C’era aria di festa il 4 ottobre in Giappone, al Paloma Mizuho Stadium, tra gli atleti hongkonghesi che hanno preso parte a questa edizione dei Giochi Asiatici di Aichi-Nagoya. Lo raccontano bene le immagini che abbiamo visto online: gruppi riuniti per le foto di rito, sorrisi distesi e, immancabili, le bandierine rosse con la caratteristica Bauhinia blakeana, il fiore simbolo di Hong Kong, a punteggiare ogni scatto. Con la chiusura dei Giochi, non si è celebrata soltanto la festa di una delegazione, ma la consacrazione di Hong Kong come realtà sportiva che sta vivendo una crescita inarrestabile. Dopo settimane di sfide tra campi, tatami e acque, il bilancio restituisce numeri difficili da ignorare: 54 medaglie complessive (undici ori, 19 argenti e 24 bronzi) e il nono posto nel medagliere generale. È il miglior risultato di sempre per la delegazione della Special Administrative Region, che supera così i 53 podi conquistati a Hangzhou 2022 e i 46 di Jakarta 2018.
Ma la misura di questa spedizione non sta solo nel calcolo dell’oro o del bronzo, come giustamente ha sottolineato Wong Po-kee, dirigente della delegazione, parlando con i media prima della cerimonia di chiusura dell’evento. Sta nella spaccatura generazionale che ha attraversato la squadra. Da una parte la gestione del nervosismo dei veterani, gente abituata a convivere con l’obbligo del risultato; dall’altra l’audacia quasi sfacciata di una generazione più giovane, cresciuta senza il complesso d’inferiorità verso le grandi potenze asiatiche. Il Chief Executive John Lee l’ha chiamato «lo spirito di Hong Kong». Tradotto dal linguaggio della politica: una forma tutta autoctona di resilienza, la capacità di stare cheek to cheek con la pressione senza farsi travolgere.
Se si guarda a come sono arrivate queste medaglie, la sensazione è che il sistema sportivo dell’ex colonia abbia cambiato pelle. La vela e il windsurf restano la roccaforte storica (dieci medaglie complessive, con i più giovani a dominare naturalmente le categorie giovanili), ma la vera rivoluzione si è giocata altrove. Quando Coleman Wong Chak-lam ha chiuso il punto decisivo della finale del singolare maschile contro Wu Yibing, consegnando a Hong Kong un oro mai raggiunto prima nel tennis ai Giochi Asiatici, ha detto di aver «sbloccato un traguardo», come se si trattasse di un videogioco. Insomma, un livello di difficoltà estrema superato senza mai perdere quella flemma imperturbabile che è solita calare sui grandi atleti una volta che scendono in campo. È successo tutto molto velocemente, tanto da lasciargli appena il tempo di controllare il telefono: come dopo ogni match, voleva vedere se Rafael Nadal gli avesse scritto. Un gesto ormai abituale, ma tutt’altro che ordinario: il suo idolo, che lo segue e lo consiglia da quando aveva 17 anni, oggi è tra i suoi contatti WhatsApp e gli manda feedback a caldo, subito dopo ogni partita.
Poco dopo, Leung Yu-hong si prendeva il primo argento di sempre nel wushu sanda (nei 60 kg), mentre il karate trovava conferme autoritarie nel kata e il ciclismo su pista celebrava un podio storico nello sprint a squadre. Dal canottaggio allo squash, passando per la conferma fisica nel rugby a sette, Hong Kong ha smesso di vivere di exploit isolati e ha cominciato a comportarsi come una scuola con un manifesto di intenzioni ben precise.
Dietro questa fioritura infatti non c’è la solita retorica del talento spontaneo. C’è la tecnologia, e ci sono i soldi. Le vittorie hongkonghesi sono il risultato diretto di una scelta politica precisa: trasformare l’Hong Kong Sports Institute (HKSI) in un centro di ricerca avanzato su biomeccanica, fisiologia e tracciamento dei dati, smettendo di trattare lo sport come un capitolo secondario dell’immagine pubblica. Una linea confermata dal Policy Address 2024 e dall’aumento dei finanziamenti diretti agli atleti scattato nell’aprile 2025, insieme alla copertura con un piano di attacco delle spese per le trasferte internazionali. Michael Cheng, presidente della Hong Kong China Tennis Association, ha letto l’oro di Wong e il bronzo conquistato il giorno precedente dalla coppia di doppio femminile formata da Eudice Chong e Cody Wong come la conferma che “gli investimenti portati avanti nel lungo periodo stanno finalmente dando i loro frutti”.
Tra il cemento dei palazzetti di Nagoya e lo skyline di Victoria Harbour, la sensazione è che questi ragazzi abbiano fatto qualcosa di più che inanellare una serie di vittorie. Hanno mostrato a una città complessa e in perenne transizione una versione diversa di se stessa: meno politica, più fame. Meno calcolo, più intuizione.