Hong Kong aveva visto e creato il futuro del cricket prima di tutti gli altri, ma poi le cose non sono andate come ci si aspettava

Il formato T20 ha trasformato il gioco, ma l'Hong Kong Sixes l'ha fatto ancora prima. E l'ha reso più veloce, più vivace e ricco di stelle. A distanza di oltre 30 anni, quell'evento visionario è tornato a svolgersi, e non è una notizia da poco.
di Mathew Scott 31 Ottobre 2026 alle 01:44

Negli ultimi vent’anni, i formati più brevi e spettacolari hanno trasformato il cricket, alimentando la voglia di azione continua, avvicinando nuovi pubblici e mettendo in discussione la vecchia convinzione secondo cui una partita, per essere davvero tale, dovesse durare un’intera giornata, o addirittura cinque. Il T20 è diventato il simbolo di questa rivoluzione: partite più brevi, grandi colpi, stelle internazionali e un’attenzione dichiarata all’intrattenimento. Eppure, più di dieci anni prima della prima partita ufficiale di T20, su un piccolo campo di Kowloon, l’Hong Kong Cricket Sixes proponeva già una versione del gioco costruita attorno a molti degli stessi principi.

E se Hong Kong avesse intuito per prima il futuro del cricket? Basta trascorrere abbastanza tempo a parlare con Papu Butani, uno degli uomini che hanno fondato l’Hong Kong Sixes, per arrivare a crederlo. Gioielliere di Hong Kong e giocatore di cricket di ottimo livello, Butani aveva scoperto il formato a sei giocatori per squadra nel 1985, quando una formazione di Hong Kong si era recata a Bangkok per disputare un torneo. All’epoca, il cricket internazionale era composto quasi esclusivamente da Test match di cinque giorni e partite di un giorno. Il formato ridotto ribaltava molte delle convenzioni del gioco: sei giocatori per squadra, innings brevissimi e un approccio aggressivo in battuta rendevano quasi inutile qualsiasi atteggiamento prudente. L’obiettivo era semplice: segnare, e farlo il più velocemente possibile.

Butani tornò a Hong Kong convinto che quell’idea potesse diventare qualcosa di più grande. Con il coinvolgimento dei promotori locali Ken e Brian Catton e il sostegno di quella che oggi è Cricket Hong Kong, China, venne scelto il Kowloon Cricket Club (KCC) come sede del torneo e iniziarono i preparativi per la prima edizione dell’Hong Kong Sixes. «Ken era un tipo tosto. Si sarebbe occupato degli aspetti organizzativi del torneo. Ma ero io a dover portare i giocatori… e i soldi», ricorda Butani. «Dissi che, se ci fosse stata una perdita, me ne sarei fatto carico io. I profitti? Li avremmo divisi con tutti».

La versione di Bangkok era rimasta un evento relativamente in sordina, ma Butani aveva ambizioni ben più grandi, oltre alla determinazione necessaria per realizzarle. «Andai in Inghilterra, Australia e Nuova Zelanda per supplicarli di mandarmi dei buoni giocatori, e per pagarli quanto chiedevano, non quanto le rispettive Federazioni erano disposte a concedere», racconta Butani, che oggi ha 79 anni. Il suo piano funzionò: arrivarono le stelle. E, con loro, lo spettacolo.

Sachin Tendulkar, Brian Lara e Shane Warne sono soltanto alcuni dei grandi campioni che nel corso degli anni hanno partecipato al torneo, giocando praticamente a un passo dagli spettatori del KCC. Le dimensioni contenute dell’evento creavano un’intimità difficile da trovare nel cricket internazionale: i giocatori si sporgevano oltre le recinzioni per parlare con i tifosi, mentre il programma concentrato in due giornate lasciava tutto il tempo per godersi un’altra delle attrazioni di Hong Kong: la vita notturna. «E così, naturalmente, arrivavano le grandi stelle, che qui si divertivano davvero», racconta Butani. «Due giorni di cricket. Tanto divertimento. Alcuni di quei ragazzi passavano tutta la notte nei locali, poi arrivavano al KCC alle otto del mattino, si facevano una doccia e andavano a giocare».

Anche Glyn Davies, ex direttore del torneo, che ha lavorato all’evento per undici anni, ricorda quella particolare combinazione di cricket e vita notturna. «C’erano buoni premi in denaro e, in più, si trascorreva un fine settimana a Hong Kong», racconta. «La squadra inglese era famosa per usare l’hotel soltanto per cambiarsi. Si godevano tutto il fine settimana, e a volte era il cricket a rappresentare un’interruzione dei loro programmi». La festa era parte integrante del fascino del torneo, ma lo era anche il formato stesso. «Bisogna ricordare che, all’epoca, tra il cricket a 50 overs e i Test match non esisteva nulla», spiega Davies. «Non c’era una versione breve del gioco. In quel momento ci muovevamo in una nicchia piuttosto particolare».

Eppure, da quella nicchia nacquero alcuni momenti sportivi straordinari. Nell’ottobre del 1992, durante la prima edizione del torneo, Hong Kong si ritrovò ad affrontare il Pakistan, appena laureatosi campione del mondo nel cricket a un giorno e dotato di due tra i lanciatori più veloci e temuti della loro generazione: Wasim Akram e Waqar Younis. La squadra di Hong Kong, composta in gran parte da giocatori dilettanti, aveva pochissime possibilità. Eppure, incredibilmente, vinse. «Sì, avevano un paio di lanciatori di media velocità che si chiamavano Waqar e Wasim», scherza Pat Fordham, ex capitano di Hong Kong. «Wow, che squadra. E noi li abbiamo battuti! Li abbiamo battuti!».

Fordham aveva addirittura scelto di affrontarli indossando un cappello morbido e largo invece del casco protettivo. «Mi presi un bel rischio, pensando che, essendo noi i padroni di casa e chiaramente dei giocatori dilettanti, non ci avrebbero lanciato palle rimbalzanti durante un torneo di Sixes», racconta. «Per fortuna non lo fecero. Altrimenti ci avrebbero ammazzati». Era il genere di sorpresa che quel formato sembrava fatto apposta per favorire. Le partite erano abbastanza brevi da sovvertire le gerarchie abituali: un innings esplosivo o un over disastroso potevano cambiare tutto. Ridotto ai suoi elementi più imprevedibili, il cricket rendeva improvvisamente possibile l’improbabile. Il torneo arrivò a essere descritto da Wisden come una «Coppa del Mondo tascabile».

Eppure, nonostante l’innovazione, il richiamo delle grandi stelle e i primi successi, l’Hong Kong Sixes non diventò mai il fenomeno globale che i suoi fondatori avevano immaginato. La sua storia fu invece caratterizzata da una serie frustrante di interruzioni e ripartenze. Il torneo si disputò dal 1992 al 1997, tornò dal 2001 al 2012, riapparve brevemente nel 2017 ed è stato poi rilanciato nel 2024. Non ci fu una sola ragione dietro queste interruzioni. Le controversie tra gli organizzatori misero fine alla prima fase dell’evento. In seguito, il torneo dovette fare i conti con le difficoltà nel trovare sponsor e con la sostenibilità economica dell’organizzazione di grandi eventi di cricket in una città dotata di pochi impianti adeguati.

Nel frattempo, il resto del cricket cominciava a cambiare. Le prime partite ufficiali di T20 arrivarono nel 2003 e il nuovo formato presentava molte delle caratteristiche che il Sixes aveva già messo in mostra per anni: partite più brevi, battute aggressive, stelle internazionali, azione continua e un prodotto facilmente confezionabile per la televisione e gli sponsor. Poi arrivò la Indian Premier League. Lanciata nel 2008, la IPL portò il cricket in formato breve in una dimensione commerciale completamente nuova, costruendo le proprie franchigie attorno a campioni internazionali e trasformando il T20 in una delle forze più influenti dello sport. Le analogie con il Sixes erano evidenti. Altrettanto evidente era la differenza di scala.

«Ci sono diversi fattori che hanno fatto perdere all’Hong Kong Sixes la rilevanza che aveva avuto tanti anni fa», spiega Anuraag Bhatnagar, membro del consiglio direttivo e direttore commerciale e marketing di Cricket Hong Kong, China. «C’erano difficoltà nel reperire le sponsorizzazioni aziendali necessarie, perché la mancanza di grandi impianti a Hong Kong rende difficile generare profitti. Un’altra delle ragioni principali è stata l’avvento del T20: quando abbiamo iniziato con il Sixes, nel 1992, non esisteva un formato del genere. […] È stato verso la metà degli anni Dieci che le cose hanno iniziato a diventare più complicate, perché non avevamo abbastanza interesse da parte delle aziende. Ci trovavamo a competere con tutte quelle leghe in franchigia che stavano nascendo in ogni parte del mondo».

C’è una certa ironia in questa storia. Hong Kong aveva sperimentato un cricket breve e orientato all’intrattenimento prima che quell’idea diventasse mainstream, ma quando arrivò il boom commerciale, si sviluppò altrove. Questo, tuttavia, non significa necessariamente che il Sixes avrebbe potuto diventare la IPL. La sua estrema brevità è parte del suo fascino, ma rende anche più difficile costruire le narrazioni, le rivalità e l’ecosistema commerciale di una lega vera e propria. Il piccolo mercato interno di Hong Kong e la disponibilità limitata di impianti rappresentavano ostacoli che India, Inghilterra e Australia non hanno dovuto affrontare. La storia del torneo solleva però una domanda interessante: l’Hong Kong Sixes era destinato fin dall’inizio a rimanere un formato di nicchia, oppure era semplicemente arrivato prima che il cricket fosse pronto ad accoglierlo?

A più di trent’anni dal suo debutto, il torneo ha una nuova possibilità di trovare una risposta. Il Sixes è tornato nel 2024 e il suo ultimo rilancio coincide con un tentativo più ampio di portare la competizione oltre i confini di Hong Kong. A settembre, JSW Sports, parte del gruppo indiano JSW Group e comproprietaria della franchigia IPL Delhi Capitals, ha annunciato una partnership commerciale in esclusiva con Cricket Hong Kong, China. Per un evento il cui fascino iniziale anticipava alcuni degli elementi del moderno cricket in franchigia, il legame è particolarmente significativo. «È un’estensione naturale di tutto ciò che abbiamo costruito nello sport indiano e siamo entusiasti di portare lo stesso rigore e la stessa ambizione su un palcoscenico globale, in stretta collaborazione con Cricket Hong Kong, China», ha dichiarato Divyanshu Singh, amministratore delegato di JSW Sports, annunciando l’accordo. «Il torneo ha già una storia importante nel formato a sei giocatori; insieme a Cricket Hong Kong, China, il nostro obiettivo sarà ampliarlo ulteriormente, aumentarne il pubblico, rafforzarne il valore commerciale e contribuire a trasformarlo in un circuito davvero globale».

I primi segnali sono incoraggianti. L’edizione del 2025 ha visto la partecipazione di dodici nazionali e, secondo gli organizzatori, ha attirato più di 10.500 spettatori nell’arco di tre giornate. Il torneo del 2026 è in programma dal 30 ottobre al primo novembre al Tin Kwong Road Recreation Ground. Anche il panorama sportivo è cambiato. Il cricket tornerà ai Giochi olimpici di Los Angeles nel 2028, mentre la sua presenza ai Giochi asiatici ha contribuito a far conoscere questo sport a Paesi e pubblici che tradizionalmente ne erano lontani. Per Bhatnagar, tutto questo rappresenta un’opportunità non soltanto per rilanciare il Sixes, ma per farlo crescere. «Ora che il cricket è diventato uno sport da medaglia alle Olimpiadi di Los Angeles del 2028 ed è presente anche ai Giochi asiatici, stiamo assistendo a un rinnovato interesse da parte di tutti questi Paesi», spiega. «Con i partner giusti, una rete di contatti adeguata e la giusta capacità di raggiungere il pubblico, può diventare qualcosa di davvero, davvero grande. Non vogliamo fermarci qui. La visione è trasformare questa competizione in un circuito globale di Sixes, seguendo un modello simile a quello del rugby a sette».

Resta da vedere se questa ambizione potrà concretizzarsi. Il calendario del cricket moderno è già affollato, le leghe in franchigia competono duramente per assicurarsi giocatori e attenzione e il T20 ha ormai assorbito molte delle caratteristiche che un tempo rendevano il Sixes un formato rivoluzionario. Ma forse il suo problema più grande è sempre stato quello di essere arrivato troppo presto. Quando il torneo cominciò, all’inizio degli anni Novanta, il cricket non disponeva né delle strutture commerciali né dell’interesse culturale che oggi circondano i suoi formati brevi. Quello che allora era un torneo di un fine settimana a Hong Kong, travolgente e un po’ eccentrico, a distanza di trent’anni appare sorprendentemente lungimirante.

Butani ha infine abbandonato l’organizzazione del torneo, ma non il cricket. Quando ci incontriamo per un caffè al KCC, tira fuori con entusiasmo le prove delle sue imprese sul campo, tra cui un notevole bottino di cinque wicket conquistato all’età di 75 anni. Ha smesso definitivamente di giocare soltanto due anni più tardi. La sua fiducia nel Sixes, però, non si è mai affievolita. «Già allora guardavamo al mondo intero», dice. «E dovrebbe continuare a farlo anche oggi».

Da Undici n° 70
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