«Scegliete il futuro. Scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?» Questo è il monologo con cui Ewan McGregor/Mark Renton apre Trainspotting. Il film di Danny Boyle, uscito nel 1996, ha segnato gli anni Novanta e ha raccontato come pochi altri la generazione X: i nati tra la fine degli anni Sessanta e il 1980, cresciuti dentro la società borghese ma al tempo stesso estranei alla sua cultura. Il film – tornato al cinema in questi giorni, dal 19 al 21 ottobre, in versione restaurata e in 4K, per celebrare i trent’anni dalla sua uscita – ci mostra un gruppo di ragazzi di Edimburgo, quasi tutti tossicodipendenti, che tirano avanti nella Scozia di fine anni Novanta. E lo fanno vivendo i loro fantasmi, districandosi tra fragilità, amore, amicizia e fallimenti.
Ecco: in questo scenario vasto e complesso, c’è spazio anche per lo sport. Più specificamente per il calcio, usato come una cornice che aiuta a definire i personaggi. Boyle presenta il gruppo proprio attraverso una sequenza che immortala una partita di calcetto: Sick Boy, furbo e instabile, protesta con l’arbitro; Begbie, violento e alcolizzato, sghignazza dopo un’entrata da dietro su un avversario; Spud, il più fragile, sta in porta, arretra e prende gol; Tommy, il bravo ragazzo, lotta su ogni pallone; Renton, piazzato in barriera, si prende in faccia la punizione avversaria, cade a terra e perde i sensi, come dopo una dose di eroina.
La scena calcistica più famosa del film, però, arriva più avanti. Dopo la notte passata con la giovane Diane, Renton confessa: «Non mi sentivo così bene da quando Archie Gemmill ha segnato all’Olanda nel 1978». Il riferimento è una chicca calcistica. E rimanda all’11 giugno 1978, quando al Mondiale d’Argentina, allo stadio di Mendoza, Scozia e Olanda si giocano il passaggio del turno all’ultima giornata del girone. Agli scozzesi serviva vincere con tre gol di scarto, Gemmill giocava nel Nottingham Forest di Brian Clough, che quell’anno aveva vinto il campionato da neopromosso e l’anno dopo avrebbe conquistato la Coppa dei Campioni. Gemmill realizzò un gol saltando tre difensori olandesi e battendo Jongbloed. Era la rete del 3-1, la gara finì 3-2 e la Scozia uscì per differenza reti, ma quel gol è rimasto nella memoria storica dei tifosi scozzesi.
Ecco: che Renton paragoni il piacere più intenso della sua vita a una prodezza di un giocatore scozzese dice molto di quanto il calcio pesi nel suo immaginario. E, quindi, nel film. Dopotutto, per quella generazione (di scozzesi, di britannici in generale), il calcio era parte della cultura popolare. Anche in quella che si potrebbe definire come scena underground, ancora lontana dai riflettori che l’avrebbero trasformato negli anni successivi. Il legame diventa ancora più forte per Irvine Welsh, autore di Trainspotting, il romanzo da cui è tratto il film. Intervistato da Soccer AM, lo scrittore ha raccontato di tifare Hibernian, una delle due grandi squadre di Edimburgo insieme agli Hearts, e di averlo deciso dopo un derby: «Il giorno di Capodanno del 1973 ci fu una partita da sette gol tra le due squadre, e scelsi gli Hibs per quel risultato». Welsh parla del derby del primo gennaio 1973, in cui l’Hibernian vinse 7-0 a Tynecastle, in casa degli Hearts. È ancora oggi la vittoria più larga dell’Hibs nel derby e la peggiore sconfitta casalinga nella storia degli Hearts.
Negli anni vissuti a Londra, Welsh si è affezionato anche a un’altra squadra vicina a certi contesti sociali, vale a dire il West Ham: «Quando vivevo a Londra avevo pure un abbonamento nella tribuna superiore, così una settimana andavo a vedere gli Hibs e quella dopo il West Ham». Ecco, questa vicinanza al calcio è chiaramente percettibile nel film, nelle parole dei personaggi, nel modo in cui ci vengono presentati e raccontati.