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V = S / T

«La miglior boccata d’aria fresca che abbiamo avuto negli ultimi 60 anni» secondo la leggenda Stirling Moss. Chi è, da dove viene e perché viene odiato Lewis Hamilton, il pilota più spettacolare del circuito, con un passato unico e proletario nel panorama nobile della Formula 1.

Di Davide Coppo

Per essere uno che dice di non aver paura di niente, soprattutto della velocità, sembra avere una vita piuttosto noiosa. Non perde un’occasione per ringraziare il padre, che è la sua guida e il suo mentore, e la persona senza la quale non sarebbe al posto che occupa ora, e un’ispirazione e uno stimolo, e per recitare una liturgia banale fatta di merito e spirito di sacrificio. Poi c’è l’altro lato di Lewis Hamilton, quello veramente importante, quello che vive in pista e per cui il nome di Lewis Hamilton è conosciuto in tutto il mondo, o quasi.

Il fatto è che Lewis Hamilton non fa molto per rendersi simpatico, né per farsi amare. Non che sia un suo dovere. Il suo dovere è guidare un’auto da 700 Kg a trecentoventi all’ora per due ore consecutive e vincere, e lo fa benissimo. È una persona così semplice che il contrasto con il Lewis Hamilton infilato nell’abitacolo in gara non può che stordire, e provocare reazioni contrastanti. E dire che Hamilton ha anche una storia personale – di formazione – piuttosto interessante, anzi unica nel mondo della F1. La storia fa così:

Il piccolo Lewis ai tempi dei kart

Il piccolo Lewis ai tempi dei kart

Prima di tutto è nero. Vi ricordate un altro pilota nero in Formula 1? Non importa: non ce ne sono stati prima di lui. La Formula 1 è sempre stato uno sport elitario, con una forte impronta nobiliare soprattutto in Gran Bretagna (il primo circuito di sempre fu costruito qui, nel Surrey, nel 1907), e la storia familiare di Lewis Hamilton è molto lontana da quella di una ricca famiglia inglese dedita all’hobby del racing: il nonno arrivò in Gran Bretagna dall’isola di Grenada, nei Caraibi, e lavorò, come poi fece il padre, per la London Underground. La Formula 1, per il figlio di un lavoratore della London Underground, è un sogno ragionevolmente proibito, economicamente impossibile. A meno che tuo padre non si chiami Anthony Hamilton, non sia mezzo matto e irresponsabile, e non si sia messo in testa che suo figlio Lewis, che andava più forte di tutti alle gare di macchinine radiocomandate a cinque anni, possa vincere un Mondiale su una vera Formula 1. Davvero: «Si vedeva che aveva una sensibilità speciale», ha detto a proposito del talento di Lewis per le macchinine. Grazie a questa intuizione, Anthony Hamilton arrivò a indebitarsi di decine di migliaia di sterline per permettere a Lewis di passare dal radiocomando al volante vero e proprio di un kart.

A 10 anni dice a Ron Dennis: «Signor Dennis, un giorno mi piacerebbe pilotare una delle sue macchine in F1»

Quante volte avrà pensato, Anthony Hamilton, alla possibilità di aver sbagliato tutto? Quante volte potrà aver rimpianto, forse di notte – i rimpianti di solito arrivano di notte, in letteratura e nella vita – quei debiti che potevano segnare la vita sua e quella del figlio che non sarebbe più, a quel punto, diventato un pilota? Qualsiasi cosa abbia pensato nelle sue notti più disilluse, deve aver sentito – dove? Nella pancia? Nel cuore? In gola? – qualcosa di simile a un’esplosione di serotonina, sollievo ed eccitazione quando, nel 1995, Lewis (che ha 10 anni) vince una gara di kart organizzata dalla rivista Autosport e riceve il premio da Ron Dennis in persona, e gli dice «signor Dennis, un giorno mi piacerebbe pilotare una delle sue macchine in F1», e Ron Dennis risponde al bambino «tu vinci il campionato britannico di kart e in qualche anno torneremo a parlare», e tutti e due si ricordano della promessa e la mantengono: a tredici anni Lewis Hamilton viene incluso nel Young Driver Development Program dalla McLaren, con un’opzione per un posto in Formula 1. È uno dei primi record di Lewis, che ne segnerà tanti, e diventa il più giovane pilota di sempre ad “assicurarsi” un sedile nella categoria più prestigiosa.

L’amicizia con Ron Dennis è anche uno dei motivi per cui Lewis è uno dei piloti più odiati dai tifosi avversari: per loro è un protetto, un raccomandato, il preferito del capo. Lui ha detto a El País che non si sente un fortunato e che «la gente parla di fortuna, ma io non credo molto nella fortuna. Credo più che altro che la fortuna uno se la costruisca». Si presenta alla griglia di partenza di un Gran Premio di F1 per la prima volta il 18 marzo 2007, in quarta posizione. Al suo fianco, terzo, c’è Nick Heidfeld (Bmw Sauber), al secondo posto il compagno di scuderia Alonso (due volte campione del mondo) e in pole Kimi Raikkonen (Ferrari). Quando i cinque semafori si spengono sia il pubblico mondiale che Fernando Alonso si accorgono di Lewis Hamilton, di come Lewis Hamilton non sia un esordiente come tanti, di quanto sappia essere sfrontato, irrispettoso e fenomenale. Ron Dennis, beh, Ron Dennis lo sapeva già.

«Stunning start!», Australia 2007, primo Gp in F1

Mentre Raikkonen scatta bene in prima posizione, Heidfeld si inserisce in seconda, superando Alonso. Kubica, quinto, affianca la McLaren di Hamilton e la stringe contro il lato destro della pista, rallentandolo in vista della prima curva, a destra. Fino a qui sembra una brutta partenza, timida e tipica di un pilota inesperto. A questo punto Hamilton fa quello che né Alonso, né il pubblico mondiale si aspettano da un rookie: scarta sulla sua sinistra, attraversa la pista in diagonale e sorpassa sull’esterno della curva Kubica e Alonso: era quinto, si trova terzo. È un biglietto da visita che non cambierà fino a oggi: i sorpassi, le staccate. Uno dei video che ho guardato su YouTube in questi giorni inizia con una frase: “Schumi is gone (si era ritirato nel 2006), overtaking is back”. Il migliore della stagione è a Monza: è in terza posizione, con davanti Kimi Raikkonen, stanno arrivando entrambi alla variante del rettifilo, dopo il lungo rettilineo, a 320 all’ora. Lewis riesce nel sorpasso (in una chicane!) frenando direttamente in fase di curva, arrivando velocissimo e controllando poi la sbandata dell’auto con le ruote girate. Come il rally, ma con il motore di un aereo. C’è un aneddoto interessante del padre a proposito della capacità di Lewis di frenare come nessun altro, e spiega due cose: la forza dell’allenamento e del coraggio, e l’importanza di un padre che sarà poi anche manager, un po’ una versione buona e non sadica di Mike Agassi. Quando Lewis correva nei kart, suo padre si metteva a studiare le frenate degli avversari sulle curve più difficili, quelle a gomito. Segnava il punto, poi lo mostrava al figlio: «Tu devi frenare un metro più avanti».

Quel Mondiale Lewis Hamilton lo perderà per un punto, e con molte colpe: spregiudicatezza, immaturità, scarsa, scarsissima capacità di gestire la tensione e le responsabilità. Litigherà con Alonso, verrà accusato di aver provocato un incidente tra Vettel e Webber. Ma saranno in molti a innamorarsi di quella guida che si era persa da anni, tra cui Stirling Moss, che dirà «he’s the best breath of fresh air we’ve had in 60 years», e me.

Il suo primo Mondiale lo vince nel 2008, l’anno successivo. È un Mondiale thriller vinto all’ultima curva, e non è un modo di dire. A due giri dalla fine del Gp di Interlagos, con Massa in testa alla gara ma secondo nella classifica generale, Hamilton sbaglia e si fa sorpassare da Vettel finendo in sesta posizione. Con queste posizioni, il titolo è di Massa. Ma davanti a Vettel e Hamilton c’è Timo Glock, con gomme da asciutto in condizioni di pista bagnata e un tempo sul giro molto lento. E all’ultima curva, quando Massa ha già tagliato il traguardo e il box Ferrari sta festeggiando il titolo mondiale, Hamilton sorpassa Glock, tornando quinto in pista e primo in classifica generale. Il telecronista inglese, vedendo la McLaren affiancare la Toyota del tedesco, urla: «Oh my God! Is that Glock? Is that Glock?». Sì, quello è Glock. E Lewis Hamilton è il più giovane campione del mondo di sempre.

“All’ultima curva” non è un modo di dire

Una parenesi umana: un bel profilo del New York Times del 2008 – ma prima della vittoria – mostra un Hamilton privato, nella sua casa di Ginevra, dove ha scelto di risiedere ricevendo molte critiche. Lui dice che non c’è molta gente che va a trovarlo, e lui ha molto poco tempo per sé a causa del lavoro, è lontano dagli amici rimasti a Londra. Se ci pensate, ha soltanto 23 anni. La giornalista gli chiede: «So it’s lonely?» e lui, immagino a voce bassa, guardando il pavimento: « Yeah, I would say that. For sure».

Tuttavia, quando parla dei momenti più felici della sua vita, ci tiene a sottolineare che preferisce il Mondiale vinto nel 2014 a quello del 2008. Perché, forse banalmente, spiega che ripetersi è più difficile che vincere la prima volta. Perché è più maturo, e perché ha guidato la macchina – Mercedes, non più McLaren – migliore della sua vita. Anche nel 2014 le polemiche intorno al suo nome e alla sua guida sono molte, e spesso interessano il suo compagno di scuderia e amico d’infanzia Nico Rosberg. Prima di esplodere a Spa con un contatto tra le due macchine in sorpasso che danneggia il musetto di Rosberg e fora una gomma di Hamilton, la guerra era iniziata in Ungheria. Qui una strategia di tre soste per Rosberg porta il muretto Mercedes a chiedere a Lewis (che di soste ne aveva programmate due) di far passare il compagno. La risposta: «I’m not slowing down for Nico. If he gets close enough to overtake, he can overtake». E Rosberg, poco dopo, che urla: «Why isn’t he letting me through?!», con l’impotente meccanico che non può che rispondere «he’s had the message, Nico», come a dire, vedetevela voi due.

Bahrain 2014, adrenalina pura

Hamilton vuole essere come Senna, il suo casco è la riproduzione di quello di Senna, e Hamilton – si può dire? Sì – non può che essere Senna in questo duello in cui Rosberg è allora Prost. In Bahrain, ad aprile, il tramonto sul circuito e le luci dei riflettori danno all’asfalto un colore azzurro e viola, singolare e malinconico. Hamilton è davanti dall’inizio, Rosberg subito dietro. La lotta dura dal primo giro al traguardo, su cui i due arrivano quasi contemporaneamente. Due ore di continui, aggressivi attacchi di Rosberg, e una continua, aggressiva difesa di Hamilton. Con astuzia (frenate anticipate per cercare un’uscita di curva interna, più breve) e rischi (frenate ritardate all’ultimo centimetro utile, una conoscenza innata, sensoriale della fisica e dell’aerodinamica). Nei giorni dedicati alla ricerca e alla stesura di questo pezzo ho guardato il video del duello (vimeo.com/91707028) decine di volte, e l’effetto è sempre lo stesso: rido, grido, di una risata strana fatta di isterica eccitazione, meraviglia, awe. Provate a guardarlo. È un riassunto spettacolare di cos’è Lewis Hamilton, e del perché è la cosa migliore capitata alla Formula 1 da parecchi anni a questa parte. 

Nell’immagine in evidenza, Hamilton esulta dopo aver vinto il suo secondo Mondiale, ad Abu Dhabi nel 2014. Clive Rose/Getty Images