Kimi Antonelli non è soltanto il più giovane pilota che ha vinto il Mondiale piloti di Formula Uno. La sua è una storia che racconta qualcosa di più grande: aggiunge un tassello alla lunga, profondissima relazione tra l’Italia e i motori, scrivendone un capitolo nuovo, più moderno, che non si era mai visto. Quello di un italiano che, pur restando lontano dall’universo-Ferrari, è amato ed acclamato dai suoi connazionali. Per capire fino in fondo questo fenomeno, e soprattutto per capire com’è stato percepito lontano dal nostro Paese, ci siamo rivolti a Brad Spurgeon. Che, per chi non lo sapesse, è un giornalista canadese che da anni segue il Circus per le testate più importanti del mondo. Tra cui, tanto per gradire, il New York Times e l’International Herald Tribune. La sua, quindi, è una testimonianza di enorme importanza. Per inquadrare la grandezza assoluta di Antonelli, il suo impatto sulla Formula Uno e sul motorsport in generale, ma anche per capire quali sono la sua dimensione e le sue prospettive per chi lo guarda con distacco.
Kimi Antonelli ha vinto il Mondiale a vent’anni. Quanto è storico, davvero, quello che è successo?
Per la Formula Uno è una gigantesca boccata d’aria fresca. La storia più bella che questa stagione potesse regalarci. Un ragazzo di vent’anni anni che si presenta al via genuino, senza il timore di sbagliare, e che a poco a poco non smette più di vincere. È una storia che porta in pista una faccia nuova, un’energia nuova, il fascino di qualcosa che nessuno aveva previsto.
Tu, Brad, ci credevi fin dall’inizio?
Direi dopo la prima gara. Quando i test hanno mostrato che la Mercedes era la macchina più veloce, in Australia tutti davano il titolo a Russell. Io mi chiedevo: “Perché dovrebbe essere lui? Se è così forte, come mai non ha dato più filo da torcere a Hamilton quando erano compagni di squadra?”. Antonelli non andava escluso in partenza. Anche dopo la vittoria di Russell nel primo Gran Premio ho pensato che non significasse niente, perché in Formula Uno tutto può cambiare in fretta. Poi ho cominciato a guardare davvero cosa faceva Kimi, e gara dopo gara la sua crescita è diventata impossibile da ignorare.
Perché dici che una stagione così ha evitato al Mondiale di annoiarsi?
Perché stavamo per vivere un copione già visto: la macchina migliore nelle mani di un pilota che conosciamo bene, con i britannici a celebrare il campione annunciato. Invece la macchina era dominante, ma a portare a casa le vittorie era un ragazzino. E per di più italiano.
Che cosa conta di più di quel “per di più”?
Per gli italiani, in Formula Uno è più difficile, specialmente se sono al di fuori della Ferrari. Fisichella e tanti altri: possono correre per chiunque, ma portano comunque addosso il peso di essere il secondo amore dei tifosi, perché al primo post c’è il Cavallino. Temevo che anche Kimi sentisse quel peso. Invece è andato avanti come se non esistesse, come se non gli importasse niente. Per me è stata un’iniezione di vitalità per tutto il campionato.
Due anni fa, a Monza, Kimi finì a muro dopo pochi giri. Che cosa è cambiato da allora?
Allora lo avevano portato in pista per una sessione di prove, e dopo un giro o due era già contro le barriere. Due anni dopo, nello stesso posto, ha fatto un capolavoro, dal 19esimo al primo posto. È difficile spiegare il cambiamento, perché in Formula Uno pesano sempre più fattori insieme. Ma se devo dirlo in modo diretto: è cambiato il contesto attorno a lui, e lui ha saputo starci dentro con una leggerezza che due anni prima non si poteva immaginare.
Quali sono questi fattori?
Il primo è la squadra, che gli ha costruito intorno il sostegno di cui aveva bisogno. Il secondo è la macchina, senza discussioni la migliore del lotto. Il terzo è l’incoscienza della gioventù: nessun bagaglio, nessuna paura di sbagliare, nessun “oddio, e se ora fallisco?”. Kimi sale, ha la macchina migliore e vola. Poi c’è un quarto elemento, di cui si è parlato spesso: le caratteristiche della Mercedes di quest’anno si adattavano a lui meglio che a Russell.
Quindi la Mercedes ha costruito la macchina su misura per Kimi?
Assolutamente no, non l’ho pensato nemmeno per un secondo. Non è la squadra che ha scelto lui e plasmato la macchina sulle sue caratteristiche: è Kimi che si è adattato meglio. Semplicemente, la Mercedes di quest’anno aveva qualità che a lui si addicevano più che a Russell. E il merito è suo: dentro il talento di Kimi c’è una rara capacità di adattamento.
Sarà un campione per molti anni?
Su questo ho più dubbi di quanti ne abbia sentiti in giro. Non sono sicuro che Kimi sarà il prossimo Hamilton o il prossimo Verstappen, un pilota capace di aprire un ciclo lungo anni. Non è quello che mi auguro, ma non mi stupirei se un ragazzo di vent’anni appena compiuti vincesse il titolo, spiazzasse tutti e poi scomparisse. Il motivo è semplice: finora ha avuto pochissime vere sfide – anche perché ha fatto sembrare tutto facile. Non sappiamo come reagirà quando le cose si metteranno male. E poi le persone cambiano: a vent’anni non ha ancora avuto il tempo di maturare come uomo, e quello che diventerà conterà quanto il talento. Quello che ha fatto quest’anno è straordinario, ma non sono ancora convinto che lo ripeterà per dieci anni.
E allora che cosa deve fare, per costruirsi una carriera da leggenda?
Prima di tutto scegliere bene. Se la Mercedes continuerà così, come era accaduto dal 2014 al 2020, davanti a lui ci saranno anni di grandi opportunità. Ma i piloti devono trovarsi nella squadra giusta al momento giusto, e basta una scelta di cuore per sbagliare tutto. Jean Alesi era praticamente firmato con la Williams nel 1991 e scelse la Ferrari: se fosse andato alla Williams sarebbe stato campione del mondo. Lo stesso è accaduto a Fernando Alonso, per anni, scuderia dopo scuderia. Per Kimi la ricetta è questa: restare dove si vince, scegliere con la testa e non con l’istinto. E poi lavorare su sé stesso come persona.
Un campione italiano che non corre per la Ferrari: che cosa dice della storia della Formula Uno?
Che era ora. L’Italia ha dato tantissimo a questo sport: è stata la culla dei Gran Premi, negli anni Venti e Trenta, prima che passassero agli inglesi, e poi ha continuato con la Ferrari, la Minardi, la Pirelli, i suoi piloti. È assurdo che non avesse un campione del mondo dagli anni Cinquanta.
Che cosa può cambiare, ora?
Questo titolo può ispirare molti giovani piloti italiani, a cui il peso delle aspettative legate alla Ferrari ha spesso reso la strada più difficile. Non mi sorprenderebbe vedere team principal andare a caccia di nuovi talenti italiani. E forse toglierà un po’ di pressione alla stessa Ferrari.