Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Giocare con le mani

Intervista senza freni a Mattia Perin: sull'infanzia, sul Genoa, sull'eredità di Buffon e il senso di giocare tra i pali.

Di Daniele Manusia

La sede del club più antico d’Italia è una villa del cinquecento in affitto, con i saloni affrescati in cui i tacchetti degli scarpini fanno un suono come quello della grandine: i calciatori li attraversano in gruppo per raggiungere il campo di allenamento con vista sul porto, dove una volta c’era il giardino all’inglese.

Mattia Perin vicino agli affreschi è un personaggio disegnato a penna: gli occhi enormi, il mento e le spalle a punta, la frangetta che ormai ha praticamente solo lui, anche la voce nasale contribuisce all’effetto fumetto. È spontaneo nonostante la presenza al nostro tavolo di un addetto stampa del club e del suo social media manager: accavalla più risposte a una stessa domanda, apre parentesi, torna indietro con un semplice «comunque». Sembra che per rispondere usi gli stessi muscoli con cui para: ha i riflessi.

«Secondo me ci vuole il giusto equilibrio tra istintività e ragionamento», ha detto a un certo punto, parlando del tipo di portiere che pensa di essere. Proprio per trovare il giusto equilibrio a una conversazione intrecciata lunga un’ora ho diviso le sue risposte per argomento.

unnamed-8

Cosa significa essere un giovane portiere

Quando aveva quindici anni, Perin è stato scelto da Gianluca Spinelli in persona, preparatore del Genoa e della Nazionale, un’autorità se si parla della scuola italiana di portieri. Ma da giovane era basso e altre società non avevano puntato su di lui, che aveva già lasciato Latina e la sua famiglia per andare a giocare a Pistoia. «Sapevo che chi mi aveva preso aveva creduto in me e cercavo di ripagare la loro fiducia. Quello che faccio ancora tutt’oggi è allenarmi come quando avevo tredici anni: sempre al 100%».

Il ruolo di portiere però è più a rischio degli altri: ne scende sempre e solo uno in campo e basta poco per non avere neanche la possibilità di esprimere e misurare il proprio talento, figuriamoci avere una carriera. «La sicurezza non te la dà nessuno. Però io ho sempre detto tra me e me, cioè quando parli con il tuo ego, mi dicevo: devo fare almeno una presenza in Serie A. Era un mio obiettivo. Voglio fare una presenza in Serie A. Poi… sono quasi arrivato a 100, quindi… quell’obiettivo è raggiunto». (Probabilmente, quando leggerete queste righe, Perin sarà già arrivato a 100). Il settore giovanile del Genoa lo ricorda «un po’ come un college americano», in cui lo studio conta quanto il gioco. Era in camera con Stefano Sturaro: prendevano insieme il treno delle 6 da Pegli a Nervi e poi il pullman per andare a scuola; adesso Perin ha guardato Sturaro giocare una semifinale di Champions League. Perin è sicuro di sé ma cauto quando parla di ambizioni, dice di star bene al Genoa, dove «i giardinieri, le segretarie, l’amministrazione, i magazzinieri, sono quelli di quando ero più piccolo».

Fare la gavetta

Ha vinto il campionato Primavera 2009/10 e un anno dopo è andato in prestito al Padova. Al termine della stagione è stato votato Miglior Portiere di Serie B ed è stato convocato in Nazionale maggiore da Prandelli. «Ho vissuto tutto con entusiasmo e spensieratezza. Perché dici: sì mi hanno convocato Nazionale, ma devo dimostrare che comunque sono bravo. Non è che ti soffermi sulla convocazione. Non è che se una domenica faccio una grande partita mi dico: oh, quanto sono stato bravo oggi. No, invece dico: cazzo, ho fatto bene oggi, ma domenica prossima giochiamo di nuovo e devo fare bene anche domenica prossima, non voglio che tutti pensino che sia un caso».

Poi è andato in prestito al Pescara, dove subisce 9 gol nelle prime 3 partite, 66 in tutta la stagione. «Per me è stato un anno importante, perché venivo dagli anni della Primavera, in cui si è sempre parlato di me benissimo, l’anno a Padova dove ho giocato quasi 30 partite e ho vinto il premio come miglior portiere della Serie B; poi sono andato a Pescara e, tra virgolette, a diciotto-diciannove anni mi sembra che tutto mi fosse dovuto. E invece quell’esperienza mi ha fatto che capire che nulla mi è dovuto, che devo lavorare tutti i giorni per poter arrivare all’obiettivo che mi sono fissato».

Best of, 2014/15

Il portiere come aberrazione

Secondo Jonathan Wilson se il calcio nasce dai riti di fertilità in cui una palla veniva spinta in una porta, il portiere va contro lo spirito stesso del gioco ostacolando il compimento del rito: «È metafora di un impedimento, distruttore dei raccolti e portatore di carestia». Quando il calcio era una specie di sport di combattimento, in porta ci venivano mandati quelli che mostravano minore attitudine alla lotta, i codardi. E dato che non era ancora un vero e proprio ruolo, erano anche goffi, ridicoli.

«Se ci pensi il portiere fa il contrario di quello che una persona normale in qualsiasi parte del mondo non fa. Non è che tu cammini per strada e ti butti per terra. O ti fai prendere a pallonate. In porta ci va quello più coraggioso: devi avere coraggio nelle uscite, devi avere coraggio ad andare a contrasto con i piedi sull’attaccante, devi avere coraggio a prendere una pallonata in faccia e la volta dopo se la riprendi non c’è problema… guarda che naso che ho. Si vede che ho il setto nasale deviato. Pallonate, calci, tutto».

Come è diventato portiere

Resta il fatto che il portiere è l’unico a usare le mani in un gioco che è divertente con i piedi, una cosa incomprensibile per tutti tranne che per i portieri stessi: sembra una scelta innaturale, ci deve essere qualcosa dietro. Ecco cosa c’è dietro la scelta di Perin di giocare in porta: «Nel condominio di casa mia erano tutti più grandi di me e io, quando mia madre ha cominciato a lasciarmi scendere per giocare, avevo cinque o sei anni, ero il più piccolo e quando mi passavano la palla la stoppavo con le mani. Allora mi hanno detto mettiti in porta, e io mi sono sempre divertito. Avevamo i campi fatti con i parcheggi, sul cemento. Io mi buttavo sul cemento, mi piaceva un sacco. L’anno dopo andai a iscrivermi a scuola calcio e dissi: Io voglio fare il portiere sennò mi vado a iscrivere da un’altra parte. E loro mi dissero: No guarda, siamo contenti, non c’è nessuno che vuole fare il portiere.

Mio padre ha giocato a calcio, a sedici anni giocava nel Latina, poi andò nella Primavera del Torino sotto età e poi… per tante questioni scappò e tornò indietro. Ma era terzino destro, non portiere. Quelli del Torino andarono anche a chiedergli di tornare su, ma lui si allenava con la prima squadra del Latina, che all’epoca faceva la C, e giocava in Beretti. Poi un giorno, pensa te, tornando dall’allenamento si è fatto prestare una Yamaha 125 da un compagno, fece un’incidente in una curva prima di arrivare a casa di mia nonna e lì è stato un anno in ospedale, ha fatto sette operazioni, cose così, e non ha mai più ricominciato. Invece mio zio ha fatto il portiere fino in Promozione, Eccellenza…».

unnamed-7

La solitudine del portiere

In un’intervista del 2013 sul sito della Lega Serie A, Perin ha detto del ruolo di portiere: «È un po’ come essere un tennista. Anche se il tennista non è un giocatore di squadra la mentalità è la stessa, perché il più delle volte sei da solo». Quando una squadra gioca bene il portiere è chiamato a compiere un paio di interventi e la partita ideale (per i tifosi, per l’allenatore, per 10/11 dei giocatori in campo) è quella in cui il proprio portiere non ha fatto neanche una parata. Per il portiere, quindi, sperare che la propria squadra giochi bene significa sperare di essere inutile. Salvo poi farsi trovare pronto: giusto in caso.

«Ci vuole coraggio anche a stare da soli. L’essere umano non è creato per stare da solo. Io sono più contento in compagnia con voi che se sto da solo. Il portiere è poco legato all’azione dei compagni e se la squadra attacca non è che posso andare a segnare. Non è che se entro teso in campo posso fare come un centrocampista che corre e con una scivolata smorza la tensione. Il portiere deve aspettare il suo momento. Quindi è anche una questione di pazienza.

Una cosa che mi aiuta a star sempre concentrato è cercare di leggere quello che sta per fare un mio compagno. Tipo, se Bertolacci ha la palla a centrocampo io penso: adesso che fa? La lancia, fa il passaggio filtrante per Perotti, si appoggia all’altro centrocampista? Mi dico: secondo me adesso fa questo, e se non lo fa dico: bravo, bravo lo stesso. Sono delle cose che mi aiutano a star dentro la partita, ad essere collegato.

Le partite sono diverse. Ci sono quelle che non sento tanto o che non sento per niente. Però non è che cambia, non è che sento tanto una partita gioco bene o gioco male, dipende. Però è normale che prima di alcune partite… è anche quello il bello di giocare, avere un po’ di tensione prima della partita: chissà che succede, chissà se faccio bene, spero di aiutare la squadra, cose così. Quando ci sono delle partite importanti, questo già l’ho detto in un’altra intervista, che due anni fa ho fatto bungee jumping, quando ci sono delle partite importanti chiudo gli occhi per dieci secondi e mi immagino un’altra volta sopra a quel ponte».

Rigori

Il portiere può liberarci dall’angoscia con una parata, ma non può darci l’esaltazione di un gol. C’è un momento in cui però ci va vicino: quando para un rigore. Ma anche in quel caso il rapporto tra il portiere e il giocatore che calcia non è simmetrico, nel senso che è molto più facile segnarlo che pararlo. Se poi lo para, si dice ingiustamente che è stato l’attaccante a sbagliarlo. Perin è il secondo (dopo Pepe Reina con la maglia del Napoli) e per ora ultimo portiere ad aver parato un rigore a Mario Balotelli.

«Cerco di dare meno segnali possibili a chi tira il rigore. Poi il rigore è una monetina, è una lotta psicologica tra te e l’attaccante. Magari c’è l’attaccante che ha già deciso che anche se tu gli fai qualsiasi micro-finta non ci casca, oppure ci sta quello che ti guarda. Il giorno prima cerchiamo di studiare come tirano, qual è la loro parte migliore… entrare in campo e avere un’idea su chi tira il rigore è fondamentale. Sbagliata o giusta che sia, avere un’idea prima che l’avversario calci un rigore è importante.

Balotelli? Basso a destra

Sul rigore di Balotelli avevamo visto Reina, tre o quattro settimane prima, e sapevamo che se il portiere resta fermo fino alla fine  Balotelli incrocia forte, a destra del portiere, che quello è il suo lato migliore. Allora io mi dico – non avevo nulla da perdere, quello aveva sbagliato un rigore su cinquanta – faccio la stessa cosa. Poi che è successo: un attimo prima che lui arriva sul pallone io faccio un micro-movimento a destra, ma proprio impercettibile, io me ne accorgo e cambio all’ultimo. Infatti se tu vedi lui il rigore lui lo tira quasi centrale. Ho fatto una finta involontaria, inconsciamente. Cioè io sarei voluto andare a destra, aspettare fino all’ultimo e andare a destra. È stato un movimento involontario, me ne sono accorto e ho cambiato all’ultimo».

Errori

Dall’esterno la preoccupazione più grande di un portiere sembrerebbe quella di non rendersi ridicolo. Non farsi passare la palla sotto le gambe, non farsela scivolare su una parata, non farsi autogol. «Preferisco un errore così che un errore di concetto. Cioè un errore che, anche se tu sai che una giocata va fatta un modo, fai in modo diverso perché pensi che sia più giusto, sbagli e prendi gol. Ti faccio un esempio: calcio d’angolo, esci in mischia e invece di andare di pugno – perché qualsiasi persona ti tocchi ti può cascare il pallone e puoi prendere gol – invece di andare di pugno la vai a bloccare, per fare la cosa più difficile, uno ti tocca, ti casca il pallone e prendi gol. Quello è un errore di concetto perché in mischia hai venti giocatori in area: basta un piccolo tocco sul gomito che ti fa perdere la palla. Tanto vale allora andare di pugno e liberare l’area.

Penso che quasi tutti i portieri siano d’accordo su questo. Non è che se blocchi la palla è come se fai un gol. Non è che dal portiere può nascere il gol… cioè, sì può nascere l’azione gol, magari prendi palla, ti parte l’attaccante, lo lanci e quello fa gol. Ma non è che se tu dribbli un attaccante e la passi all’altro difensore invece di quello che hai vicino fai gol, capito».

La partita dei record: Pescara vs Fiorentina

Neuer

C’è un portiere che sta spingendo i limiti del proprio ruolo fino quasi ad abolire la distinzione con i giocatori di campo. La spinta contraria viene da quelli che aspettano che perda palla goffamente, che vogliono ogni cosa al suo posto: il portiere dentro la propria area. «Io lo apprezzo tantissimo. Comunque con una squadra che gioca con la difesa così alta un portiere che anticipa le giocate degli avversari è fondamentale, sennò ci sarebbero troppi uno contro uno, due contro due. Penso che per un difensore la cosa più bella è sapere che se gli parte l’attaccante alle spalle c’è il portiere che anticipa tutto.

C’è una linea sottile che divide l’essere matti, pazzi, dall’essere scemi, stupidi. Un mister della Primavera mi diceva: tu ci cammini proprio in mezzo. Però no, con il tempo sono migliorato. La pazzia del portiere ci vuole al momento giusto, per aiutare la squadra. Non è che lo faccio per far vedere agli altri: guardate sono pazzo, esco e magari, bum, rigore. Oppure fallo da ultimo uomo. Quell’estrosità che ogni portiere ha, va tirata fuori al momento giusto».

Buffon

«Poi per me quello più forte di sempre è Gigi, perché è il mio idolo.. ho vinto il Mondiale», si corregge: «Abbiamo vinto il Mondiale con lui in porta.» Per un portiere italiano è impossibile non essere confrontato a Buffon. Perin è uno dei tanti ad essere stato etichettato come nuovo Buffon, ma Buffon è ancora lì. Perin avrà quasi 24 anni per il prossimo Europeo e quasi 26 per il prossimo Mondiale, anche per questo è molto rilassato quando ne parla.

«Non è una cavolata se ti dico che avevo il suo poster, compravo i guanti che aveva lui, le scarpe che aveva lui. Già avere la possibilità di allenarmici è una fortuna enorme. Anche perché comunque è un numero uno dentro e fuori dal campo, perché ti dà consigli, ti dice: Matti, guarda è meglio se fai così, perché ti aiuta di più questa posizione. C’è solo da imparare. Anche fuori dal campo, i più grandi campioni la vera forza che hanno è l’umiltà.

Il mio sogno è la Nazionale, ma bisogna aspettare il proprio momento e quando arriva saperlo sfruttare. Ci sono molti portieri giovani, partendo da Sirigu, finendo a quelli della mia generazione… sappiamo che quello che ha fatto lui è irripetibile, cercheremo di fare il massimo. Poi, ecco, stiamo andando anche un po’ troppo di fretta perché secondo me Gigi arriverà anche al Mondiale in Russia tranquillamente».

Cosa pensa un portiere quando subisce un grande gol

«Mortacci sua!» Ride. «Devi battere le mani. Io odio perdere in tutto, a me piace solo vincere. È sbagliato, però gioco a carte con mia sorella che ha otto anni meno di me e voglio vincere anche con lei. Ma il calcio è bello anche per questo, ci stanno gesti tecnici individuali che ti spostano l’equilibrio di una partita».

 

Tratto dal numero 5 di Undici, “Neymar Jr”, acquistabile qui.
Tutte le fotografie sono di Andy Massaccesi