«Un soffio di fiato, un attimo ancora». Le parole sono scarabocchiate su un muro di piazza Bellini, nel centro storico di Napoli, accanto a un murale che ritrae Diego Armando Maradona nelle vesti di un angelo. Vengono da “Dammi solo un minuto”, brano inciso nel 1977 dai Pooh. Il verso completo recita: «Dammi solo un minuto, un soffio di fiato, un attimo ancora». È una canzone che parla di un amore al capolinea, ma al quale è impossibile arrendersi: il protagonista del pezzo implora di avere ancora un minuto insieme con la sua partner. «Stare insieme è finito, abbiamo capito, ma dirselo è dura». Un attimo ancora: e nel murale Maradona stringe tra le mani uno scudetto appena conquistato. L’amore ritorna per un altro soffio di fiato, rinnovando una legame eterno.
Questa non è una cronaca sportiva. È un trattato sull’amore. E a Napoli l’amore ha sempre avuto bisogno di una melodia che lo accompagnasse. La canzone è la forma a cui questa città affida il compito di tenere insieme sacro e profano, dolore e celebrazione, un calciatore e un santo, senza dover mai scegliere tra l’uno e l’altro. Negli anni di Maradona, i tifosi composero spontaneamente un coro che faceva – e fa ancora – così: «Oh Mama Mama Mama / Oh Mama Mama Mama / Sai perché mi batte il corazón? / Ho visto Maradona / Ho visto Maradona / Ué Mammà, innamorato son». La seconda canzone di questa storia di devozione – nata direttamente dalla passione dei tifosi del Napoli – parla esplicitamente di questa storia d’amore. Dice «sono innamorato» e arriva persino a sostituire la parola italiana cuore con quella spagnola corazón, per dare al testo una marcata impronta ispanica. Una scelta che costringe poi a contrarre «innamorato sono» in «innamorato son», prigioniero delle esigenze della rima. Questo coro è scritto praticamente su ogni muro di Napoli. Oppure sulle vetrine dei negozi, tracciato con cura all’interno di cuori azzurri. Che è il colore inconfondibile della divisa del Napoli. E così l’intera città si ritrova avvolta nell’azzurro e nel bianco, l’altro colore sociale. Lo ripeto: azzurro e bianco. Esattamente i colori della bandiera argentina.
Il mio cuore batte perché sono innamorato: ho visto Maradona. La storia d’amore si accese il 5 luglio 1984, proprio lì, a Napoli. Il 10 maggio 1987, grazie a un pareggio contro la Fiorentina, il Napoli conquistò per la prima volta lo scudetto. Il 29 aprile 1990 arrivò il secondo. Nessuno dei due trionfi sarebbe stato anche solo lontanamente possibile senza Maradona, tanto per il suo talento calcistico sovrumano quanto per il peso straordinario della sua leadership in campo. Il 4 maggio 2023 il Napoli vinse il suo terzo scudetto. Il primo senza Diego. Il primo dopo la morte di Diego. Il 4 giugno dello stesso anno, gli azzurri disputarono l’ultima partita casalinga della stagione contro la Sampdoria. E la città esplose letteralmente.
La terza canzone, più che un motore, è un pretesto: la frase viene prima della musica e non è esattamente un esempio di originalità rivoluzionaria. Ma colpisce dritto al cuore: «Chi ama non dimentica». La leggenda vuole che El Pampa Roberto Sosa abbia scritto di suo pugno proprio queste parole su una maglietta intima, mostrandole durante la sua ultima partita con il Napoli, nel 2008. Era arrivato nel 2004, quando il club languiva in Serie C, e se ne andò dopo averlo trascinato nuovamente nella massima serie. All’epoca, il regolamento della Serie C imponeva la numerazione tradizionale dall’1 all’11: per questo El Pampa fu costretto a indossare la maglia numero 10 di Diego, nonostante il Napoli avesse già deciso di ritirarla fin dall’estate del 2000. Un gesto che, per inciso, nessuno dei suoi club argentini – Argentinos Juniors, Boca Juniors e Newell’s Old Boys – aveva mai compiuto. Sosa fu l’ultima persona nell’universo a indossare la maglia del Napoli con il numero 10 sulle spalle. O meglio: l’ultima a farlo ufficialmente, su un campo da calcio. Perché il 4 giugno 2023, durante i festeggiamenti per lo Scudetto, metà delle persone scese in strada – uomini e donne, ragazzi e ragazze, anziani, borghesi e proletari, napoletani e immigrati – indossava la maglia di Diego. Perché chi ama non dimentica e, soprattutto, rende onore all’uomo che ha scritto la propria storia.
Questa convinzione collettiva, radicata nell’amore e cantata ininterrottamente da quarant’anni, produce quello che io e i miei colleghi napoletani chiamiamo scherzosamente «correlazioni spurie». In altre parole: dopo la morte di Diego, i suoi due grandi amori – la Nazionale argentina e il Napoli – sono finalmente tornati a essere campioni. Una correlazione causale in senso stretto è impossibile, ed è proprio per questo che è spuria. Ma la straordinaria coincidenza è innegabile, oltre che profondamente bella. E dunque assolutamente degna di essere creduta. Noi argentini abbiamo avanzato per primi questa falsa correlazione nel 2021, dopo aver vinto la Copa América. In vista dei Mondiali in Qatar del 2022, però, abbiamo preferito incarnare il nostro trionfo in un eroe in carne e ossa: Lionel Messi, ovviamente. Per i napoletani, invece, non esisteva semplicemente nessun eroe vivente in grado di riempire quelle scarpe. Solo Diego. Di conseguenza, questa correlazione poteva reggersi soltanto su una fede spirituale, ma loro l’hanno affermata come una verità rivelata: Diego aveva conquistato il terzo scudetto dal cielo, nelle vesti del santo laico per eccellenza.

Ma l’amore ha bisogno anche di un contrappeso di realtà. Ciò che non può essere confuso con la fede spirituale è la storia, quella nuda e cruda. La realtà calcistica: Diego rese il Napoli campione in un campionato in cui, fino ad allora, soltanto squadre del Nord erano riuscite ad alzare il trofeo. A essere precisi, nemmeno le squadre della capitale – Roma e Lazio, con tre e due titoli rispettivamente – avevano mai avuto un peso significativo. Il campionato italiano era un terreno di gioco riservato ai lombardi e ai piemontesi: l’Italia ricca, industriale, colta, elegante e profondamente classista. I giganti del Nord – Juventus, Inter e Milan – avevano monopolizzato ogni titolo per decenni.
Al tempo di Diego a Napoli, poi, il Nord sottomette il Sud sul piano economico, politico, culturale e sociale. Lo trasforma nel bersaglio di un razzismo dilagante, definendo i meridionali africani e liquidandoli come sporchi e malati. Negli stadi, i tifosi napoletani vengono accolti da striscioni con la scritta «Benvenuti in Italia». Diego comprese immediatamente quel panorama sociale, con la stessa velocità fulminante e la stessa lucidità con cui leggeva una trama di gioco, e abbracciò apertamente il proprio ruolo: «Sono la voce di chi non ha voce, sono il capo degli oppressi, sono africano perché sono un negro villero» – un ragazzo nero delle baraccopoli. Aveva trovato il suo posto definitivo nel mondo. Dall’altra parte c’erano i ricchi. E i ricchi, per definizione, sono irrimediabilmente disonesti. Ecco perché sostengo che Diego sia anche un eroe gramsciano.
L’eroe imperfetto esibisce con orgoglio le proprie imperfezioni, senza mai cercare di nasconderle. Non prova a essere un angelo, ma vive le proprie contraddizioni. Perché sono profondamente, intimamente popolari. Lo amiamo perché è un mascalzone, non perché cerchi di non esserlo; lo amiamo perché non è un modello di comportamento sterile e immacolato, ma semplicemente l’uomo che trasforma i nostri desideri in un’arma contro i potenti. È colui che restituisce alla terra un principio immaginario – eppure illusorio – di giustizia e uguaglianza.
Ma a Napoli tutto questo rappresenta un’intera città e un’intera storia, senza vie d’uscita e senza una sola crepa. «Anche io sono napoletano», recita la targa sotto la sua statua, all’interno dello spogliatoio dello stadio che oggi porta il suo nome. I giocatori napoletani gli toccano il piede prima di scendere in campo. Come cantava Gigliola Cinquetti nel 1972: «Sapete perché il mondo va? / Perché intorno al mondo gira l’amore». Napoli va avanti grazie all’amore per Diego e all’amore di Diego per Napoli. Questa è la quarta canzone, anche se sono l’unico a ricordarla. Forse potremmo scriverne una nuova versione, interamente dedicata a Maradona e al Napoli: «Sapete perché il Napoli va? / Perché intorno a Diego gira l’amore».