Se si dovesse individuare una singola prestazione che faccia da cartina al tornasole del grande inizio di stagione del Frosinone, non potrebbe essere che quella di Lorenzo Palmisani nella vittoria per 2-0 contro il Como. In una delle gare più sorprendenti dei primi cinque turni di campionato, Palmisani si è reso autore di almeno cinque parate eccezionali, evitando quasi 3 xG e meritandosi uno storico (e discusso) 9 al Fantacalcio. È una scelta al tempo stesso fortemente identitaria ma anche in controtendenza con i fattori che hanno permesso al Frosinone di approcciare bene la sua quarta avventura ion Serie A: il giocatore simbolo della filiera giovanile dei ciociari, ma anche il calciatore difensivo per eccellenza, il portiere, in una squadra che sta facendo del gioco offensivo e aggressivo il suo marchio di fabbrica.
Queste prime partite del Frosinone, a dirla tutta, non le abbiamo viste arrivare. Già lo scorso anno la squadra di Massimiliano Alvini (a sua volta reduce dalla retrocessione in Serie C maturata sulla panchina del Cosenza) era candidata al massimo per un posto nei play-off, per poi sorprendere tutti ottenendo la promozione diretta in Serie A. Quest’estate, però, l’idillio dello scorso anno sembrava totalmente smarrito. A luglio il Frosinone ha vissuto uno storico passaggio di proprietà: dopo 23 anni, la famiglia Stirpe ha ceduto, per 41 milioni e mezzo di euro circa, l’80% delle quote al fondo di investimento Clara Vista Investment Partners, un gruppo che controlla anche l’Ipswich Town ed è in trattativa per acquisire un’altra squadra in Liga, come si apprende dal suo stesso sito.
Ok, non è nulla di diverso rispetto a ciò che è accaduto a molte altre squadre italiane, in massima serie e non solo. Ma Frosinone è una piazza particolare, che solo di recente ha assaggiato davvero il grande calcio. E poi c’è stato un altro campanello d’allarme impossibile da ignorare: il tecnico Alvini, dopo la vittoria in Coppa Italia contro la Juve Stabia, ha detto che «non sono stato coinvolto nel mercato; io e Castagnini (il direttore sportivo, ndr) siamo stati coinvolti soltanto nelle conferme dello scorso anno di Cittadini, Calvani, Raimondo e Fini. E poi Amey e Desplanche».
In quel momento, ad agosto inoltrato, in molti hanno iniziato a intravedere una prospettiva contorta o comunque incerta per il Frosinone: una squadra distante dalle richieste del tecnico e, in questo caso, addirittura anche da quelle del direttore sportivo (con il quale, si intuisce, Alvini ha sempre invece avuto un buonissimo rapporto). Il Frosinone iniziava così il campionato con una lunga serie di punti interrogativi: i tre acquisti più onerosi (Bobček, Schmid e Terzić, costati complessivamente oltre 20 milioni di euro) provenivano tutti da realtà estere; una delle punte di diamante della scorsa stagione, Ghedjemis, era ormai prossimo alla cessione (Monaco o Besiktas erano le prime indiziate).
Iniziato tra le tante incognite, e con un calendario che opponeva nelle prime cinque giornate tre avversarie proibitive come Juventus, Fiorentina e Como, il primo mese di stagione ha lanciato il Frosinone in una dimensione che finora non si era mai vista: 10 punti, 9 gol fatti e un dato che, più di ogni altro, esalta l’identità sfacciata che i ragazzi di Alvini stanno manifestando in campo. Il Frosinone ha infatti il miglior PPDA di tutta la Serie A (l’indice di pressing, in sintesi), a quota 7,58 (dati Understat). Un numero che racconta l’intensità forsennata, e a tutto campo, di una squadra che ha un’ispirazione chiara: Gasperini e la sua Roma, che naturalmente figurano al secondo posto di questa particolare classifica (quota 7,86, sempre secondo i dati Understat).
Il gioco del trio offensivo del Frosinone è il simbolo di questa esuberanza atletica: giocatori come Raimondo e Kvernadze si stanno prendendo la scena per i gol realizzati (siamo a quota sette in due), ma a guardarli bene emerge anche e soprattutto la foga agonistica e l’esplosività trasmesse dal loro allenatore, definito da alcuni analisti come «il più inglese d’Italia» proprio per la capacità di far giocare le sue squadre a mille all’ora sia con che senza la palla. Alvini ha raccontato che questa svolta nel suo gioco avvenne proprio dieci anni fa, mentre allenava l’Albinoleffe (uno dei laboratori per eccellenza del nostro calcio) e assistette da vicino alla genesi dell’Atalanta di Gasperini nella sua prima grande esibizione: il 2-0 inflitto al Napoli di Sarri. «Vado a vedere la partita e capisco che il calcio che stavamo facendo in quel momento aveva bisogno di una rivisitazione», ha raccontato Alvini in un’intervista a Carlo Pizzigoni contenuta nella sua monografia su Jürgen Klopp. «Dal vivo rimango colpito da questi duelli uno contro uno in ogni parte del campo […] Questa visione ci fa cambiare indirizzo, e più che lavorare con lo spazio andiamo a lavorare sui temi. Nasce la mia apertura a questo tipo di calcio; con qualche modifica, ma lo stile era quello».
Una rivoluzione copernicana che si rivela, a posteriori, la svolta nella carriera di Alvini. Da da quel momento in poi, infatti, inizia una corsa che lo porta in Serie B, con la Reggiana, nell’arco di tre anni. Due anni dopo ecco l’esordio in Serie A, alla guida della Cremonese. Serve ulteriore tempo ad Alvini, però, per impattare in entrambe le categorie: a Reggio retrocede, a Cremona viene esonerato dopo 19 partite senza vittorie, poi arrivano un esonero allo Spezia e la retrocessione di Cosenza. L’identità di gioco di Alvini non esce però intaccata da queste stagioni difficili, tutt’altrp: è proprio attraverso queste esperienze, cercando le giuste contromisure e i giusti spazi, che la sua visione si rafforza e si consolida. Anche lo stesso Gasperini, del resto, è passato dagli esoneri di Inter e Palermo prima di (ri)lanciarsi tra la seconda esperienza al Genoa, per poi esplodere definitivamente all’Atalanta.
Probabilmente è proprio questa impronta di gioco internazionale e aperta a fare da collante tra le due anime profonde che muovono in questo momento il Frosinone: da un lato la tradizione locale e localista, fatta di lavoro con i propri giovani e ricerca di prossimità, si direbbe a chilometro zero, nelle categorie minori e nelle squadre Primavera; dall’altro lo scouting “guidato dagli algoritmi”, definizione molto abusata che però esprime un modo di operare sul mercato cercando i profili desiderati in base a una ferrea profilazione statistica – in stile Moneyball, per utilizzare un’altra definizione fin troppo in voga. Alvini, insomma, sposa entrambe le anime: viene da una gavetta lunga oltre vent’anni ma in tutto questo tempo ha studiato, si è evoluto, si è aperto a nuove interpretazioni e nuovi stili di gioco.
Così i protagonisti di questo avvio da sogno del Frosinone sono, da un lato, calciatori nati e svezzati in Ciociaria come lo stesso Palmisani e il centrale difensivo Bracaglia, cresciuti in un settore giovanile che vanta una struttura d’eccellenza come la Cittadella dello sport di Ferentino – che sta aiutando il Frosinone a formare sempre più giocatori pronti per la prima squadra o al limite per il calcio professionistico. Dall’altra parte dello spettro ci sono profili come quello di Romano Schmid, probabilmente il giocatore del Frosinone più sottovalutato al momento: arrivato dal Werder Bremen per otto milioni e mezzo di euro, si sta rivelando forse l’ingranaggio fondamentale del meccanismo di Alvini; è infatti il centrocampista che detta il pressing, nonché il giocatore che abbina meglio intensità e continuità. Schmid è ugualmente decisivo anche quando ha il pallone tra i piedi: i tre assist vincenti sono un buonissimo condimento, ma più di tutto impressionano la capacità di giocare a pochi tocchi, i tunnel, gli strappi con e senza palla (meraviglioso quello che ha portato al cut-back per Calò contro il Como), i tempi giusti nel servire i palloni. In attesa che anche Tomas Bobček – centravanti arrivato dal Lechia Gdansk dopo una stagione da 20 gol in Ekstraklasa, a proposito di modello-Moneyball – riesca a ritagliarsi il suo spazio, Schmid è il fiore all’occhiello del mercato del Frosinone.
Nel mezzo c’è una fortissima eredità dell’era Angelozzi, che Castagnini e Alvini hanno oculatamente deciso di conservare in questo biennio: profili come Monterisi, Cittadini, Oyono, Kvernadze e Ghedjemis (che alla fine è rimasto a Frosinone), frutto delle intuizioni del direttore attualmente allo Spezia e del suo team di scout capitanato da Gianluca Longo, preservati e valorizzati – Monterisi, per dirne uno, quest’anno è diventato capitano “a tempo pieno”, dopo l’addio di Marchizza. Non era scontato che questo matrimonio si conciliasse al meglio, e invece il Frosinone è una squadra che diverte e si diverte: si trova a suo agio soprattutto nell’attaccare in velocità, “per direttissima” verrebbe da dire. La formazione di Alvini non conosce mezze misure: cerca subito di attaccare la linea difensiva avversaria, facendo in modo che Raimondo arrivi a duellare con il suo marcatore, oppure che Kvernadze e Ghedjemis (o Fini) possano ricevere in isolamento sull’esterno. I dati, in sostanza, dicono che l’azione del Frosinone finisce, mediamente, dopo cinque passaggi e spiccioli. E non importa che sia per un intercetto avversario, un fallo fatto o subito, un contrasto riucito bene o magari un gol: in un calcio iper-manovrato come quello contemporaneo, si tratta di un dato bassissimo e fortemente identitario. Tutto o niente.
È così che il Frosinone è arrivato a occupare il sesto posto in classifica, accanto alla Juventus (che ha dovuto soffrire più del dovuto per vincere allo stadio “Benito Stirpe”) e al Como, che proprio a Frosinone ha dovuto ingoiare la sua prima sconfitta stagionale. E non è tutto: nella lunga pausa internazionale di inizio autunno, il Frosinone è stata la terza squadra di Serie A, a pari merito con l’Atalanta, ad avere più calciatori convocati nelle varie rappresentative. Sono stati 13: solo Como e Milan, con 15 e 14, hanno fatto meglio.
Inoltre, come se tutto questo non bastasse, il Frosinone è la squadra con l’età media più bassa (23,6 anni) del campionato e la squadra con la più alta percentuale di calciatori italiani impiegati finora in stagione: siamo al 69,9% di giocatori autoctoni, un numero “da Liga” in un certo senso. In questa particolare classifica, la seconda squadra, il Monza, ha una percentuale lontanissima rispetto quella di Alvini (56,8%). Insomma: l’investimento del gruppo Clara Vista – che ha pattuito con Maurizio Stirpe la sua permanenza come presidente almeno per i prossimi due anni – si è basato su tre pilastri fondamentali, anch’essi citati sul sito, nella pagina ad hoc sul Frosinone, ripresi dall’articolo di Marco Bellinazzo sul Sole24Ore sul passaggio di proprietà: uno stadio di proprietà all’avanguardia, una struttura di costi ben gestita e una comprovata esperienza nello sviluppo di giovani talenti. Nella stessa pagina, del Frosinone si dice: “it is a club that wins the right way”. Una (nuova) via: unica, poco esplorata e ibridata come nessun altro ha saputo fare, almeno finora, nel nostro campionato.