Sun Xinran ha vinto gli US Open Junior, confermando di essere la nuova giovane stella del tennis cinese (e non solo)

Dopo due finali perse nei tornei dello Slam, è arrivato un titolo che sa di rivalsa. Ma la parte più interessante, e più difficile, inizia adesso.
di Angelica Moschin 15 Settembre 2026 alle 01:38

C’era aria di rivalsa e di conti in sospeso agli US Open Junior. Almeno per chi guardava. Sun Xinran, invece, continuava a ripetere che «ogni risultato è okay», purché si combatta al 100%. Dall’altra parte della rete, un’avversaria che Sun conosceva bene, fin troppo bene: Anna Pushkareva. Due mesi prima, a Wimbledon, era stata proprio lei a battere Sun in finale, dopo due ore e 23 minuti, rimontando un set e vincendo col punteggio di 5-7 6-3 6-4. A Parigi, invece, Sun aveva perso l’ultimo atto contro Alisa Oktiabreva. Tre finali Slam junior in una stagione e due sconfitte che, prima di New York, avrebbero dovuto metterla fuori gioco. Ma, nelle sue interviste, Sun Xinran torna continuamente sul concetto di «mental»: la testa, la resilienza, quel non so che che ti fa andare avanti malgrado tutti e tutto. Malgrado le delusioni.

Contro Pushkareva, questa volta, è finita 6-4 4-6 6-0. Nel terzo set, la tennista cinese ha smesso di lasciare spazio all’avversaria, ha preso possesso della palla e ha cominciato a comandare gli scambi con maggiore continuità. Ha commesso appena tre errori non forzati. Pushkareva, invece, ha toccato quota undici. La partita, a quel punto, ha preso un’accelerata improvvisa che profumava già di vittoria.  Nel tennis, come nello sport in generale, la memoria è spesso corta: si ricordano soprattutto i traguardi (o le sconfitte) più recenti. Ma, a guardare bene, prima di New York Sun aveva già costruito un’esperienza di tutto rispetto. A 15 anni aveva chiuso il 2025 vincendo l’Orange Bowl e, qualche settimana prima, due W15 consecutive a Sharm El Sheikh. A maggio aveva vinto il Trofeo Bonfiglio di Milano, diventando la prima giocatrice cinese a conquistare il titolo singolare femminile. Nel frattempo era salita al numero uno del ranking junior e intorno alla posizione 600 della classifica WTA. Sono numeri che, messi uno accanto all’altro, hanno un significato importante. Ma il tennis a quell’età è un gioco sui generis e anche un po’ crudele: le ragazze vincono molto per qualche mese, entrano nei radar e poi si scontrano con il circuito professionistico, A quel punto devono ricominciare a misurarsi con avversarie più esperte. Sun è ancora lì.

È nata a Shenzhen e da anni si allena in Serbia con Goran Životić. Lo ha conosciuto da bambina e ha costruito a Belgrado una buona fetta della propria formazione. La sua storia è quindi più internazionale di quanto non si pensi: una ragazza cinese giovanissima cresciuta lontano dalla Cina, fra allenamenti, tornei junior, i primi tornei professionistici e gli innumerevoli spostamenti che caratterizzano la vita di un/una giovane tennista. A maggio, quando ha vinto il Bonfiglio a Milano c’erano già tutti gli elementi che oggi sembrano comporre un iter preciso, anche se allora era semplicemente una sedicenne che aveva performato meglio delle altre per una settimana. 

Alla vigilia della finale di New York, Sun aveva detto che avrebbe giocato «come se dovessi perdere». Insomma: non aveva voglia di arrivare in campo pensando a quello che era successo a Parigi o a Wimbledon. Pushkareva era la stessa, ma il torneo era un altro. Nel primo set Sun ha trovato il modo di condurre il gioco; nel secondo ha perso qualche colpo, soprattutto in aggressività, e la partita è tornata alla pari. Poi è successo quello che spesso si cerca di spiegare con parole troppo grandi e che, sul campo, è in realtà molto più concreto: ha ricominciato a colpire meglio. Ha preso più rischi, ha accorciato gli scambi e ha tolto tempo all’avversaria. Il 6-0 è arrivato senza grossi problemi.

Il titolo rende Sun la seconda cinese a vincere il singolare junior femminile degli US Open, dopo Wang Xiyu nel 2018. Nel frattempo il tennis femminile cinese ha cambiato dimensione e oggi il nome di Qinwen Zheng è quello che viene giocoforza avvicinato a Sun. Zheng ha costruito una parte della sua identità a Barcellona, con Pere Riba, ed è arrivata alla finale dell’Australian Open e all’oro olimpico di Parigi. Sun sogna di percorrere una strada simile. Lo ha detto lei stessa: vorrebbe vincere l’Australian Open e, un giorno, affrontare Zheng nel circuito maggiore. Per ora le due giocatrici non si sono ancora incontrate, ma Sun custodisce gelosamente una pallina con la firma di Zheng fatta apposta per lei.

Il ranking junior, da qui in avanti, conterà sempre meno. Le partite professionistiche hanno un’altra durata, un altro peso e spesso un’altra qualità del tennis nei momenti importanti. Ci saranno tornei nei quali Sun partirà favorita e perderà al primo turno. Altri in cui dovrà giocare tre ore contro una 24enne classificata molto più in basso di quanto immaginasse. Dovrà servire meglio, difendersi quando non riuscirà a comandare, capire quanto può forzare senza perdere il controllo. Sono cose che non si imparano vincendo un titolo junior.

Per adesso c’è la vittoria di New York, arrivata dopo due finali perse: un successo che racconta, meglio di qualsiasi intervista, la forza mentale di un’atleta capace di sublimare una battuta d’arresto in un’occasione per ripartire con più grinta di prima. Dall’altra parte della rete c’è ancora Pushkareva. E Sun gioca il terzo set con una tranquillità (quasi uno stoicismo, verrebbe da dire) che, qualche mese prima, forse non avrebbe trovato. Sun, dopotutto, ha 16 anni. Tra qualche settimana tornerà a giocare un torneo, probabilmente su un campo molto meno affollato di quello di New York. Non ci sarà un trofeo junior a decidere la giornata e nessuno le restituirà i punti se una partita andrà male. È lì che comincerà la parte più imprevedibile della storia. E, probabilmente, quella che vale davvero la pena seguire.

>

Leggi anche