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Juventus-Real Madrid, epopea

Il racconto di una partita che ha fatto la storia, dagli anni Sessanta a oggi.

Di Francesco Paolo Giordano

C’è una certa regalità che accomuna Juventus e Real Madrid. Non solo di nome, non solo perché la Juventus è la Madama del pallone italiano e perché il Madrid ha quel prefisso nobiliare che esibisce anche con la corona sul proprio stemma, né per via di una certa simpatia dei Savoia e dei Borboni per le due squadre. È in virtù di un diritto che hanno acquisito da sempre, come se fosse di emanazione divina: il diritto, assoluto e inalienabile, di vincere. Nei loro rispettivi Paesi, Juventus e Real Madrid hanno vinto più campionati di tutti, e questo in un certo modo li ha spinti a considerare la vittoria in ambito nazionale affar loro: come farebbe un re, per l’appunto, dove non c’è spazio per nessun margine di dissenso o insubordinazione. E poi c’è la bellezza: quella che hanno messo in campo le due squadre ogni volta che si sono incontrate.

14 febbraio 1962, Juventus-Real Madrid 0-1

È il primo confronto ufficiale in assoluto tra Juventus e Real Madrid, vinto dagli spagnoli per 1-0. La Juve è arrivata per la prima volta ai quarti di Coppa dei Campioni, dopo aver superato Panathinaikos e Partizan Belgrado. Si trova di fronte l’avversario peggiore: il Real Madrid, che nei primi cinque anni di vita della Coppa aveva sempre vinto il trofeo, mentre nell’edizione precedente venne eliminato, un po’ a sorpresa, dal Barcellona negli ottavi di finale. Per la Juve la stagione fu da dimenticare: campioni d’Italia in carica, andarono in confusione sin dalle prime giornate, quando racimolarono un pareggio interno contro il debuttante Mantova per 1-1, una sconfitta per 2-1 a Padova, un altro pareggio casalingo, stavolta con il Lecco per 2-2, e un ko a Bergamo per 3-1. In casa del Milan, che poi si laureò campione d’Italia, i bianconeri persero con un pesante 5-1, e quattro reti le segnò José Altafini. A fine stagione, si piazzarono al dodicesimo posto con 29 punti totalizzati, quanti il Venezia e meno di Mantova e Catania, con un risicato vantaggio di sei punti sulla zona retrocessione. Le ultime sette gare le persero tutte, tanto era lo smarrimento di un’annata disastrosa, a cui si aggiunse l’’eliminazione in semifinale di Coppa Italia per mano della Spal, vittoriosa per 4-1. Allenata da Carlo Parola dal settembre del 1961, la Juve aveva nel duo d’attacco Sívori-Charles il proprio punto di forza. Il resto della squadra non vantava grandi campioni: per la quasi totalità la rosa era formata da calciatori italiani, eppure solo due bianconeri, Sívori e Bruno Mora, vennero convocati in Nazionale per i Mondiali che si disputarono quell’anno in Cile. Al solo nominare i calciatori del Real Madrid, invece, tremavano i polsi: Di Stéfano, Puskás, Gento, autentici eroi del fútbol di quegli anni. Ma la Juve aveva bisogno dell’impresa, perché la Coppa dei Campioni rappresentava l’unica occasione di salvare la stagione: la gara di andata, disputata a Torino, fu molto nervosa, tanto che Sívori rifilò una testata a Pachín che lo aveva maltrattato durante tutta la gara. Ma la maggior abitudine del Real a certe partite ebbe la meglio, e gli spagnoli portarono a casa un prezioso 1-0 grazie alla rete di Di Stéfano.

21 febbraio 1962, Real Madrid-Juventus 0-1

Sívori si riprese la rivincita nel match di ritorno, giocato sette giorni dopo: sponda del gigante Charles e mancino vincente dell’oriundo. Finì 1-0, ma non ci furono i tempi supplementari: il regolamento dell’epoca stabiliva uno spareggio per determinare la qualificazione. Ma la vittoria della Juventus, in quell’occasione in tenuta completamente nera, conquistò un’eco imponente: fu la prima volta che il Real perse in Europa nel suo tempio di Chamartín. Prima di quella sera, nessuno avrebbe mai potuto pensare che le merengues potessero vedere violata la loro fortezza: perché erano la squadra più forte del mondo e perché si avvertiva sempre una suggestione profonda, che pietrificava teste e gambe degli avversari, quando si metteva piede su quel campo. Un’impresa che lo stesso Sívori raccontò così: «Faceva paura quello sta­dio. Faceva paura il fatto che loro, su quel campo, non avevano mai perso. Ma sbaglia­rono l’approccio, pensavano fosse una passeggiata dopo la vittoria di Torino. E noi arrivammo a Madrid molto concentrati e determinati. A un certo punto, dopo il gol, capimmo che po­tevamo farcela. Alla fine potevamo anche raddoppia­re, all’ultimo minuto fallim­mo il gol del 2-0 che sarebbe stato quello della qualifica­zione alle semifinali. E invece finì 1- 0 e si andò alla bella. Brutto ricor­do quello. Si giocò a Parigi e non meritavamo di perdere 3-1, successero cose incredi­bili in campo, non sono mai stato picchiato come in quel­l’occasione, c’era Pachín che mi massacrò le gambe. Qual­che settimana dopo, Hurrà Juventus uscì con un servi­zio sulla partita e mise una foto delle mie gambe al ter­mine dei novanta minuti: quell’immagine impressionò anche me». Nello spareggio parigino, Sívori segnò ancora, ma il suo gol non bastò a regalare la qualificazione alla Juventus. La Coppa finì poi nelle mani del Benfica, campione d’Europa per il secondo anno di fila, che batté in finale il Real con il punteggio di 5-3.

5 novembre 1986, Juventus-Real Madrid 1-0 (2-4 dopo i calci di rigore)

È la Coppa dei Campioni 1986/1987, Juventus e Real Madrid si affrontano negli ottavi di finale. Due squadre formidabili che in quegli anni dominavano in patria: la Juve negli anni precedenti aveva vinto quattro campionati nelle ultime sei stagioni, il Real aveva appena iniziato la sua sfilza di cinque titoli nazionali di fila (dal 1985 al 1990). In più, entrambe si erano già affermate in Europa: la Juve due anni prima aveva vinto la sua prima Coppa Campioni della storia, tre anni prima aveva messo in bacheca la Coppa delle Coppe. Il Real, invece, nei due anni precedenti aveva portato a casa la Coppa Uefa. Il confronto è un passaggio di testimone: la Juve stava avviandosi al tramonto del proprio ciclo vincente, testimoniato dal fatto che Michel Platini a fine stagione decise di ritirarsi, mentre a Madrid stava mettendo radici la Quinta del Buitre, formata da Butragueño, Sanchís, Vázquez, Míchel e Pardeza. Giocatori cresciuti nel Real, che in quegli anni contribuirono a riportare le merengues ai fasti degli anni Sessanta. Sono gli anni in cui torna l’idea del miedo escénico, la paura per l’avversario di giocare in un palcoscenico come il Bernabéu. Uscire indenni da Madrid, in quegli anni, era praticamente impossibile: due anni prima, l’Inter aveva vinto 2-0 a Milano, ma al ritorno gli spagnoli ne fecero tre e mandarono a casa i nerazzurri. «Noventa minuti en el Bernabéu son molto longo», disse Juanito in un idioma ibrido agli avversari interisti. Il giocatore più temuto era Emilio Butragueño. Madrileno e madridista fin dalla nascita, con un gioco di parole venne soprannominato El Buitre, “l’avvoltoio”, perché davanti alla porta era implacabile. Nelle elezioni in Spagna del 1986, circa mille schede vennero dichiarate nulle perché riportavano la scritta: “Oa, oa, oa, Butragueño alla Moncloa” (la Moncloa è la sede del premier spagnolo), coro che andava in voga in quegli anni. L’attaccante non smentì la sua fama nemmeno contro la Juventus: decise la gara di andata con un tap-in su assist di Chendo. A Torino, la Juve riportò subito in parità la doppia sfida: dopo soli nove minuti, Mauro salta Gallego con un gioco di prestigio sulla linea di fondo, palla nel mezzo raccolta da un bel sinistro di prima intenzione di Cabrini che si infila sotto la traversa. Il risultato non si sbloccò più e ai rigori si mostrarono più freddi gli spagnoli, che andarono a segno tre volte su quattro (solo Sánchez fallì), mentre dei bianconeri solo Vignola realizzò il proprio tiro, a fronte degli errori di Brio, Manfredonia e Favero.

6 marzo 1996, Real Madrid-Juventus 1-0

A dieci anni di distanza, Juventus e Real Madrid tornano a sfidarsi per un quarto di finale di Champions League. Sulla panchina bianconera, da un anno, siede Marcello Lippi, che ha riportato la Juventus sul tetto d’Italia dopo un digiuno lungo nove anni. Il Real, invece, vive una delle stagioni più tribolate della sua storia: a fine anno arriverà sesto in campionato, alle spalle persino di Espanyol e Tenerife, il peggior piazzamento delle merengues negli ultimi 37 anni, rimanendo così fuori per la stagione successiva dalle competizioni europee (nella sua storia è successo appena due volte). A Madrid ci furono cambiamenti sia dal punto di vista societario, con la nuova presidenza di Lorenzo Sanz dopo le dimissioni di Mendoza, sia in panchina, dove Jorge Valdano, che l’anno prima aveva conquistato il titolo nazionale, venne esonerato dopo una sconfitta interna contro il Rayo Vallecano. A prendere il suo posto fu Arsenio Iglesias, che guidò la squadra nella doppia sfida contro la Juve. Valdano, nel frattempo, aveva promosso in prima squadra quella che sarebbe stata per anni la bandiera del Real Madrid: Raúl González Blanco, ancora oggi recordman di presenze (741) con la camiseta blanca. Raúl ricorda spesso come il Real gli sia capitato per caso nel destino: lui, tifoso dell’Atlético Madrid e nato in una famiglia di fede rojiblanca, aveva iniziato a giocare a calcio proprio nelle giovanili dei colchoneros. Nel 1992 però il settore giovanile dell’Atlético venne chiuso per difficoltà finanziarie e il Real colse l’occasione di tesserare il giovane attaccante. Nell’ottobre del 1994, Raúl venne convocato per la prima volta in prima squadra e fece il suo debutto a Saragozza, diventando, a 17 anni e 124 giorni, il giocatore più giovane a esordire con la maglia del Real. La mamma di Raúl, María, ricorda quel pomeriggio di venerdì in cui stava ascoltando distrattamente la radio: «Valdano leggeva la formazione che avrebbe giocato il giorno dopo a Saragozza. A un certo punto pronuncia il nome Raúl. Io non potevo crederci, era proprio il mio Raúl?». L’attaccante ricorda: «Valdano mi prese in disparte e disse che avrei giocato titolare. Io rimasi tranquillo e dormii senza problemi. Ma il giorno della partita, dopo il pranzo, ero sconvolto: non riuscivo a prendere sonno, continuavo a camminare per tutta la stanza senza sosta. Mi tranquillizzai solo in campo, perché ero circondato da dieci compagni dalla classe immensa che avevo sempre sognato di vedere così da vicino». Quel giorno il Real perse 3-2, ma Raúl non mollò più il suo posto in prima squadra. Nella sua stagione d’esordio in Champions, mise a segno sei reti nelle otto partite in cui scese in campo: l’ultima proprio nella gara di andata contro la Juventus, con un bel sinistro che va a infilarsi alle spalle di Peruzzi.

20 marzo 1996, Juventus-Real Madrid 2-0

«Didier, come hai dormito stanotte?»
«Benissimo»
«Sei pronto per il Real?»
«Dipende tutto da te, lo sai».

Uno scambio di battute come un altro: quei due potrebbero essere due amici qualsiasi, prima di una partita di calcetto. E invece sono Gianluca Vialli e Didier Deschamps, nella mattina che precede una delle partite più importanti della stagione: il ritorno dei quarti di finale di Champions League, con la Juve chiamata a ribaltare lo 0-1 incassato all’andata al Bernabéu. Dipende tutto da Vialli, secondo Deschamps e secondo i quotidiani sportivi della mattina: «Ecco la mia capoccia pelata sul Corriere dello Sport, anche oggi mi hanno messo in mezzo…». Qualcuno osserva: «Dicono che lascerai la Juve a fine stagione», Vialli smentisce, anche se poi avrebbe davvero fatto le valige in direzione Chelsea. L’allora capitano bianconero, con la sua inseparabile telecamera («Ecco a voi Federico Fellini!», urla un suo compagno di squadra quando entra nello stanzino in cui Lippi sta tenendo la lezione tattica), ci racconta le ore che precedono la grande sfida. Il clima scanzonato che si respira in ritiro (Conte e Vialli che scherzano, i compagni di squadra che cantano «Olé, olé, olé, olé, Lucaaaaa, Lucaaaaa» sul bus, un giocatore che si abbassa i pantaloni mentre Vialli riprende il suo armadietto) va rarefacendosi mentre il fischio d’inizio si avvicina, testimoniato dai volti tirati e dalla concentrazione dei giocatori sul bus che porta la squadra al Delle Alpi: solo qualche commento stupito per la grande affluenza di pubblico e il solito Di Livio che «tiene alto l’umore». La voglia di scherzare è ridotta e alcuni giocatori avvertono la tensione più di altri. Come Michele Padovano, al primo anno di Juve (arrivava dalla Reggiana) e meno abituato ad appuntamenti del genere: Vialli lo stuzzica, Padovano lo ignora e guarda fuori dal finestrino, trinceratosi dietro il silenzio. Eppure sarà proprio lui, con un diagonale mancino, a regalare alla Juve la qualificazione, dopo il gol di Del Piero su punizione. A quella gara, seguirà la semifinale contro il Nantes (2-0 e 2-3) e la finale di Roma contro l’Ajax, vinta ai calci di rigore dopo l’1-1 dei 120 minuti.

20 maggio 1998, Juventus-Real Madrid 0-1

Juventus e Real Madrid si trovano per la prima volta in finale di Champions League, nell’edizione del 1998: si gioca all’Amsterdam Arena. In quegli anni, i bianconeri di Marcello Lippi sono considerati a ragione la squadra più forte del globo: tra loro, Peruzzi, Montero, Deschamps, Zidane, Inzaghi, Del Piero. Hanno vinto la Champions già nel 1996, mentre l’anno prima si sono arresi solo in finale al Borussia Dortmund. In campionato vinsero tre volte in quattro anni, ma non riuscirono mai a fare l’accoppiata scudetto-Champions. Il Real, invece, non viveva un’epoca particolarmente fortunata: il Barcellona aveva una marcia in più in quegli anni e le merengues dovettero accontentarsi solo di due campionati negli anni Novanta. Soprattutto, a Madrid si soffriva la prolungata assenza dagli almanacchi europei: l’ultima Coppa Uefa era stata vinta nel 1986, dodici anni prima, mentre la Coppa dei Campioni mancava addirittura dal 1966, trentadue lunghi anni. Nonostante la presenza di campioni come Hierro, Roberto Carlos, Redondo, Seedorf e Raúl, la Juve alla vigilia era data come strafavorita: aveva rifilato quattro gol alla Dinamo Kiev nei quarti (dopo l’1-1 dell’andata) e altrettanti al Monaco nell’andata delle semifinali e sembrava una squadra schiacciasassi. E invece in finale la Juve combina poco: la coppia Inzaghi-Del Piero, che nella competizione aveva segnato 16 gol (dieci Pinturicchio, capocannoniere del torneo) non punge e si infrange contro la rude difesa di Hierro e Sanchís. I bianconeri avvertono il dovere di andare in vantaggio e, man mano che i minuti passano, il peso li comprime sempre più: fino al gol fortunoso, arrivato a metà ripresa, di Pedrag Mijatović, che in posizione di fuorigioco è lesto a riprendere una conclusione rimpallata di Roberto Carlos e a mettere il pallone in rete. Il Corriere della Sera, l’indomani, dipinge così la grande occasione sciupata dalla Juventus: «La Juve è riuscita a buttare la Coppa contro una squadra mediocre, che però ieri sera aveva più voglia e più bisogno, e perché Lippi l’ha regalata a un tecnico molto meno bravo di lui (Heynckes)».

14 maggio 2003, Juventus-Real Madrid 3-1

Nel 2003 nuovo incrocio nelle semifinali di Champions, ma la situazione è capovolta: stavolta è il Real Madrid la squadra più forte del mondo, in piena era galácticos: Ronaldo, Figo, Zidane, in panchina Del Bosque. Hanno vinto la Champions l’anno prima con una meraviglia di Zidane contro il Bayer Leverkusen e tre anni prima maltrattando i connazionali del Valencia. Nei quarti hanno spazzato via il Manchester United, Ronaldo all’Old Trafford ne ha segnati tre in un colpo solo e l’obiettivo della décima sembra davvero realizzabile. Alla Juve è tornato Marcello Lippi, ma da anni i bianconeri non hanno più prodotto acuti in Europa: fuori nelle fasi a gironi nei precedenti due anni di Champions, una brutta eliminazione in Coppa Uefa con il Celta Vigo tre anni prima, culminata in uno 0-4. Con il tecnico viareggino si era tornati a vincere due scudetti di fila, ora restava l’Europa. Superata agevolmente la prima fase a gironi, nella seconda la Juve era riuscita a qualificarsi con una partita thrilling, il 3-2 al Deportivo: sotto di un gol, i bianconeri erano riusciti a ribaltare la situazione con un gol di Trezeguet e con un gran tiro al volo di Tudor in pieno recupero. Ai quarti avevano eliminato il Barcellona ai supplementari, grazie alla rete decisiva di Zalayeta. Mandate a casa due spagnole, mentre la terza, il Valencia, veniva estromessa dall’Inter, restava l’ultima, la più temibile: all’andata, la Juve mantenne la qualificazione aperta grazie al gol di Trezeguet, in mezzo alle reti di Ronaldo e Roberto Carlos. Nella gara di ritorno del Delle Alpi, l’undici di Lippi gioca quella che fu definita la “partita perfetta”: eliminatoria già ribaltata nel primo tempo con la girata di Trezeguet e il capolavoro di Del Piero. Stupenda la serie di finte con cui il capitano disorienta Hierro e Salgado, prima di fulminare Casillas con un destro chirurgico: ma ancor più stupefacente è il controllo con cui Pinturicchio ammansisce un pallone altissimo proveniente da quaranta metri. Nella ripresa il capolavoro viene portato a compimento con il rigore di Figo parato da Buffon e la gran botta di Nedved che vale il 3-0, rendendo inutile il gol dell’ex Zidane agli sgoccioli di gara. Ma a pochi minuti dal fischio finale, Pavel Nedved, che a fine anno vinse il Pallone d’Oro, aggancia Steve McManaman: è il giallo che gli farà saltare la finale di Manchester contro il Milan. Una serata trionfale chiusa con una punta di amarezza: Nedved accasciato sul suolo, in lacrime per un sogno che aveva inseguito a lungo e che più nessuno gli avrebbe restituito.

9 marzo 2005, Juventus-Real Madrid 2-0 d.t.s.

Due anni dopo, il duello si ripete. Se possibile, il Real è ancora più galáctico: ai campioni già presenti in rosa, si sono aggiunti i vari Beckham, Owen, Samuel. Eppure, da quel confronto con la Juventus nel 2003, le merengues hanno vinto una Supercoppa spagnola e nient’altro. In patria si sta facendo largo il Barcellona di Ronaldinho e Eto’o, mentre in quella stagione a Madrid cambiano allenatore tre volte: prima Camacho, poi García Remón, infine il brasiliano Luxemburgo. Alla Juve, invece, è appena arrivato Fabio Capello: obiettivo tornare immediatamente in alto dopo una stagione interlocutoria, caratterizzata da un quarto posto in campionato e da un’anonima comparsa in Champions. Dopo lo spavento iniziale nei preliminari con gli svedesi del Djurgården, con la Juve addirittura sotto di due reti in casa prima di chiudere la gara di andata sul 2-2 (il ritorno, invece, sarà una formalità e terminerà 4-1), i bianconeri si dimostrano subito squadra solida: ben cinque vittorie di fila per 1-0 nel girone di Champions, con Bayern, Ajax e Maccabi Tel Aviv. In campionato, nel frattempo, la squadra di Capello prende subito il comando della classifica per non mollarlo più. Perciò, dopo la gara del Bernabéu che vide imporsi gli spagnoli per 1-0 con rete del difensore Helguera, la Juve avverte di poter ribaltare la situazione e qualificarsi per i quarti. Capello se la gioca con il tridente Del Piero-Ibrahimovic-Zalayeta, ma nel destino che doveva beffare il Real c’era ancora lui, David Trezeguet. Subentrato a Del Piero nel secondo tempo, il francese segna il gol dell’1-0 a un quarto d’ora dal termine con una giocata molto simile a quella che aveva sbloccato la sfida con le merengues due anni prima: traversone dalla fascia destra, sponda di testa di un compagno (stavolta è Ibrahimovic) a rimettere palla nel mezzo e girata vincente di Trezeguet. La partita si trascina ai tempi supplementari e la storia si ripete ancora una volta e assume le sembianze di Marcelo Zalayeta. Era stato lui a buttar fuori, sempre nell’extra time, il Barcellona nella Champions del 2003, ed è ancora lui a diventare eroe di Coppa, giustiziando l’altra spagnola: fendente violento con il destro e Juve ai quarti a scapito del Real.

5 novembre 2008, Real Madrid-Juventus 0-2

Fu come se la partita si fosse fermata e tutto il resto, i giocatori, le porte, le bandierine dei corner, inghiottito dentro quell’applauso. In quel momento Alex Del Piero aveva cancellato il ricordo della partita per essere lui, da solo, il motivo della serata: erano lì tutti per lui, tutto il Bernabéu per vedere Del Piero. «È la cosa più bella che può capitarti nel calcio». Tutto lo stadio ad applaudirlo, e lui che si inchina: svanisce il confine tra avversari e rivalità, si applaude Del Piero perché si omaggia il campione, un privilegio che il pubblico madridista aveva riservato solo a Maradona nel 1983 e a Ronaldinho nel 2005. E così un semplice confronto della fase a gironi si trasforma in un tributo al capitano bianconero, autore della doppietta che consente alla Juventus di ipotecare la qualificazione per gli ottavi di finale. Prima la rete col mancino, un tiro a giro rasoterra nell’angolino, poi il destro, un calcio di punizione chirurgico che scivola sulle teste dei giocatori in barriera. Una doppietta e una vittoria simbolica: il capitano che, dopo Calciopoli, scende in Serie B e aiuta la sua squadra a ritornare tra le grandi del calcio. Era la prima partecipazione alla Champions della Juventus dopo la retrocessione e dopo due anni di assenza dall’Europa: il successo al Bernabéu fu il segnale della risurrezione bianconera, fu l’aver ritrovato la propria dimensione eroica dopo la discesa forzata nell’Ade. Del Piero prese la Juve per mano: in quell’edizione di Champions segnò cinque gol sui nove totali (oltre alla doppietta di Madrid, ancora al Real nella gara di andata, finita 2-1 per i bianconeri, allo Zenit e al Chelsea negli ottavi). Riuscì a unire al ruolo di giocatore rappresentativo anche quello di trascinatore: per cinque anni, dalla stagione disputata in Serie B fino al 2010/2011, fu il miglior marcatore della squadra, laureandosi anche capocannoniere in Serie A nel 2007/2008.

5 novembre 2013, Juventus-Real Madrid 2-2

È la fase a gironi della Champions 2013/14. La squadra di Antonio Conte non sfigurò contro il Real: all’andata, al Bernabéu, i madridisti si imposero per 2-1 con doppietta di Cristiano Ronaldo, intervallata dal pari momentaneo di Llorente. Al ritorno, la Juve si giocava una fetta importante di qualificazione e mise in campo una prestazione di grande carattere e orgoglio. I padroni di casa, dopo aver creato parecchio scompiglio dalle parti di Casillas, passano in vantaggio agli sgoccioli del primo tempo con un calcio di rigore sanzionato per fallo di Varane su Pogba e trasformato da Vidal. Ma battere il Real è impresa titanica e nella ripresa le merengues ribaltano la situazione: prima è Ronaldo a infilare Buffon, dopo un brutto errore in disimpegno di Cáceres, poi è il turno di Bale, che segna la rete del 2-1 con il suo sinistro prodigioso. A evitare la sconfitta ci pensa Llorente con una zuccata su cross di Cáceres.

13 maggio 2015, Real Madrid-Juventus 1-1

Esistono notti che cambiano gerarchie, rapporti di forza, destini. In quella Champions 2014/15 la Juventus ne visse più di una: la vittoria, sofferta e voluta fortemente, contro l’Olympiacos nel girone, la dimostrazione di forza sul campo del Borussia Dortmund e, appunto, la semifinale contro il Real Madrid. Notti che hanno scandito la lunga cavalcata della Juventus non solo verso la finale di Berlino, poi persa contro il Barcellona, ma verso un livello superiore, verso una consapevolezza di poter competere, con le più grandi, anche in Europa. Il primo atto fu il match di andata dello Stadium, con la Juventus vittoriosa per 2-1, con i gol di Morata e Tévez intervallati dal pari provvisorio di Ronaldo. È un risultato positivo ma che non mette al sicuro i bianconeri in vista del ritorno al Bernabéu: preoccupazioni che si rivelano fondate quando Cristiano Ronaldo porta in vantaggio le merengues. Ma dicevamo di certe notti, e della loro importanza: la Juventus di Allegri, in quel torneo, ha capito quale fosse il modo giusto per affrontarle, e in Spagna gioca, controbatte, si fa minacciosa. Il gol dell’ex Morata, poi futuro figliol prodigo, è il momento di massima esaltazione, il momento che consegna ai bianconeri la finale di Champions, 12 anni dopo l’ultima volta.