Saper capire quando è il momento giusto, saper pazientare in silenzio, seppur soffrendo, è un’arte. Mattia Bottolo, anche quando deve rispondere alle domande, non è mai impulsivo, prende un respiro profondo, aggiusta i pensieri e dà voce a parole messe in ordine con umiltà, dote che si riconosce. Il pallavolista classe 2000, in forza alla Lube Civitanova, è uno dei pilastri della Nazionale italiana di volley maschile di Ferdinando De Giorgi. In bacheca vanta due ori mondiali, un oro e un argento continentali e forse anche per questo, nella prima settimana della Volleyball Nations League 2026, ha visto sulla sua maglia numero 12 (scelto per il padre che giocava) i gradi da capitano. In un reparto, specialmente in maglia azzurra, dove ci sono vari talenti, si sta prendendo la scena e potrebbe essere una delle certezze dell’Europeo 2026. Nato a Bassano del Grappa, laureato in Biologia a dicembre ’25, lo schiacciatore, negli ultimi anni, è cresciuto tantissimo, all’insegna di quella continua spinta a volersi migliorare, di quella mentalità che lo porta a vedere tutto come «una scala da salire, non come un piano diritto».
Avresti mai immaginato o anche solo creduto, un giorno, di poter essere capitano?
Credo di no, credo di non averlo nemmeno mai pensato o creduto possibile, non era uno degli obiettivi che mi prefiggevo. Per me la cosa importante era poter indossare la maglia azzurra, competere. Va anche detto che forse non ero così… come dire, lungimirante da poter pensare di poter avere la fascia da capitano, anche solo per una partita. Forse avere questo ruolo in campo era un po’ più fattibile. In più noi abbiamo Simone (Giannelli, ndr) come capitano: non ha così tanti anni più di me, ma di solito si tende ad affidare questo incarico a chi ha più esperienza e la fascia è sua non c’è da discutere (nella prima settimana di VNL è stato lasciato a riposo, ndr). Quando ho visto le convocazioni di VNL ho pensato che forse avrei potuto avere una chance. E così, appena è successo è stata una cosa piacevole, mi ha riempito il cuore. È stato un onore incredibile rappresentare il Paese per primo… quando c’è l’inno, quando sei in spogliatoio o, quando ci si mette in riga prima della partita, fa effetto.
È iniziato un nuovo corso senza Simone Anzani, che eredità vi ha lasciato?
Abbiamo avuto due Simone (con Giannelli, ndr). Anzani ha deciso di dare priorità alla propria famiglia anche nei momenti più difficili. Abbiamo avuto un Simone capitano e uno come vice. Entrambi sono stati importanti, soprattutto agli albori di questo gruppo quando, alla fine, avevamo poche, se non veramente quasi nessuna esperienza in Nazionale, mentre loro invece arrivavano da un altro gruppo. Sono riusciti a portare il proprio bagaglio personale, maturato giocando anche con altri. Non si può nemmeno capire quanto sia importante questo nella pallavolo, ovvero tramandare certi insegnamenti. Il nostro è un gruppo sano e per questo dobbiamo ricordarci da dove siamo partiti, oltre che dalle nostre singole personalità e dalle dritte dei due Simone.
Si va verso un campionato europeo con un livello sempre più alto. Voi avete parlato più volte della forza di questo gruppo, della vostra unione: secondo te è davvero questo che vi ha sempre dato la spinta in più?
Di sicuro aiuta nei momenti più difficili. Le estati azzurre sono qualcosa di stupendo e unico. Il nostro sport, però, a differenza magari di altre discipline, richiede di essere lontani da casa per tanti mesi, in stagione con i club e poi d’estate. Sono momenti complessi, dove spesso il singolo giocatore percepisce questa distanza dalla famiglia, dalle persone care, che sai che non rivedrai per un po’. Capita di tornare a casa dopo un mese intero in giro per vari tornei, di fare qualche giorno di pausa e poi di ripartire subito. In poco tempo ricominci e avere alle spalle un gruppo di un certo tipo, unito, ti permette veramente di alleggerire questa ”stanchezza”, come si suol dire, mentale più che fisica. Tutto ciò si traduce in forza quando i 14 giocatori di una competizione, ai quali si aggiungono gli altri convocati, hanno un ruolo specifico e sanno cosa devono fare. È una cosa di un’importanza vitale, visto che ad alti livelli la differenza la fanno uno o due palloni. Avere la sicurezza che tu sia in grado di fare qualcosa, ma se non fosse la tua giornata ci sarebbe qualcuno dietro che potrebbe farlo o qualcuno al tuo fianco, è un grosso plus.
Il vostro, soprattutto dopo i Giochi di Tokyo 2021, era un gruppo giovane. il ct della femminile Julio Velasco ha parlato di quanto sia difficile per chi ha meno esperienza all’anagrafe emergere, secondo te è così?
Non ho l’esperienza che ha Julio (ride, ndr) per potermi esporre in maniera così netta. Dal mio punto di vista un giovane per riuscire ad arrivare, ad affermarsi ai livelli o comunque nello sport che conta, deve farsi il quadruplo delle ossa. Bisogna emergere tra tanti e nel momento in cui ci si riesce, si hanno tutte le luci dei riflettori puntati addosso e quindi anche giudizi che colpiscono il doppio perché non hai ancora le difese o comunque non sei del tutto capace di riuscire a separare i commenti utili da quelli neutri o non utili per la tua crescita. In quelle situazioni il giudizio di una persona influisce il doppio. Questo succede se non hai ancora avuto il tempo di fare il tuo e di dimostrare il tuo valore. Se guardo il mio percorso, è indubbio che non sia facile ritagliarsi il proprio spazio, però se una persona ha le capacità e ha anche il carattere per andare oltre gli ostacoli iniziali, dopo sarà un giocatore che riuscirà, non solo a farsi notare, ma anche a dimostrare il proprio talento.
A proposito di questo, hai mai dubitato del tuo percorso?
Ho incontrato difficoltà più grosse sicuramente, magari non all’inizio. In un breve arco di tempo riuscivo sempre a trovare una soluzione, qualunque cosa nuova che provassi, nelle posizioni in cui mi mettevo, con un club o con l’altro. C’è stato un momento in cui ho fatto più fatica: gli ostacoli non arrivano solo una volta ma continuano a capitare nella carriera di uno sportivo di alto livello e capitano tuttora. A volte sono più difficili da sormontare e più lunghi rispetto ad altri (ride, ndr). C’è stato un certo punto in cui, e questo succede spesso nel proprio viaggio, non avevo fiducia, non ero in grado di far vedere o esprimere il mio potenziale. È stato complesso trovare un’arma a mia disposizione per rispondere a “critiche” o comunque ai vari giudizi.
Anche nei momenti no, c’è sempre stata la tua famiglia di origine pallavolistica, dal nonno dirigente a tuo papà ex giocatore. Che ti hanno insegnato?
Di sicuro posso dire l’umiltà, perché nessuno di loro ancora oggi, in particolar modo mio papà, perché è quello a cui sono più legato, ha mai celebrato troppo i miei successi. Questo fin da quando ero piccolo. Un atleta, è vero, deve vincere ma deve farlo con modestia, continuando a lavorare. Ho sempre avuto questa mentalità e questo permette, quando continui a superare i vari step, i vari scalini, di essere in grado di vedere una scala da salire e non un semplice piano dritto.