A Vallecas si mescola tutto. I bar con le insegne scolorite, i piccoli bistrot con il cibo etnico, i palazzi popolari con i mattoni rossi. Siamo a Madrid, nella periferia Sud-Est della città: molto lontani dallo sfarzo e dal traffico della Gran Vía, qui l’arteria principale si chiama Avenida de Albufera, è una strada incastrata a fatica tra gli edifici che taglia a metà quello che qui è conosciuto come “il barrio più grande d’Europa”. A Vallecas si mescola tutto perché Vallecas è nata così, come meta di immigrazione dalle regioni più povere della Spagna e dall’America Latina durante il franchismo, plasmando per sempre l’identità del barrio e della sua comunità. Un quartiere antifascista, fortemente legato al concetto di accoglienza e giustizia sociale. A Vallecas si mescola tutto questo anche con il suo club di calcio, il Rayo Vallecano. La tifoseria e la comunità sono la stessa cosa. Anche se solo una piccola parte va allo stadio o conosce i giocatori, il Rayo è il simbolo della comunità.
Sono passati solo pochi mesi dalla storica finale di Conference League, persa contro il Crystal Palace. Un risultato eccezionale che ha accresciuto notevolmente la notorietà del Rayo in giro per l’Europa. Generalmente oscurato dalla popolarità di Real Madrid e Atlético, le due squadre principali della capitale spagnola, il club di Vallecas ha fatto parlare di sé per i suoi risultati e per alcune stranezze, come quella di vendere i biglietti per le partite esclusivamente nelle biglietterie fisiche dislocate all’interno dello stadio. Eppure è bastato poco tempo perché lo stato d’animo diventasse profondamente diverso. In piena estate, il Comune di Madrid, proprietario dello stadio di Vallecas, ha espulso il club, affittuario della struttura. Il motivo? La scarsa manutenzione dell’impianto e le pessime condizioni igieniche generali. Così il Rayo, all’improvviso, si è trovato senza casa e ha dovuto giocare le prime partite interne di Liga nella vicina Leganés. Ma Leganés non è Vallecas, e così i tifosi hanno disertato. Le stime dei giornalisti locali indicano che solo il 16% degli abbonati, all’incirca, ha presenziato per il debutto in campionato contro l’Alavés.
“Senza Vallecas non esiste il Rayo”, dice la gente del posto. Non è un capriccio, né il sintomo semplice di un malcontento – che pure c’è, eccome se c’è – nei confronti del proprietario, Raúl Martín Presa. È un destino. Quello di una realtà che non può conoscere alternative. È qualcosa che, paradossalmente, ha poco a che fare con il calcio: ha a che fare proprio con Vallecas, con il suo dna, con la sua gente, con il suo spirito. Ribelle – sui muri dello stadio spesso ci si imbatte nella scritta Vallekas, con la k – e controculturale. «Parliamo di un luogo non sempre compreso, se non disprezzato, costruito in gran parte da persone venute da fuori, arrivate dai punti più bisognosi di questo Paese», ha raccontato Ignacio Pato Lorente, autore di un libro sul club dal titolo No es fiera para domar. «Sebbene sia una generalizzazione, già lì si vedeva una certa sensibilità di sinistra. Nasce così questa tendenza di rottura con l’ordine costituito, influenzata soprattutto dai più giovani negli anni Settanta».
Qua tutto parla del Rayo, non perché, e non necessariamente, perché la gente tifi Rayo in massa. «C’è molta gente che non segue il club attivamente», spiega Lorente, «che magari non conosce i giocatori della prima squadra o non sa quanti punti abbia in classifica, ma sa come sta andando. La gente, anche se non è molto appassionata di calcio, sa come va la squadra o – cosa ancora più bella – non lo sa con certezza ma lo intuisce da come stanno gli altri, da come sono gli umori, se la stagione sta andando bene o male». Il Rayo è il manifesto del barrio, il suo cuore pulsante. Sarebbe potuto essere qualcos’altro, è successo che lo sia diventato il club di calcio. Tutto si mescola, ancora. Nelle vie intorno allo stadio ci sono murales e scritte dedicati al club, ma non evocano partite o ricordi di campo, né inneggiano a gruppi o frange ultras. Rappresentano la sostanza della comunità attraverso il sentimento per la squadra: antifascismo, antirazzismo, anticapitalismo. Uno dei murales più importanti dello stadio è dedicato a Wilfred Agbonavbare, portiere del Rayo negli anni Novanta. “Willy” è stato un buon portiere, amatissimo qui, ma non è diventato una bandiera perché più bravo degli altri: lo è diventato perché è stato un simbolo antirazzista, uno che ha lasciato il segno non tanto con le parate, ma con le parole.
La storia di Agbonavbare si ricollega a un accaduto che racconta molto bene cos’è Vallecas. Nel 2014 tutto il quartiere si mobilitò per aiutare una donna anziana che venne sfrattata per i debiti non ripagati di suo figlio. Le figure del club, giocatori e allenatore in primis, si batterono in prima persona, lanciando una raccolta fondi. In breve tempo, venne raggiunta una somma sufficiente per impedire lo sfratto della donna. Che, con quello che le rimaneva in più, decise di aiutare la famiglia di Agbonavbare, malato di cancro. Una volta di più, il calcio si è mescolato con altri significati. Sicuramente più importanti.
In quest’ottica, bisogna comprendere cosa sia stato, per un club del genere, disputare una finale europea. Una grande soddisfazione, certo, ma non il traguardo o il senso della sua esistenza. Il Rayo esiste per dare una voce a Vallecas. Il calcio giocato, i risultati, vengono sempre dopo. I calciatori qui lo capiscono subito. Spesso abitano nel quartiere, si fanno vedere in giro, parlano con le persone comuni. Quando è il giorno della partita, parcheggiano lungo uno dei lati lunghi dello stadio, sulla destra rispetto all’entrata principale, e da lì i giocatori imboccano, attraverso un’entrata vetusta, arrugginita e con un disegno scolorito dello stemma, l’ingresso negli spogliatoi. Star come James Rodríguez e Falcao, che sono transitati per un breve periodo al Rayo, non sono mai stati amati. I tifosi trovati in giro – se ne trovano a tutte le ore, ognuno con qualcosa di distintivo del club: una maglia da gioco, oppure una t-shirt celebrativa – sono unanimi nel non risparmiargli critiche. La loro colpa è stata non aver capito Vallecas. Inforcavano i loro macchinoni e arrivavano qui, senza curarsi di quello che c’era intorno. Terminata la partita o l’allenamento, fuggivano nell’oscurità da cui erano arrivati. Non è reputato un atteggiamento da calciatore del Rayo, e nessun gol o assist potrà rimediarvi. «James lo abbiamo mandato via da qui», dice un tifoso che esibisce con orgoglio, sulla propria maglia, il cammino europeo del Rayo. «Qui bisogna correre, impegnarsi. Ma io sono James. No, qui devi correre. Non ci servono giocatori che prendano sette milioni. Noi vogliamo giocatori di vent’anni, anche se segnano tre gol tutto l’anno. Vogliamo un buon settore giovanile».
Si può immaginare il Rayo senza Vallecas? Lo chiedo ad Alejandro Castellón, direttore di Union Rayo, il principale verticale di informazione dedicato al club. «No. È impossibile», risponde. E racconta che è nato a Vallecas, e ci è cresciuto. Gran parte della sua vita è stata scandita, ogni quindici giorni, dalle partite al Campo de Fútbol de Vallecas. «Il Rayo non esiste senza la gente di Vallecas. Credo che questa sia la chiave. È l’anima di Vallecas. Il Rayo Vallecano, secondo me, non potrebbe sopravvivere in un altro posto, fuori da Vallecas, perché il club è il quartiere. Sono le persone di Vallecas ad aver costruito il Rayo. È come un cocktail: non puoi togliere uno degli ingredienti e pensare che il cocktail rimanga lo stesso».
Le persone sono centrali in questa storia. Le persone, non necessariamente i tifosi, quelli che vanno sempre allo stadio. Castellón ha scritto un libro dedicato al Rayo, si intitola Un equipo de barrio. «Quando stavo scrivendo il libro, ho capito che tutto parte dalle persone di Vallecas. Vallecas, come quartiere, è nato molto vicino a Madrid. All’inizio era un paese, un piccolo comune. Non faceva ancora parte di Madrid. Era una comunità di persone provenienti dalla campagna, non dalla città. Dopo la Guerra Civile spagnola, negli anni Quaranta e Cinquanta, moltissime persone dal sud della Spagna arrivarono a Vallecas. Erano persone spesso povere, che venivano nella capitale in cerca di lavoro e di una possibilità di sopravvivere. E svilupparono un’idea molto semplice: “Per sopravvivere dobbiamo costruire una comunità e aiutarci a vicenda”. Non avevano soldi. Avevano le persone».
Questo fa capire perché il Rayo è veramente qualcosa di unico a livello calcistico. Non mancano, nella stessa Spagna, realtà con peculiarità fortissime, molto vicine a uno spirito affine, di profondo attaccamento ai propri valori e alle proprie radici, come l’Athletic Club di Bilbao o il Barcellona. Ma la verità è che il Rayo non è una superpotenza calcistica, né avrebbe il potenziale per diventarlo. E ha dei competitor cittadini troppo ingombranti per pensare di essere qualcosa in più di quello che è oggi. Il Rayo è davvero la sua comunità, una comunità unita e che pensa secondo le proprie irrinunciabili regole. Ecco perché il Rayo lontano dal barrio è qualcosa di inimmaginabile: non è una costrizione o una privazione, è molto peggio. È la morte del club.
Come siamo arrivati a un club espulso dalla propria stessa casa? I tifosi puntano il dito contro Presa. Lo stadio di Vallecas è molto particolare: è incastrato tra le case, al punto che alcuni balconi di edifici vicini hanno una visuale diretta sul campo da gioco. Ha solo tre tribune, uno dei lati corti del campo ha un muro addossato ai palazzi residenziali, e una capienza molto ridotta, di poco inferiore ai 15mila posti. Non si può ingrandire, e questo, secondo i tifosi, è il cruccio di Presa. Che vorrebbe uno stadio più grande, più moderno, e ovviamente più remunerativo, da un’altra parte. I tifosi pensano che l’incuria in cui da anni versa l’impianto sia una precisa mossa del presidente. Che così voglia dimostrare che fare calcio, a Vallecas, sia ormai impossibile. Escrementi di uccelli sui sedili, bagni in condizioni precarie, magazzini gonfi di rifiuti: una situazione che va avanti da anni. E poi le condizioni del terreno di gioco. Lo scorso anno, a febbraio, la Liga ha dovuto annullare la gara contro l’Oviedo, perché il campo rappresentava un alto rischio di infortuni per i giocatori. Presa, che tramite il club versa circa 80mila euro l’anno per l’utilizzo dell’impianto, ha scaricato la colpa sull’amministrazione comunale. E ha rilanciato: «Se il Rayo vuole continuare a competere ai massimi livelli, ha l’obbligo di trasferirsi in un nuovo impianto».
Una “minaccia” che aleggia sul capo di Vallecas da anni. Aitor Lagunas, direttore del magazine Panenka, nella prefazione di No es fiera para domar ha ricordato: «Prima della partita Rayo-Siviglia del 5 febbraio 2024, Isabel Díaz Ayuso, presidente della Comunità di Madrid, aveva lanciato una rivelazione clamorosa: “Stiamo parlando con la società per trovare una nuova sede, perché continuare a Vallecas sta diventando sempre più insostenibile”. La presidente della Comunità di Madrid stava di fatto legittimando l’idea che il Rayo, in futuro, avrebbe cessato di essere di Vallecas. E per di più, come aveva annunciato, con l’assenso del proprietario del 98% delle azioni del club. In realtà, l’unica cosa insostenibile, per la società, per il quartiere e per chiunque veda nel calcio i resti di uno sport popolare e sociale, è che il Rayo non rimanga più a Vallecas». Ogni volta che il rischio si fa più concreto, la comunità scende tra le strade del quartiere. Rimarca la loro contrarietà, e al tempo stesso ricorda a tutti: la ricchezza di questo club è proprio la sua gente.

Il paradosso è che, in un clima di forte contestazione contro Presa e di grande preoccupazione per il futuro del club, a Vallecas stanno vivendo i migliori anni della storia sotto il profilo dei risultati. Alla finale di Conference League dello scorso maggio si aggiungono due ottavi posti consecutivi in campionato. Com’è possibile che sia successo questo? «C’è una sola parola per spiegarlo: miracolo», risponde senza esitazioni Castellón. «Probabilmente Presa sarà stato anche capace nel portare buoni giocatori. Ma la cosa più importante è che i giocatori sentono sulla loro pelle cosa significa essere del Rayo. Nel calcio devi essere una squadra. Devi essere quasi una famiglia. E il Rayo è così. La squadra è lo specchio dei tifosi. I giocatori in campo si comportano come le persone fuori dal campo. Ottengono risultati perché sono un gruppo, una famiglia. È lo stesso sentimento che esiste tra la gente di Vallecas».
Oltre la prima squadra, però, si scoperchiano tutte le difficoltà che affronta il club. «Tutto quello che c’è fuori dalla prima squadra è un disastro», continua Castellón. «Martín Presa gestisce tutto. Prende ogni singola decisione. È impossibile gestire una squadra di prima divisione in questo modo. Non puoi prendere tutte le decisioni da solo, devi dare responsabilità ad altri professionisti. Lo stadio è un disastro, le strutture di allenamento sono un disastro. E poi c’è il settore femminile. Il Rayo Vallecano femminile ha giocato in Europa, in Champions League. Qualche anno fa era una squadra importante. E cosa sta succedendo adesso? Non ci sono più investimenti. La squadra femminile è precipitata nelle categorie inferiori. La stessa cosa sta succedendo con la seconda squadra maschile. Presa investe praticamente solo nella prima squadra maschile. E questo non è sostenibile. Puoi ottenere risultati incredibili per una stagione, ma l’anno dopo puoi retrocedere, perché non c’è un piano, non c’è un progetto. Tutto potrebbe sparire, perché non stai costruendo un club, non stai costruendo una comunità. Non stai costruendo nulla».
Il sentimento tra i tifosi è esattamente lo stesso. Li ritrovi vicino allo stadio, ma non perché è giorno di partita: perché lo stadio è al centro del quartiere, il suo cuore pulsante. La stella polare con cui orientarsi all’interno del labirinto stradale. «Il presidente non vuole investire, vuole solo guadagnare», dice uno di loro. Il tema stadio tiene banco. «Se il Rayo gioca da un’altra parte, io non ci vado. Qui siamo tra amici. Ci conosciamo tutti da una vita. Andiamo allo stadio perché è qui, nel nostro quartiere. Se il Rayo giocasse da un’altra parte? Si perderebbe il sentimento, l’atmosfera. Forse lo seguirei in televisione… Anche se ho già l’abbonamento». Su una panchina un paio di tifosi bevono da una lattina di birra. Fa molto caldo, cercano di ripararsi sotto l’ombra degli alberi. «Questo è il quartiere migliore al mondo», dice uno di loro, alzandosi dalla panchina. «È molto tranquillo, si vive bene. Siamo gente tranquilla, che lavora. Se portano via il Rayo da qui… il quartiere muore. I negozi, i bar, i locali. Il giorno della partita incassano quanto farebbero in un intero mese. Perché ogni 15 giorni arriva una tifoseria: da Siviglia, da Barcellona… Se non viene nessuno, che succede? Chiude tutto. Il quartiere muore».
Sarebbe una Vallecas spoglia senza Rayo. Ma anche il Rayo, senza Vallecas, diventerebbe qualcos’altro. «Se Vallecas fosse indipendente, prima di un inno o di una bandiera avrebbe una nazionale di calcio, che è il Rayo», ha raccontato Lorente. «Se andasse via da Vallecas, il Rayo diventerebbe un club tra i tanti, una squadra che gioca in uno stadio lontano da dove vive la gente e la maggior parte della tifoseria, dove tutto è più arido e freddo. Viviamo in un’epoca con una mancanza abissale di legami, anche al di fuori dello sport. Il Rayo Vallecano è la dimostrazione del senso di appartenenza e della vicinanza tra le persone, a dimostrazione che le reti sociali e i legami umani possono ancora resistere. Il Rayo manda il messaggio che non tutto è perduto grazie alla collettività, alla sua gente e alle gioie condivise».
Nessuno sa cosa può succedere adesso. Anche perché, dopo le prime sette partite di campionato in cui ha raccolto otto punti, il Rayo è tornato finalmente a casa sua. Solo che le proteste dei tifosi hanno fatto sospendere e poi rimandare la partita contro l’Athletic Club. In campo sono volati aeroplanini di carta, palline di gomma, biglie, il coro dei tifosi è stato quello di sempre: ¡Presa, vete ya!, Presa, vattene, proprio come in tutte le sfilate fatte per Vallecas mentre la squadra giocava in esilio a Leganés. Il braccio di ferro continua. La lotta continua. Non per salvare la categoria. Per salvare un club, e una comunità.