Le prime partite di Ronaldo all’Inter furono uno spettacolo incredibile, un tornado che travolse anche il campionato più duro e competitivo al mondo

Un estratto del libro Ronaldo. La fine del mondo, scritto da Stefano Piri ed edito da 66thand2nd.
di Stefano Piri 24 Ottobre 2026 alle 01:24

A Bologna, contro Baggio, Ronaldo segnò il primo gol italiano. Pioveva con accanimento e il campo del Dall’Ara era pesante, il genere di prato sul quale un calciatore tanto veloce avrebbe dovuto perdere almeno una parte del proprio vantaggio. L’Inter andò sul due a zero con Galante e Ganz, Roberto Baggio accorciò prima dell’intervallo. All’inizio della ripresa Moriero servì Ronaldo al limite dell’area. Il brasiliano controllò, saltò un difensore forse anche usando il proprio carisma, perché è possibile che il difensore non avrebbe abboccato così terrorizzato a una finta di tiro col destro se di fronte avesse avuto un avversario normale, e segnò col sinistro in modo molto suo, con la palla che prese una direzione completamente diversa da quella che il movimento secco del piede indicava, come se fosse stata punta invece che calciata.

Se qualcuno, più che altro per dispetto, ne aveva dubitato, adesso si intuiva che Ronaldo avrebbe funzionato anche sotto la pioggia, nel fango, dentro il calcio di trincea della provincia italiana. Sette giorni dopo segna alla Fiorentina, il primo gol a San Siro. Poi ne fa due a Lecce, in una vittoria per 5-1 che porta l’Inter da sola in testa alla classifica. Alla quarta giornata era a quattro gol e aveva già ristabilito la sua media da mostro. Contro i più forti difensori e nel calcio più organizzato del mondo, Ronaldo trasforma il collaudo in spettacolo.

Sembra, questo sì, già diventato un attaccante diverso, sebbene altrettanto spaventoso, da quello visto a Barcellona. Sono anni in cui il calcio non è ancora globalizzato, e al di là del gap qualitativo c’è davvero una differenza palpabile, sebbene non semplice da definire, tra il calcio spagnolo e quello italiano. È più o meno lo stesso tipo di differenza che c’è tra la boxe dei pesi massimi e quella dei welter, o tra il tennis veloce su cemento e quello di logoramento sulla terra rossa. A riguardare le immagini delle due diverse stagioni, si ha proprio la sensazione che in Italia il pallone sia più pesante, il campo più insidioso, i difensori più grossi e meglio piantati nel terreno, i tacchetti delle loro scarpe più aguzzi e minacciosi. Pensare, come aveva fatto qualcuno, che la mancanza di spazi potesse danneggiarlo è stato un fraintendimento grossolano. Ora si ha la sensazione che sia proprio la mancanza di spazi, il costante corpo a corpo con gli avversari, a esaltarlo. Lo stesso vale per i campi spesso pesanti e un po’ dissestati dell’autunno italiano. Ronaldo ha un rapporto sensuale e istintivo con il pallone, i rimbalzi irregolari quasi lo avvantaggiano, perché li intuisce prima degli altri.

In poche settimane Ronaldo ha già confermato l’immaginario da cui era accompagnato, quello dell’azione personale e del trick alla brasiliana, e insieme lo ha distrutto e ampliato. Come se volesse onorare la maglia numero 10 che gli è finita quasi per caso e suo malgrado sulle spalle (lui continua a desiderare la 9 di Zamorano, e la stagione successiva la otterrà), segna perfino su punizione. Con il Lecce sembra quasi che voglia fare la caricatura del suo amico Roberto Carlos, prende una rincorsa lunghissima e calcia forte da oltre trenta metri di collo esterno, e segna anche se con qualche complicità del portiere Lorieri. Contro il Parma invece a giro, sotto l’incrocio dei pali, alla Mario Corso come dicono gli interisti.

In Coppa Italia, il 18 novembre, contro il Piacenza segna la sua prima tripletta italiana. Il terzo gol è forse il segnale definitivo del dominio stabilito in poco più di due mesi sul calcio nostrano, con Ronaldo che attraversa l’area biancorossa un doppio passo dopo l’altro, velocissimo eppure quasi pigramente, come volesse ritardare il più possibile il momento del gol per non interrompere il piacere della giocata. In quella prima memorabile stagione il Fenomeno e l’Inter davvero diventano una cosa sola. Sono due spiritualità che si fondono, che funzionano anche nei loro difetti perché nessuna delle due parti corregge davvero l’altra. Ronaldo non rende stabile quella squadra umorale, ma rende quell’instabilità una minaccia costante per gli avversari. L’Inter non protegge Ronaldo dal disordine, ma gli offre partite sufficientemente aperte e caotiche perché nel disordine lui sguazzi.

In campionato i nerazzurri restano imbattuti per dodici giornate. Ronaldo segna ancora al Vicenza e alla Sampdoria, trasforma il rigore del due a due nel primo derby contro il Milan. A fine novembre l’Inter è prima in classifica, ha battuto Parma e Napoli, pareggiato con Lazio e Milan. Non domina mai ma non sembra mai disposta a perdere. Ci sono le parate di Pagliuca, i recuperi di West, il lavoro pazzesco anche se non sempre visibile di Simeone, le fughe di Moriero, i tocchi di Djorkaeff e, soprattutto, Ronaldo.

San Siro si riempie come se ogni partita fosse un concerto irripetibile di una rockstar che domani potrebbe ritirarsi dalle scene. Al di là dei gol Ronaldo mostrava cose che in Serie A non si erano mai viste prima. Si abbassava e faceva i colpi da brasiliano, ma al doppio della velocità cui eravamo abituati a pensarli. Era come trovarsi davanti un geniale giocatore di scacchi, che però sapeva muovere i pezzi al ritmo dei colpi di una partita di tennis. Per lui dovette evolversi la regia televisiva delle partite. Spesso per capire esattamente cosa avesse fatto bisognava riguardarlo al rallentatore, come i trucchi di un prestigiatore. Si stava, anche, consumando. L’attenzione dei media nei suoi confronti era asfissiante e senza pause. Si parlava della casa, di Susana, degli sponsor, degli spostamenti, dei capelli che si diceva la Nike gli avesse fatto rasare per emulare l’immagine di Michael Jordan, del suo peso.

Nel 1997 giocò più di settanta partite. Il suo corpo sembrava venire dal futuro, ma veniva sfruttato con criteri ottocenteschi. A dicembre il Brasile lo convoca in Arabia Saudita per la Confederations Cup. Ronaldo lascia l’Inter prima della partita con la Roma, salta la trasferta di Udine e disputa cinque incontri in nove giorni. Nella finale contro l’Australia segna una tripletta. Il 23 dicembre riceve il Pallone d’Oro. Era il più giovane vincitore nella storia del premio e aveva ottenuto quasi il triplo dei voti di Predrag Mijatović, arrivato secondo.

Il 4 gennaio 1998 San Siro si riempie per Inter-Juventus. Prima della partita Ronaldo mostra il Pallone d’Oro al pubblico, sorride, sembra un po’ stanco. La Juventus di Marcello Lippi aveva vinto la Champions nel 1996, perso la finale nel 1997 e sarebbe arrivata in finale anche nel 1998. Peruzzi, Ferrara, Montero, Deschamps, Davids, Zidane, Del Piero, Inzaghi. Al primo pallone toccato Ronaldo prende da Conte una botta da professionista dei contrasti, di quelle che non ti costano neanche il giallo ma fanno volare via l’avversario. Oltre che stanco, Ronaldo quando si rialza sembra innervosito, o spaventato. Non è così. Alla prima mezza palla che gli arriva in avanti, un campanile lento e in verità ben poco invitante, vince un contrasto aereo con Montero (che sulla carta di testa dovrebbe dominarlo), manda nel panico Ferrara e si infila come una biscia tra lui e Peruzzi, non riuscendo per un soffio a superare il portiere con un pallonetto. Peruzzi ha un gesto di stizza verso Ferrara che ha un gesto di stizza verso Montero. Adesso sono loro che hanno paura. Alla fine Ronaldo vince pure questa. All’inizio della ripresa riceve palla sulla destra da Zanetti, è un po’ lunga e Montero da dietro lo spinge verso la linea laterale, ma Ronaldo col destro pinza il pallone come se dovesse sterrarlo e manda a vuoto Montero e anche Iuliano: è come se stessero cercando di salire al volo su un treno che però non ha rallentato. Ronaldo entra in area che è tutta piena di maglie della Juve ma calcia deciso rasoterra verso il secondo palo dove solo lui ha visto arrivare Djorkaeff che segna.

Non è nemmeno finito il girone di andata, ma quella sera l’Inter sembra per la prima volta davvero pronta a vincere lo scudetto, che nell’ultimo quarto di secolo ha vinto solo due volte. Djorkaeff è spiritato e per raccontare l’intesa con Ronaldo mostra un’eloquenza ben diversa dal brasiliano, in una via di mezzo tra un ted Talk e un’omelia: «Siamo compatibili, legati da qualcosa di straordinario. Non simili, non vediamo la vita e il mondo allo stesso modo; fuori dal campo non ci unisce molto, ma in campo è tutta un’altra cosa. In campo mi viene voglia di dire che siamo quasi perfetti. E ho voglia di dirlo dopo questo gol, perché è nato da qualcosa che certamente non si è visto, è nato da una sensazione comune. Quando è partito e ha alzato la testa io ho sentito che lui avrebbe passato e sapevo dove avrebbe mandato la palla. Sono partito anticipando i tempi, muovendomi prima che il passaggio partisse. Io e Ronaldo siamo uniti da questa sensibilità, da questa capacità di muoverci precorrendo i tempi, inseguendo l’intuizione, prima che una certa situazione si determini. Ma tutto questo nasce dal fatto che io e Ronaldo siamo rimasti gli stessi da quando, ragazzi, abbiamo cominciato a giocare a palla. Sono diventato un professionista ma lo spirito che mi sostiene è ancora quello. E per Ronaldo è lo stesso. Credetemi, questo è un grande tesoro, perché rimanere esattamente sé stessi, così liberi dentro, con tutte le cose che accadono e che cambiano attorno a noi, non è facile ed è un grande patrimonio». E poi, per nulla scaramantico: «Si è aperto il nostro ciclo».

Un estratto del libro Ronaldo. La fine del mondo, scritto da Stefano Piri ed edito da 66thand2nd
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