«Ascolta, se mi dai la racchetta e le corde con cui giocano questi ragazzi oggi, posso servire a 255 chilometri orari miglia all’ora». Mark Philippoussis scherza. È il 29 agosto, al Ladies’ Recreation Club di Hong Kong, dove l’ex numero 8 del mondo, due volte finalista Slam e vincitore di 11 titoli ATP, è il protagonista di una matinée esclusiva: dai primi palleggi in campo con i soci e la firma dei gadget targati Isola Capital, per poi proseguire con un brunch e una chiacchierata informale con il CEO di Isola Capital, Anthony Chan. Sui campi in terra rossa del club, incorniciati dalla struttura imponente dell’LRC e dai grattacieli che si stagliano nel cielo di Hong Kong, Philippoussis cattura subito l’attenzione. In mezzo ai partecipanti all’evento, vestiti in prevalenza con i classici completi bianchi o maglie sportive tradizionali, l’ex tennista australiano opta per un essenziale e rigoroso total black.
Ancora oggi riesce a sfoderare un servizio impressionante nel circuito Legends. Al culmine della carriera aveva costruito attorno a quel colpo la propria identità: nel 1997 arrivò a 229 km/h, una velocità che all’epoca lo rese uno dei grandi “bombardieri” del circuito. Giocava con racchette più pesanti e compatte, pensate per il controllo. Oggi i professionisti tendono a preferire telai più maneggevoli e corde che aiutano a generare velocità e spin. È diventato più facile colpire forte senza perdere il controllo, tenere la palla in campo e darle più effetto. Per lui, però, il servizio non è mai stato soltanto una questione di potenza. Contava soprattutto la continuità: quando la prima entrava con regolarità, poteva tenere il servizio e permettersi di rischiare di più in risposta. La velocità, da sola, non era abbastanza. Direzione, effetto e ritmo potevano rendere il servizio imprevedibile. È il principio che applicò contro Andre Agassi a Wimbledon nel 2003, quando lo batté in cinque set al quarto turno con 46 ace. Contro Agassi, «sapevo che dovevo servire bene», oggi dice. Nei momenti decisivi fu proprio quel colpo a salvarlo contro la pressione incalzante dell’avversario.
Quando gli si chiede del rovescio a una mano, Philippoussis torna a un colpo che conosce come le sue tasche. Lo ha giocato per tutta la carriera e apprezza soprattutto quello dello svizzero Stan Wawrinka, uno dei più iconici della storia recente. Ma se dovesse insegnare tennis ai propri figli sceglierebbe il bimane: «La seconda mano offre più sostegno in risposta e sulle palle alte. Mia figlia, peraltro, ha già un buon rovescio a due mani; il problema è che dopo quattro minuti potrebbe essere più interessata a inseguire le farfalle. Mio figlio invece gioca a basket».
Ma il cambiamento più profondo riguarda superfici e palle. «Hanno rallentato i campi e, così facendo, hanno rallentato anche le palle». Il risultato, secondo lui, è un tennis più uniforme: anche sull’erba gli scambi possono allungarsi. Non è una critica agli atleti, che considera straordinari, ma alle condizioni che hanno reso più difficile la sopravvivenza di certi stili. «Non riesco a vedere un ragazzino che cresce dicendo voglio fare serve and volley, cioè servire e andare a rete». Anche l’allenamento è cambiato. Un tempo c’era più spazio per volée, schiacciate e gioco al volo; oggi il tennis si costruisce soprattutto da fondo. È un gioco di potenza e spin.
Per questo vorrebbe superfici più rapide e, soprattutto, più diverse tra loro. Quando l’erba premiava davvero chi sapeva servire e andare a rete, uno specialista poteva diventare una minaccia anche per i giocatori più forti. A Wimbledon c’erano uomini capaci di mettere in difficoltà i grandi nomi perché costruivano il proprio tennis sulla superficie: servizio, variazioni, gioco al volo. Un tempo, ricorda, Wimbledon aggiustava anche le teste di serie in base ai risultati sull’erba. Tra il 2002 e il 2019 il sistema teneva conto del rendimento sull’erba nei due anni precedenti. Il circuito era meno uniforme e gli stili potevano pesare sul tabellone.
Philippoussis però non si limita a rimpiangere il passato. Sinner e Alcaraz hanno già vinto Slam e raggiunto il numero 1 del mondo, ma continuano ad aggiungere elementi al proprio tennis, soprattutto a rete. I loro colpi da fondo possono produrre risposte più corte e creare l’occasione per scendere; possono sbagliare qualche volée, ma continuano a provarci. È così che, secondo lui, si evolve un campione: senza rinunciare alle proprie armi, ma aggiungendo soluzioni quando la partita lo richiede.

Il discorso torna infine ad Alex de Minaur, arrivato al numero 5 del mondo «È il numero 5 del mondo. Diciamolo pure ad alta voce: non è una cosa facile arrivare a quel ranking. Le sue armi sono velocità, gioco di gambe, mentalità e carattere. È un workhorse, capace di sostenere scambi da 20 o 30 colpi e correre senza sosta». Ma proprio questa qualità ha un costo: uno Slam significa sette partite in due settimane, al meglio dei cinque set. De Minaur deve accorciare gli scambi e trovare game di servizio più rapidi, meno dispendiosi. La soluzione, secondo Philippoussis, è il colpo uno-due: «Un grande servizio e poi il diritto». Non per cambiare identità, ma per trasformare velocità e resistenza in punti più rapidi. Con un tabellone favorevole, dice, può arrivare in semifinale. Se evita Sinner, Alcaraz, Djokovic o un avversario con quel livello di potenza, può trovarsi comodamente tra gli ultimi quattro.
Sfumato anche l’ultimo applauso e scattate le foto di gruppo, la terra rossa ritorna al ritmo lento dei palleggi dei soci del club. Ma il messaggio finale di Philippoussis resta sospeso nell’aria calda di fine agosto: il tennis può anche essere diventato una scienza esatta di potenza e atletismo, ma a fare la differenza, ieri come oggi, sarà sempre il coraggio di uscire in ogni modo dagli schemi.