A Hong Kong, quest’anno, una squadra di basket della città ha vinto un trofeo continentale mentre la nazionale maschile è rimasta fuori dagli Asian Games. A maggio, il South China Athletic ha battuto i taiwanesi del Taoyuan Pauian Pilots 113-103 nella finale della BCL Asia-East, a Johor Bahru, conquistando il primo titolo continentale della sua storia. Il modo in cui ci è arrivato rende la vittoria ancora più significativa: South China aveva vinto appena una delle prime quattro partite del torneo, poi aveva battuto i Chinggis Broncos a Ulan Bator per conquistarsi un posto nel Final 6. Da lì ha cambiato marcia: quattro vittorie consecutive, fino al titolo. Al centro della rimonta c’era Glen Yang, la guardia canadese tornata nel club con cui aveva iniziato la carriera professionistica a 19 anni. È stato lui a chiudere il torneo da MVP.
Il giorno della finale, però, la cosa più interessante non era soltanto che una squadra di Hong Kong avesse vinto in Asia. Era che cosa significava: South China è una società che esiste da quasi un secolo ed è la più titolata nella storia della Hong Kong A1 Division. Il suo ritorno sulla scena continentale era già una storia prima ancora di vincerla: con la qualificazione alla Basketball Champions League Asia 2026, è diventato il primo club di Hong Kong a raggiungere la massima competizione asiatica per club dai tempi di Winling, nel 2002.
Eppure, mentre South China costruiva la sua piccola favola asiatica, il basket della città viveva un momento molto meno romantico. La nazionale maschile di Hong Kong è oggi 26ª nel ranking regionale FIBA e non prenderà parte agli Asian Games di settembre in Giappone. Sarà la prima volta in più di trent’anni che gli uomini non saranno ai Giochi asiatici. A marzo, il South China Morning Post raccontava le reazioni di giocatori e addetti ai lavori: tristezza, ma anche una certa rassegnazione. Il problema non era soltanto l’esclusione; era capire come fosse possibile che un movimento con ambizioni internazionali fosse arrivato a quel punto.
Per anni il sogno del basket asiatico è stato semplice: portare un giocatore nell’NBA. Yao Ming, Jeremy Lin, Rui Hachimura: ogni volta che qualcuno riusciva ad arrivare dall’altra parte del Pacifico, diventava un simbolo e passava alla storia. Ma il successo di un movimento non può essere misurato soltanto da quanti dei suoi giocatori riescono a uscire dal continente. Se il basket vuole diventare parte della vita sportiva dell’Asia, deve costruire anche qualcosa che abbia valore prima dell’NBA: partite, rivalità, club, trasferte, pubblico. Serve una competizione che permetta a una squadra giapponese di diventare familiare a un tifoso di Hong Kong, a una stella taiwanese di costruirsi un pubblico a Manila, a un ragazzo coreano di avere una trasferta da aspettare per mesi. Quella competizione, in parte, esiste già. Oggi EASL è passata dalle otto squadre e 28 partite della stagione inaugurale alle dodici squadre e 42 partite del 2025-26. E non è soltanto una questione di squadre. Yudai Baba, guardia della nazionale giapponese con esperienza in NBA G League, è un altro esempio di questa nuova dimensione regionale: EASL lo tratta come una delle proprie pietre angolari, non semplicemente come un giocatore asiatico passato dall’America.
C’è anche un’altra inversione interessante. EASL, ad esempio, ha pubblicato un video in cui Baron Davis, ex All-Star NBA, reagisce a Heo Hoon, uno dei migliori giocatori della KBL. È un piccolo ribaltamento di prospettiva: per una volta, è anche un pezzo del vecchio centro del basket americano a guardare verso l’Asia. EASL, intanto, sta entrando anche nella struttura ufficiale del basket continentale. Dal 2026-27, tre squadre della lega potranno qualificarsi per la Basketball Champions League Asia in base ai risultati ottenuti durante la stagione. La competizione non è più soltanto un nuovo campionato regionale: sta diventando anche una porta d’ingresso al vertice del basket asiatico. Questo cambia anche il significato delle partite. Hong Kong Eastern, per esempio, si prepara alla sua terza stagione consecutiva in EASL. Nel 2025-26 ha affrontato Utsunomiya Brex, Taipei Fubon Braves e Seoul SK Knights: nomi che, fuori dall’Asia, dicono ancora poco. Ma forse è proprio questo il punto. Le rivalità non arrivano preconfezionate ma vengono costruite man mano. Una partita contro Seoul oggi può essere semplicemente una partita contro Seoul. Fra cinque anni potrebbe essere quella che un tifoso ricorda perché lì Eastern ha vinto allo scadere, oppure perché un giocatore coreano ha segnato quaranta punti, oppure perché è stata la prima trasferta asiatica di un gruppo di ragazzi di Hong Kong.
Forse lo step successivo è imparare a non considerare più l’NBA come il centro del mondo. Non significa smettere di guardare verso l’America. Significa poter guardare anche di lato. Verso Tokyo. Seoul. Taipei. Manila. Hong Kong. Perché forse il futuro del basket asiatico non è arrivare al centro del gioco. È costruirsene uno.