non c’è dubbio che il rispetto fosse immenso. Penso che l’Italia fosse una squadra difensivamente poderosa, eppure molto simile a noi nel suo sistema tattico. Un sistema di giocatori fortissimi in fase difensiva, ma che avevano tutti anche qualità col pallone tra i piedi e giocavano in modo perfetto. È stata una partita molto calcolata, molto elaborata difensivamente, ed entrambe le squadre hanno cercato di capitalizzare le occasioni da gol. Sia loro che noi abbiamo avuto occasioni per segnare, ma purtroppo è finita 0-0. Ma l’Italia è sempre un “osso duro”. L’Italia ha sempre queste squadre che fanno molto rumore in un Mondiale. Purtroppo, a chi di noi ama e conosce bene il calcio italiano, manca davvero vederli in una Coppa del Mondo. Ormai sono passati tre tornei senza l’Italia. Per me, avendo giocato nella Fiorentina e nel Lecce, è un vero dispiacere. Ma tutto va a cicli. L’Italia resta una squadra di grandissimo rispetto sul palcoscenico mondiale.

Quali sono i tuoi ricordi più belli di quella vittoria?
Ho così tanti ricordi…. Senza dubbio, ciò che rimane iconico sono i gesti che abbiamo fatto per la nascita di Matheus, il figlio di Bebeto. Non c’era nulla di preparato; è successo tutto in quell’istante. Bebeto segna, fa il gesto di “cullare il bambino”. Arrivo io, poi arriva Romário. Quell’immagine è diventata virale in tutto il mondo. Ancora oggi autografo quelle foto. C’è sempre un tifoso che si presenta con quella foto mitica di me, Bebeto e Romário. Per me, quello è stato uno dei ricordi più belli della mia vita. Ma alzare il trofeo, sollevare la coppa, quella è la cosa più grande di tutte. È l’emozione che abbiamo provato in quel momento, quando abbiamo stretto tra le mani quel trofeo, così desiderato e atteso da milioni di giocatori, e abbiamo raggiunto quell’obiettivo. È stato meraviglioso. Potrei elencare un’infinità di emozioni meravigliose qui, ma quei due momenti sono stati davvero quelli che mi hanno segnato.

Da Undici n° 68
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