Sono figli di un altro dio. Ragazzi che vanno matti per il calcio e si emozionano se al telefono c’è Zanetti. O Ibrahimovic. Non hanno idoli nella pallavolo. Al massimo fratelli maggiori. Perché la pallavolo italiana, nell’epoca in cui sono cresciuti loro, semplicemente non ne produceva. Produceva ottimi giocatori, chiaro, ma se togliamo gli ace di Zaytsev che hanno portato l’Italia alla finale olimpica di Rio 2016, la maggior parte di quei giocatori non sarebbe passato alla storia. Perché passi alla storia se vinci, funziona così. E allora ci hanno pensato loro. Dal 2021, cioè da quando hanno conquistato l’Europeo da semisconosciuti, non si sono mai fermati e la Nazionale maschile italiana oggi si prepara a giocare un Europeo in casa dopo aver vinto due Mondiali consecutivi. Sì, avete letto bene.
Partendo da Napoli, gli azzurri risaliranno a Modena, poi Torino e Milano – si augurano – per le finali. «Io sono malato di calcio, lo ammetto. Infatti non mi sentirete mai parlarne male. E posso affermare con assoluta certezza che la pallavolo, oltre a delle grandissime soddisfazioni come atleta, mi ha dato la possibilità di conoscere e frequentare i giocatori dell’Inter, farmi applaudire da tutto San Siro!». Queste parole sono di Alessandro Michieletto, lo schiacciatore che nel 2025 è stato eletto miglior giocatore del Mondo. Non proprio uno qualunque. C’è chi ha provato addirittura a sfondare, nel calcio. Non c’è riuscito e si è dato al volley. E’ Yuri Romanò (classe 1997 come Barella), che di questa nuova generazione probabilmente è l’emblema. Il ragazzo mandato dalla provvidenza agli Europei del 2021. Il mancino che arrivava direttamente dalla A2 quando in finale – una finale che fino a un attimo prima stavano perdendo, per di più – ha trascinato l’Italia all’oro quando nessuno ma proprio nessuno sapeva chi fosse. Quello che ha vinto prima un Mondiale e poi ha iniziato a giocare titolare nel club.
Sono figli di una generazione che non ha idoli ma neanche rivali, dentro lo spogliatoio. Che ti racconta come annaspava, l’attimo prima di vincere due Mondiali consecutivi. Ragazzi che si presentano ai microfoni con la medaglia d’oro al collo e invece di essere spavaldi gli si rompe la voce. Talenti sportivi pazzeschi a cui si inondano gli occhi di emozioni perché in studio c’è quel compagno infortunato e “ehi amico ho portato la tua maglietta sul podio perché era come se fossi lì con noi”. Una generazione di uomini amati anche per quel garbo e quella educazione che sembrano caratteristiche imprescindibili per finire sulla lista dei convocati. Perché qualcuno quei giocatori li ha scelti, li ha difesi, protetti, buttati nella mischia.
E quel qualcuno è Ferdinando “Fefè” De Giorgi, che nel 2021 ha rivoluzionato regole e giocatori. Ha escluso l’elefante nella stanza (lo Zaytsev di cui sopra) intuendo che, nonostante fosse ancora l’opposto più forte di tutti, rischiava di essere elemento fuori tempo. E ha avuto ragione, o meglio: i risultati gliel’hanno data. E gliel’hanno data non solo dopo aver vinto il primo Mondiale nel 2022, a 24 anni di distanza dall’ultima volta, ma anche dopo quello del 2025 che è passato attraverso l’insoddisfazione del gruppo verso alcune regole che non erano più attuabili. Specie se non si vince (leggi Parigi) e la frustrazione sale. Perché lo sanno tutti che nel volley maschile i Giochi olimpici sono una ferita aperta da sempre. A maggior ragione ora che la Nazionale femminile, invece, quell’oro se l’è messo al collo al primo colpo.
Ma a Fefè, basta dire Fefè nella pallavolo – cinque ori Mondiali: tre da giocatore e due da allenatore – gli va dato atto che ha sempre avuto una visione chiara. Quando nel 2021 ha avuto l’incarico dalla Federazione, in realtà il C.t. era ancora Blengini. Una cosa curiosa. Anche per uno con il suo umorismo. E così mentre l’uno era a Tokyo con Juantorena e Zaytsev, lui, De Giorgi, stava plasmando l’Italia che sarebbe venuta dopo. «Il ricambio generazionale ce l’avevo già in testa. Non è che potevo decidere in base a come andavano i Giochi. Di questo progetto Simone Giannelli doveva essere il leader, non avevo dubbi. Gli ho dato subito spazio e ruolo perché gli ho sempre riconosciuto delle qualità personali altissime».
E non c’è dubbio che il palleggiatore azzurro, grazie a quella fiducia, ha completamente svoltato la sua carriera. Perché fenomeno Giannelli lo era da tempo, ma De Giorgi l’ha finalmente riconosciuto come leader. «Fefè credeva nella mia leadership e mi ha affidato la squadra. Per me è un onore essere il capitano», dice lui. Però non è solo quello. E’ come se, usciti dal giro certi senatori, Giannelli si fosse ritrovato con un peso in meno sulle spalle. «Quello che volevo era che tutti fossimo sullo stesso livello, tutti con gli stessi diritti, quelli appena arrivati in nazionale e i giocatori più esperti. Io per primo voglio fare le stesse cose del ragazzo più giovane. Questo modo di fare ci unisce tutti». Eccola la chiave del successo: fortissimi singolarmente, vincenti in gruppo.
Torniamo un attimo a Yuri Romanò. Malato di calcio e pazzo dell’Inter (unica vita, quella del calciatore nerazzurro, che scambierebbe con la sua) fa un parallelismo che serve a capire perché la pallavolo vince così tanto. «Nel calcio è tutto più grande e questa è la fortuna degli sport così detti “minori”. Noi non abbiamo tutta quella pressione, che è solo negativa. Noi viviamo il nostro sport con più gioia e serenità. Nel calcio ci vorrebbe una rivoluzione. Non so dire quale, so che la pallavolo ha iniziato a vincere facendo giocare i giovani». Perché se in campo quello che dice Giannelli ha fatto la differenza, prima c’è quello che ci ricorda Romanò.
E allora servono le parole del presidente Federale, Giuseppe Manfredi, per chiudere il cerchio. D’accordo i Giannelli, d’accordo le Egonu e i Michieletto. Ma come c’è riuscita la pallavolo italiana a vincere una medaglia d’oro olimpica e una mondiale con le donne e due ori mondiali consecutivi per gli uomini? «La regola che in campionato ci devono essere sempre tre italiani in campo è determinante. La Federazione fa sistema con le Leghe e i club di serie A, che i nostri giovani li fanno giocare. Noi non pensiamo solo a trovare il prossimo Simone Giannelli o la prossima Paola Egonu, loro sono dei fenomeni, noi vogliamo preparare gli atleti all’alto livello. Il volley ha un sistema di reclutamento eccellente ed è presente a tutte le manifestazioni giovani per cui un giocatore arriva pronto al massimo campionato. I club, poi, sono consapevoli che se hanno giocatori italiani hanno più appeal nei confronti di tifosi e atleti del futuro, perché i giovani hanno bisogno di vedere campioni italiani». Gli stessi che vincono due Mondiali di fila e poi si stupiscono: «Ricevere i complimenti di Barella, Adani, Cassano, persone che guardo in tv e sapere che sono loro ad aver visto me, mi sembra ancora una roba assurda», chiosa Romanò. Sono figli di un altro dio, che ci volete fare.