Xavi ct dell’Olanda è una storia bella e suggestiva, ma non è tutto oro quello che luccica

L'ex tecnico del Barcellona garantisce un ritorno al dna del calcio Oranje, ma non era la prima scelta e avrà a che fare con dei giocatori che potrebbero non sposarsi con le sue idee.
di Alec Cordolcini 24 Settembre 2026 alle 02:10

Nel 2010, dopo la finale Mondiale persa contro la Spagna, la rivista olandese di cultura calcistica Hard Gras mise in copertina l’intervento killer di Nigel de Jong ai danni di Xabi Alonso. Titolo: “La nuova scuola olandese”. Erano vicecampioni del mondo e quasi se ne vergognavano. Il pragmatismo dell’Olanda di Bert van Marwijk, trasformatosi in autentica ferocia durante l’ultimo atto, aveva lasciato il segno, proprio come i tacchetti di De Jong sul petto del fuoriclasse spagnolo. Ovviamente non c’era unanimità di pensiero, né tra gli addetti ai lavori e tantomeno dentro l’opinione pubblica, perché il risultato raggiunto rimaneva notevolissimo per un Paese che raramente è riuscito ad arrampicarsi così in alto.

16 anni dopo è toccato proprio Nigel de Jong, in qualità di Director of Top-level Football della Federcalcio Olandese (KNVB), scegliere il successore di Ronald Koeman sulla panchina dell’Olanda. Una situazione curiosa: proprio al giocatore diventato, suo malgrado, il simbolo della perdita del dna olandese («Il gioco dell’Olanda è una pena per gli occhi e un dolore per il cuore», sentenziò Johan Cruijff durante il Mondiale sudafricano), è toccato trovare la risposta alla richiesta, sempre più pressante, di un ritorno alle origini. Ovvero a una filosofia calcistica più consona alla storia e alla tradizione del calcio olandese. De Jong ha optato per uno dei suoi avversari in campo quell’11 luglio al FNB-Stadium di Johannesburg: Xavi. Anche lui è un simbolo, questa volta però in accezione positiva, di una rivoluzione calcistica, le cui radici rimandavano proprio all’Olanda. Perché da lì aveva origine il Barcellona di Rijkaard, poi diventato quello di Guardiola – l’uomo che, a detta dell’ex consigliere Ajax Keje Molenaar, «contiene nella propria mente il luogo in cui Cruijff e Van Gaal, da sempre acerrimi nemici, si sono incontrati». 

In quella Spagna, la Spagna di Xavi, l’Olanda vedeva ciò che lei non era più. La questione del dna olandese è rimasta una spina conficcata nella carne del calcio oranje, e con la quale tutti i ct venuti dopo Van Marwijk hanno dovuto convivere. Eppure, gli allenatori che più di tutti hanno provato a tornare fedeli ai dettami classici, ovvero Hiddink e Blind, sono stati anche i responsabili del tracollo della Nazionale, esclusa da Euro 2016 e dal Mondiale 2018. Giocatori drammaticamente inadatti a quel tipo di gioco avevano causato il crollo di una costruzione che Van Gaal aveva tenuto in piedi, alla grande, con il terzo posto al Mondiale 2014, dove si era vista una Nazionale anche schierata con un’eretica difesa a tre (o a cinque, secondo l’occasione).

Ci erano voluti tutto il pragmatismo e lo spirito di adattamento di Ronald Koeman per rimettere in piedi al loro posto. La tradizione era stata nuovamente accantonata a favore del realismo, ma la spina rimaneva sempre lì, in profondità, pronta a pulsare ogni qualvolta i risultati non erano all’altezza delle aspettative – ovvero quasi sempre. Dopo il poco rilevante intermezzo targato Frank de Boer, il terzo atto di Van Gaal, conclusosi con l’uscita ai quarti al Mondiale 2022, faceva straziare i puristi, mentre il ritorno di Koeman risultava meno brillante della prima gestione, pagando soprattutto una certa incapacità nel far percepire l’Olanda come una Nazionale di nuovo appartenente all’élite, come testimoniato dall’incapacità della squadra, durante la sua gestione, di battere una delle prime 25 nazionali del ranking Fifa. L’uscita in estate ai sedicesimi di finale contro il Marocco, dopo una partita finita con un possesso palla del 29.9%, ha rappresentato l’epitaffio di un’avventura che si sarebbe comunque conclusa, per volontà di Koeman, dopo il Mondiale. Ma uscire in quel modo ha fatto divampare l’antico dibattito, trovando la KNVB incredibilmente impreparata. Perché Xavi, al netto di un’immagine che ha messo tutti d’accordo, quantomeno fino a quando non cominceranno le prime partite, è di fatto una terza scelta.

Fedeli alla linea, la linea non c’è: una delle più note canzoni dei CCCP sintetizza alla perfezione una KNVB che ha impiegato 43 giorni per decidere il successore di Koeman. De Jong aveva posto dei paletti: il nuovo tecnico doveva essere un Under 50, doveva possedere una comprovata capacità di lavorare con i giovani e anche un curriculum di spessore internazionale. Sembrava un profilo costruito su misura per Arne Slot, che però ha rifiutato per ragioni economiche: allenare l’Olanda significava perdere i soldi ancora previsti dal suo contratto con il Liverpool, e si trattava di parecchio denaro. Fare i conti con i soldi altrui è pratica tanto diffusa quanto fastidiosa, pertanto ci asteniamo da qualsiasi considerazione.

Il più cruijffiano tra i tecnici olandesi rimaneva Peter Bosz del Psv, che una chiamata la aspettava anche; non rispettando però il requisito anagrafico, la KNVB non l’ha nemmeno preso in considerazione. Così come i nomi di Erik Ten Hag e Van Gaal, entrambi autocandidatisi, mai però cercati De Jong e autori di un teatrino (Ten Hag soprattutto) poco edificante. Il piano B è così diventato Michael Reiziger, scelta federale alla De La Fuente, vista l’esperienza maturata con under-17 (assistente), under-21 (allenatore) e Nazionale maggiore (assistente), nonché vincitore del campionato cadetto con lo Jong Ajax. Reiziger però difettava di esperienza internazionale e di appeal, prestando il fianco a una campagna mediatica e social incentrata sul suo presunto scarso carisma e la conseguente, sempre presunta, incapacità di farsi ascoltare dai big. Risultato? De Jong ha fatto inversione di marcia e chiuso la porta in faccia a Reiziger.

Il nome di Xavi è uscito da Jordi Cruijff, oggi all’Ajax e che avrebbe voluto il catalano ad Amsterdam, salvo ottenere un rifiuto per motivi familiari. La panchina di una Nazionale, però, comporta un carico di lavoro diverso rispetto a quella di un club, e la Federazione ha così potuto sciogliere il nodo legato al nuovo commissario tecnico. Tuttavia rimane un mistero: quale pulò essere stata la visione illustrata da De Jong e da Marianne van Leeuwen – la direttrice del calcio professionistico – a Xavi, dal momento che in questi anni la linea federale non sia risultata chiara a nessuno?

In realtà, almeno a livello di narrazione, Xavi è perfetto. Nonostante sia il primo allenatore straniero dell’Olanda dai tempi di Ernst Happel, più che un elemento di rottura rappresenta un ritorno alle radici del calcio olandese. La tecnica davanti alla fisicità, il possesso palla, il concetto di calcio-fisarmonica espresso proprio dallo stesso spagnolo in un’intervista di qualche anno fa. Xavi parlò di «fisarmonica di Cruijff», ovvero il principio secondo cui una squadra deve essere costantemente in movimento, con gli spazi che devono essere allargati e poi richiusi, con la palla in costante circolazione mentre i giocatori leggono il gioco, occupano gli spazi e li creano per i compagni. Sulla carta sembra semplice, quasi ovvio, e proprio qui risiede la difficoltà.

Si torna a una delle massime più note di Cruijff: «Giocare a calcio è semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia». Questo concetto richiede ai giocatori non solo tecnica e disciplina, ma anche comprensione dello spazio e dei tempi. Xavi deve trasmettere tutto ciò a un gruppo la cui composizione cambierà a ogni pausa per le Nazionali, che avrà a disposizione solo per sessioni di durata limitata, e soprattutto composto da diversi giocatori che nei rispettivi club giocano in un altro modo. Per questo motivo ci vorranno tempo e pazienza, e almeno sotto questo profilo la scelta di De Jong è stata inappuntabile. Il nome di Xavi rappresenta infatti un ombrello capace di fornire riparo dalle critiche, nel caso le cose non funzionino subito, in maniera più efficace e duratura rispetto a quello di Reiziger. Oggi funziona così: a parità (o quasi) di curriculum, la differenza la fa l’immagine. 

Se rispetto a Slot non c’è gara, Xavi può quantomeno vantare, nel confronto con Reiziger, un’esperienza al Barcellona – anche se agrodolce. Da un lato, infatti, nelle sue prime 50 partite con i blaugrana, la media punti ottenuta era inferiore a quella di Ernesto Valverde, Luis Enrique, Rijkaard, Gerardo Martino e persino Koeman; dall’altro, però, va considerato il contesto disastroso nel quale si è trovato a lavorare, con un club al collasso finanziario (dal quale ha potuto salvarsi solo perché si chiamava Barcellona) e senza più nemmeno lo scudo protettivo costituito da Lionel Messi. Il fatto che sia riuscito a vincere il campionato con una squadra che, sulla carta, era inferiore a quella del Real Madrid può quindi essere considerato un buon traguardo.

Inoltre Xavi ha osato prendere decisioni difficili, come l’accantonamento di Piqué e Jordi Alba. Proprio tenendo presente questa modalità gestionale, la curiosità riguardante le sue prime convocazioni per la Nazionale olandese era notevole. Le aspettative non sono state deluse: attenzione ai giovani più performanti del momento, con la prima volta di Ruben van Bommel del PSV Eindhoven e Gjivai Zechiel del Feyenoord, mentre il talento Kees Smit dell’AZ Alkmaar, obiettivamente non brillantissimo in questo primo scorcio di stagione, è stato lasciato a casa; nessuna tabula rasa, con l’esclusione di Memphis Depay, che però al Mondiale ci è andato solo in quanto prediletto di Koeman, ma l’inclusione di Virgil Van Dijk; scelte spiazzanti e tutte da scoprire come la chiamata di Kenneth Taylor, del quale un paio di stagioni fa Francesco Farioli ha mostrato quale fosse il reale potenziale. Per ora, quindi, ecco quel vento in poppa che da tempo mancava a Koeman. Per il resto, parola al campo.

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