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Il posto di Nibali nella storia

Dove potremmo collocare lo Squalo dello Stretto nel pantheon del ciclismo? Alla vigilia della partenza del Tour de France 2015, una riflessione sul campione in carica

Di Cristiano Gatti

L’unico vantaggio che ha su tutti i miti è l’età: può vincere ancora, può aggiungere trofei e leggenda per almeno altri quattro anni. Guardando avanti, Vincenzo Nibali può davvero pensare di raggiungere qualcuno degli straordinari fuggitivi, nell’effimera e romantica corsa verso il meglio dei meglio. Non è però una gara semplicissima. Al momento, il distacco è ancora cospicuo. Per non dire incolmabile.

Eppure il gioco intriga sempre. Tutte le volte che in uno sport un campione alza la testa, emergendo dalla palude della mediocrità, si fa irresistibile la tentazione di pesarlo sulla bilancia della storia. Di valutare cioè non tanto il suo peso reale, in quel preciso momento, contro precisi avversari, ma piuttosto il suo peso specifico, in proporzione a chi c’era e a chi vinceva prima, trovandogli un posto nella lunga scala della memoria.

Oggi come oggi, Nibali è certamente uno dei due o tre campioni più forti e più veri (con Alberto Contador, più che con Chris Froome, quest’ultimo troppo compresso – come Lance Armstrong – nella monotematica ossessione del Tour). Già il capolavoro d’aver vinto prima dei trent’anni tutte e tre le grandi corse a tappe del calendario – Tour, Giro, Vuelta in ordine di prestigio – lo colloca subito in un ristrettissimo Rotary: con lui, siedono in questo club soltanto Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault, Contador. Come si vede, mancano stranamente certi immancabili, certi nomi che sbucano puntualmente quando ci si avventura nelle magiche praterie dei ricordi, certo, i Coppi e i Bartali. Però questa è la statistica: soltanto sei uomini, nella storia e negli almanacchi, sono riusciti a cesellare l’artistico tris.

Le impressioni di Nibali alla vigilia della kermesse, nel video realizzato dal team Astana

Dunque Nibali è già molto su, oggettivamente, nelle graduatorie dell’immortalità. Ma anche qui c’è un ma: in questa specifica tavolata sta seduto nel posto più defilato. Tra tutti e sei, è quello che ha vinto i grandi giri una sola volta. Gli altri hanno tutti una collezione, chi più e chi meno. Per questo, molto lavoro gli resta da fare: vincere altri Giri, altri Tour, altre Vuelte è la missione che deve darsi nel tempo a venire, per concludere sentendosi un po’ meno imbucato tra i grandissimi.

Tour of Oman - Previews

Una bella foto di Nibali durante il tour dell’Oman. Bryn Lennon/Getty Images

Il gioco però non finisce qui. Non può finire così. Ai tavoli del Bar Sport, l’unico locale che non ha orari di chiusura, la discussione va avanti all’infinito, con l’aggiunta continua di ma, se, però. Tanto per cominciare: chi l’ha detto che il parametro di giudizio definitivo debba tenere conto soltanto dei grandi giri. Certo in quelle corse emerge sempre il campione più completo, nelle gambe e nelle meningi, ma nemmeno si può negare che il numero totale di vittorie messe assieme in una carriera dica qualcosa. Le discussioni si allargano. Entra in gioco la quantità. Mica niente, nello sport. Da questo punto di vista, il ciclismo facilita moltissimo il compito e sgombera velocemente il campo dalle sfumature: il più grande di tutti i tempi è Eddy Merckx, con quel mostruoso numero da “Cannibale” di 250 vittorie. Propongo di seguire il resto della speciale classifica quantità: Mario Cipollini 169, Erik Zabel 164, Rik Van Looy 161, Alessandro Petacchi 160, Sean Kelly 156, Freddy Maertens 155, Roger De Vlaeminck 148, Giuseppe Saronni 145, Bernard Hinault 138, Francesco Moser 129, Laurent Jalabert 128, Miguel Poblet 125, Robbie McEwen 119, Tom Boonen 109. Questo per dire come ancora manchino i Coppi e i Bartali, assieme a loro tanti altri bei fenomeni della bicicletta, tipo Gimondi e Indurain, i famosi dieseloni che per mancanza di sprint nell’ultimo metro finiscono fuori da questa classifica. Ma chiediamocelo spassionatamente: ha senso? Ha davvero senso soltanto contare e non pesare i trionfi di un campione? Va bene Merckx, che girato in qualunque modo resta comunque sempre numero uno. Ma qualcuno se la sente poi di dire che Petacchi è più campione di Gimondi, o McEwen più di Indurain? Via, andiamo: non può essere un freddo numero a posizionare nella storia un campione. Serve dell’altro. Serve tutto. Serve il coefficiente di difficoltà delle singole vittorie, degli avversari battuti, dei tempi vissuti. Servono forse più ancora la poesia e l’eccitazione smosse nelle singole emotività dei tifosi. Scientificamente parlando, servirebbe uno specifico algoritmo – o una raffinata alchimia – che riesca a considerare tutto quanto e a spadellare un risultato a prova di dubbio.

«Un siciliano a Parigi», uno speciale andato in onda su Rai 3 per celebrare il trionfo di Nibali al Tour 2014

Chiaro: è un algoritmo impossibile. Perché ogni tifoso ha il suo e se lo tiene bene fisso nell’anima. C’è gente, ai tavoli del Bar Sport, incapace di ammettere che Chiappucci era qualcosa meno di Coppi, perché ti spiega con passione che la combattività e l’orgoglio di Chiappucci il fragile Airone se li poteva soltanto sognare. Estremisti. Antagonisti. Black bloc del dibattito. Certo inattendibili. Ma per dire quanto il gioco sia aperto a qualsiasi soluzione.

Però resta Nibali. Da qualche parte, nel Louvre dei meglio, dobbiamo pur metterlo. In attesa di contare e pesare i suoi risultati a fine carriera, attualmente il curriculum è tutto in divenire e piuttosto volatile. È fuori discussione che gli manchino in modo allarmante le grandi classiche di un giorno. Nemmeno Indurain ne ha mai vinte granché, ma il suo patrimonio conta cinque Tour e due Giri, buona compensazione. Nibali sta messo molto peggio. Anche qui però c’è il però: i tempi cambiano, il mondo cambia e cambia ineluttabilmente l’idea stessa del campione. Da epoca immemorabile ormai i ciclisti sono costretti alla grande scelta, o di qui o di là, o uomini a tappe o uomini in linea, modi gergali di definire la specializzazione obbligata nell’età della grande esasperazione. Hai voglia allora di tirare conclusioni certe. Perché il problema, in definitiva, sta tutto qui: nell’accesa discussione del Bar Sport entrano sempre in gioco nuove variabili e nuovi condizionali. Tutti hanno ragione e nessuno ha torto, o tutti hanno torto e nessuno ha ragione. I Binda e i Guerra non figurano in nessuna classifica dei plurivittoriosi, ma soltanto perché nella loro stagione le corse erano pochine: resta il fatto però che loro erano i padroni del ciclismo in cui si veniva pagati per starsene a casa, non per partecipare, così da lasciare aperto un minimo di interesse. E poi il confronto tra le strade di allora e le strade di oggi. I materiali di una volta e i materiali d’oggi. L’alimentazione, la medicina, la strategia. Tutto cambia, tutto si evolve, tutto concorre a rendere impossibile una sola classifica. E non esiste algoritmo in grado di fare ordine.

La vittoria di Vincenzo Nibali agli ultimi campionati italiani, una settimana prima dell’inizio del Tour

Quanto a Nibali, come opera d’arte già adesso è ballerino nelle innumerevoli gallerie personali dei tifosi: chi lo mette in alto, chi lo mette in basso, chi lo mette fuori. Ma visto che dai tavoli del Bar Sport non ci si può alzare senza essersi pubblicamente dichiarati, con piena assunzione di responsabilità, personalmente la vedo così: restando al ciclismo italiano, Nibali sta attualmente molto sotto Coppi e Bartali, appena sotto Gimondi, però sopra Moser e Saronni. Gli resta del tempo per cambiare le gerarchie e ricacciarmi in gola questa sentenza. Sarò lieto di ingoiare il rospo.

Dal numero 5 di Undici

Nell’immagine in evidenza, Nibali durante il tour dell’Oman del 2014 (Bryn Lennon/Getty Images). In testata, con la maglia gialla del Tour vinto, lo stesso anno (Bryn Lennon/Getty Images)