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La tempesta

Una reazione allo scandalo che sta coinvolgendo la FIFA: quanto è dura continuare ad avere credibilità nel calcio, e perché non dovremmo chiamarlo "gioco".

Di Davide Coppo

Non so nemmeno esattamente da dove iniziare. Penso che l’idea migliore sia iniziare con un video, e con parole non mie. Le parole sono quelle di John Oliver, un presentatore e comedian inglese, pure molto conosciuto negli Stati Uniti. Se avete 14 minuti di tempo o pazienza, il video è questo.

John Oliver <3&vs the World Cup

Se non avete avuto 14 minuti di tempo o pazienza, come immagino (un recente studio di Microsoft Corp. sostiene che l’attention span di noi esseri umani dotati di un certo benessere chiamato Internet e smartphone sia di circa 6 secondi), non vi preoccupate, lo spiego brevemente. Il monologo di Oliver è concentrato sul Mondiale del 2014 in Brasile. Il punto della questione è quello che in italiano potremmo tradurre come “il dilemma della salsiccia”. Ovvero: c’è qualcosa che ami moltissimo, ma che non vorresti mai sapere come è fatto. Se il dilemma è certamente andato in atto per quanto riguarda il Mondiale in Brasile e quello precedente in Sud Africa, non sono così certo che possa ripetersi con le edizioni del 2018 e 2022, in Russia e Qatar. Per un motivo: non sono sicuro di poter amare le prossime due edizioni dei Mondiali FIFA, e la responsabilità è principalmente della FIFA.

Ora che il Dipartimento di Giustizia statunitense ha deciso di arrestare sette dirigenti della FIFA, le cose sono peggiorate. Non perché siano cambiate granché: che la FIFA sia da anni non solo un’organizzazione nominalmente non profit che gestisce la macchina del calcio mondiale, ma anche e soprattutto un’associazione per delinquere, è il segreto meno segreto del mondo. L’ultimo documento a confermarlo è uscito appena pochi giorni fa su Bloomberg Businessweek, ed è un reportage chiamato “A league of his own. How Sepp Blatter controls soccer”. Tra le informazioni che si leggono nell’articolo, quasi tutte sono insieme interessanti ed estremamente perturbanti. Un esempio. Il voto della federazione delle Cayman Islands è un voto importante, quando c’è una campagna elettorale come quella che si terrà tra poche ore, e che vede Sepp Blatter come, ancora una volta, il cavallo da battere per la corsa alla presidenza FIFA. Le Cayman sono attualmente al 191° posto nel ranking delle Nazionali di calcio, su un totale di 209 posizioni. Il voto delle Cayman conta come quello della Germania, o del Brasile, o dell’Argentina. E dal 2002 la Federazione calcistica caymanese (non so nemmeno se esista una parola come caymanese) ha ricevuto due milioni di dollari in finanziamenti dalla FIFA (di Sepp Blatter) per costruire il suo nuovo quartier generale e un nuovo stadio.

Come molti cattivi, anche Blatter non è particolarmente alto. Clive Rose/Getty Images

Come molti cattivi, anche Blatter non è particolarmente alto. Clive Rose/Getty Images

Qualcosa di simile, in cui però in gioco c’erano i voti per l’assegnazione del Mondiale del 2022, è accaduta nel 2010. In quell’anno, appunto, il Qatar vince la gara per organizzare la più grande manifestazione sportiva del mondo. Un anno dopo, Mohamed bin Hammam viene radiato dalla FIFA. Tra la votazione e la radiazione, Hammam ha pagato centinaia di migliaia di dollari alle 30 federazioni calcistiche africane, distribuito quasi mezzo miliardo in mazzette contanti ad altri rappresentanti, pagato le spese legale di un delegato di Tahiti che era stato beccato mentre cercava di vendere il suo voto (Fulvio Paglialunga, su l’Ultimo Uomo, ha spiegato per bene tutta la questione). Eppure il Mondiale in Qatar si farà. Almeno, per ora.

Insomma, ogni appassionato di calcio con un briciolo di senno e buona volontà nel guardarsi intorno e avere consapevolezza di ciò che accade (non saremo forse la maggioranza, ma se 30 milioni di persone hanno guardato in Tv l’ultimo Mondiale, beh, saremo quantomeno qualche centinaio di migliaia) sa quanto sia sporca l’organizzazione che gestisce questo gioco. Il punto, forse, sta proprio in quella parola, gioco. Il calcio nasce così, come attività ludica. Poi si trasforma in passione, popolare e meno popolare. Quindi in business. Tutto questo, nei primissimi anni del Novecento. Ancora oggi, nel 2015, lo chiamiamo gioco.

Un altro paio di informazioni per capire a cosa ci troviamo di fronte: come spiega Business Insider, gli arresti dei dirigenti FIFA sono il risultato di un’investigazione che riguarda la CONCACAF e la CONMEBOL, le federazioni americane, responsabili di eventi come Copa América, Gold Cup, Copa Libertadores e altri tornei continentali. Non ci sono accuse riguardanti i Mondiali futuri russi e qatarioti. Non ci sono accuse concernenti inchieste su Africa, Europa, Asia. In pratica, immaginiamo che il famoso vaso di Pandora sia rappresentato da una bottiglietta d’acqua. Non solo non abbiamo ancora aperto il tappo, ma ci abbiamo appena soltanto stretto le dita intorno per iniziare a girarlo. Abbiamo solo preso consapevolezza che un vaso (bottiglietta) di Pandora esiste, e che è il momento di smetterla di ignorarlo. Forse.

Va detto (a discolpa di nessuno) che non soltanto l’inchiesta, ma l’intera storia di corruzione più o meno velata di Sepp Blatter e della FIFA ha dei toni così originali e affascinanti da sembrare uscita da una sceneggiatura di fiction. Un ottantenne svizzero che stringe mani e manovra sponsor, eventi globali e politici da un emirato sul Mar Rosso a una minuscola isola vulcanica del Mar dei Caraibi, per tornare nella sala riunioni di Ginevra, un bunker dalle pareti neri e i pavimenti di lapislazzuli (sì, davvero). Nello stesso articolo di Bloomberg Businessweek, le fotografie sono fantastiche: palme, Mercedes, bodyguards bahamian strabici, enormi e malvestiti, hotel e casinò di lusso. Mi sembra di trovarmi davanti alle diapositive di un location scout per un film tratto da un romanzo di Joan Didion. O a un Oceans Eleven calcistico, in cui le vittime sono però intere nazionali, e le economie di intere nazioni. Il che, in fondo, significa che le vittime sono persone, migliaia e migliaia di persone.

Blatter e il SUO tesoro. Alexandre Schneider/Getty Images

Blatter e il SUO tesoro. Alexandre Schneider/Getty Images

Se non avevo idea su come iniziare, non ho nemmeno idea su come finire. Sono in una sorta di condizione indecifrabile – per me – a metà tra l’atarassia e l’imbarazzo. Mi chiedo: sono complice? Siamo, noi tifosi o appassionati, eticamente complici? Perché continuiamo ad avere entusiasmo, perché aspettiamo un Mondiale dopo l’altro, perché, sì, ci lamentiamo di chi produce il prodotto, ma continuiamo ad acquistarlo? È vero: non stiamo arricchendo soltanto la FIFA. Stiamo anche arricchendo persone, società virtuose e modelli di business sostenibili che generano posti di lavoro e alimentano un sistema economico positivo. Ma in cima alla piramide c’è Ginevra. Forse, mi ripeto, il problema sta sempre in quella parola, che sia gioco o che sia game. Il calcio non è un gioco quasi in nulla, né nelle sue manifestazioni positive, né in quelle negative. È un sistema politico ed economico che può creare ricchezza, da un lato. Dallo stesso lato, è uno sport che appassiona miliardi di persone, che le intrattiene. Dall’altro, è difficile chiamare gioco, semplicemente gioco, un affare in mano a persone come Sepp Blatter. Un gioco che, se viene giocato in Qatar grazie a delle mazzette, può costare (è costato, sta costando, costerà) la vita a migliaia di operai, per la maggior parte, dicono le statistiche, nepalesi e indiani (qui un’eloquente grafica di Deadspin).

Ci sono molti momenti, nella vita di un tifoso, in cui questo sentimento chiamato tifo viene meno

Ci sono molti momenti, credo, nella vita di un tifoso, in cui questo sentimento chiamato tifo viene meno. In cui il tifoso razionalizza all’estremo livello, ovvero studia al microscopio, le ragioni per cui dovrebbe trascorrere delle domeniche, dei martedì sera, dei mercoledì sera, a incanalare le proprie emozioni in uno stadio, in ventidue ventenni o poco più, in un pallone. Non è un rifiuto: è la normale vita di ogni religione, ogni misticismo. Se ci si appassiona al calcio da bambini, lo si ama da adolescenti. La fine dell’adolescenza trascina spesso con sé la fine di molti ideali, molte religioni, molte convinzioni. Anche l’amore per il calcio viene messo alla prova. Viene messo sul banco degli imputati, lo si pesa e lo si analizza. In molti casi – almeno, nel mio caso e nel caso di molti amici e colleghi – il tifo inteso come partigianeria lascia il passo, sempre di più, al fascino per l’analisi, a un amore più distaccato, una passione più matura. È una crisi naturale, endemica in ogni religione, non è facile da superare. L’ho superata. Anche questo superamento, a volte, viene messo in crisi. Questi arresti sono una delle crisi. A pensarci bene, forse la crisi peggiore che abbia mai affrontato.

Cosa può spingere la forza di volontà nel superamento di questi momenti? Forse un discernimento corretto delle colpe: forse non siamo davvero complici, di certo non siamo vittime. Le vittime del calcio muoiono davvero, i complici di questo sistema criminale, forse, pagheranno per le loro colpe. Noi – io, te, voi – stiamo in mezzo, sperando che le vittime non siano più vittime e che i padroni non siano dittatori. Sperando di vedere un altro Mondiale. L’atarassia può lasciare spazio alla speranza, perché di buoni modelli da seguire il mondo è pieno e il calcio non è da meno, e se augurarsi che degli esseri umani paghino con il carcere i propri errori è un sentimento con il quale non vado molto d’accordo, l’unica cosa che mi viene in mente, in questo discorso così confuso, è una frase usata così tante volte che si è consumata fino alla banalità, ma tant’è. Viene dal King John di Shakespeare e dice: «So foul a sky clears not without a storm», e cioè che un cielo così cupo non può schiarire senza una tempesta.