Hong Kong è arrivata alla finale della FIFA ASEAN Challenge Cup, e non è stata un’impresa facile

Sei gol fatti, zero subiti e la capacità di scardinare difese blindate: così la squadra di Roberto Losada, dopo i successi con Laos e Brunei, sta costruendo il suo presente e il suo futuro.
di Angelica Moschin 01 Ottobre 2026 alle 17:24

Attaccare dieci uomini stipati negli ultimi trenta metri difensivi è una delle esperienze più noiose e frustranti del calcio moderno. Non c’è nulla di poetico nella pazienza: giocare questo tipo di partite è un lavoro da manovale, un corpo a corpo contro il tempo e contro un campo che si rimpicciolisce a ogni passaggio. La vittoria per 2-0 di Hong Kong contro il Brunei, quella che ha aperto le porte della finale della FIFA ASEAN Challenge Cup contro la Cambogia, è stata esattamente questo. Niente fuochi d’artificio e virtuosismi come nel 4-0 al Laos all’esordio nel torneo, ma più di un’ora passata a scardinare una porta chiusa a doppia mandata senza perdere la testa.

Il pubblico di Hong Kong ha passato il primo tempo con il fiato sospeso, guardando la palla girare da destra a sinistra attorno al blocco difensivo del Brunei. Il rischio, in queste partite, non è soltanto quello di prendere un contropiede: è farsi mangiare dall’ansia di dover vincere a tutti i costi. Il ct Roberto Losada ha impostato la gara sulla circolazione, chiedendo a Everton Camargo di stare largo a destra, quasi a calpestare la linea laterale, per obbligare i raddoppi e provare ad allargare le maglie avversarie. A sbloccarla, al minuto 60′, non è stata una giocata spettacolare. È stato un movimento da calciatore intelligente: l’inserimento senza palla di Philip Chan Siu Kwan, uno di quei centrocampisti che sembrano sapere dove finirà la palla un attimo prima che lo capisca la difesa. Poi, a tempo quasi scaduto, il rigore trasformato da Matt Orr ha chiuso i conti.

Due partite, sei gol fatti, zero subiti in questa FIFA ASEAN Challenge Cup – la “seconda divisione” del torneo FIFA a cui partecipano le squadre del Sud-Est asiatico – edizione 2026. Ma più dei numeri conta il modo in cui Hong Kong ha attraversato una partita che poteva mettere a dura prova i nervi di tutti. La squadra di casa – tutte le gare della manifestazione si sono disputate nei due stadi di Kowloon, il Kai Tak Stadium e il Mong Kok Stadium – continuato a giocare, a spostare il blocco, ad aspettare il momento giusto senza trasformare l’urgenza in caos. E poi c’era tutto quello che stava attorno alla partita. Giocare al nuovo Kai Tak Stadium, costruito dove un tempo gli aerei atterravano quasi sfiorando i tetti dei palazzi di Kowloon, cambia la percezione di una serata come questa. Vederci dentro 20mila persone per una partita della fase a gironi contro il Brunei dice qualcosa del posto che il calcio sta iniziando a occupare in città. Non soltanto come sport, ma come spazio di appartenenza.

È una trasformazione che si vede anche in campo. Da una parte ci sono ragazzi cresciuti nei campetti locali, come Philip Chan; dall’altra calciatori naturalizzati come Everton o Dudu. In mezzo c’è una città che ha sempre funzionato così: per strati, ibridazioni, identità che si incontrano e scontrano senza prevaricazioni. Hong Kong sembra aver trovato nel calcio un altro modo brillante per far parlare di sé. Il 3 ottobre, contro la Cambogia, sarà un’altra storia. La Cambogia corre, accetta e, anzi, favorisce il caos e gioca con un’aggressività che non permette di gestire i ritmi con la stessa pazienza. Per Losada sarà un test più duro anche perché obbligherà Hong Kong a capire cosa resta della propria identità quando la partita smette di stare alle sue condizioni. Finora, però, questa squadra ha dimostrato di possedere il dono della pazienza. E contro una muraglia umana di dieci calciatori, a volte, è già una qualità enorme.

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