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Editoriale
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L’allenamento del commentatore tv

 di Federico Ferri

La cosa più difficile per un ex calciatore che diventa commentatore in tv è smettere di pensare da calciatore. O meglio, di comunicare da calciatore. Quando il microfono lo regge il giornalista, il giocatore deve evitare di dire quello che pensa, o almeno manifestarlo il meno possibile. È un codice non scritto, fatto di consuetudini, di uffici stampa e di comprensibile rispetto per l’ambiente in cui si lavora, che impone di rispondere a ogni domanda con il freno a mano tirato o comunque di indirizzare le proprie parole nella direzione del bene della squadra o degli interessi dell’atleta o dell’allenatore, a costo di sembrare banali e scontati. Ma quando il microfono cominciano a reggerlo loro, i calciatori, allora tutto cambia. O meglio, dovrebbe cambiare. Non c’è peggior commentatore in tv di chi non è in grado di fare quel salto, o non lo vuole fare perché spera di tornare dall’altra parte della barricata. È proprio questo il punto: passare dal non dover dire nulla al dover dire, se non tutto, molto. Perché parlare di calcio a milioni di persone che pensano di saperne più di te non è, non è più o comunque non dovrebbe essere un hobby o un parcheggio temporaneo, ma un mestiere. In questo senso è illuminante l’esempio americano, basta citare il caso di John Madden, che oggi viene ricordato prima come voce del più diffuso videogioco di football americano al quale ha dato il nome, poi in quanto miglior commentatore della NFL in tv (prima del ritiro nel 2008), e infine come storico allenatore degli Oakland Raiders, vincitore del Superbowl nel 1976. Scrivo queste righe, non a caso, pochi giorni dopo aver ascoltato, nel corso di un workshop di SkySport dedicato all’argomento, un intervento del maestro Flavio Tranquillo, con il quale ho la fortuna di condividere lo stesso “spogliatoio”. Sì, perché anche in tv c’è una squadra, ci sono delle regole che governano il lavoro di gruppo, ci sono tattiche da studiare e partite da preparare, ci sono ruoli nei quali schierare i campioni, c’è chi lavora per farli rendere al meglio.

Il calciatore deve passare dal non dover dire nulla al dover dire, se non tutto, molto

Nel 2015, per un adolescente malato di calcio, Beppe Bergomi è il baffuto campione del mondo solo nei racconti di papà e nelle immagini di repertorio, pur rimanendo un’icona incancellabile del calcio italiano. Ma per chi nell’82 non era ancora nato, oggi lo Zio è la seconda voce di Sky che commenta le partite con Fabio Caressa, è il nostro John Madden, che il Mondiale ce l’ha fatto vincere a Berlino con una telecronaca da brividi, non al Bernabeu. Il caso fa scuola: man mano che per il commentatore si allontana il giorno dell’addio al calcio giocato, risulta sempre più importante diventare un personaggio televisivo e non più solo un ex, un analista preparato e credibile, autore del messaggio e non solo interprete di un copione fatto di frasi già sentite e risentite.

Per essere un numero uno anche in tv bisogna dare di più. Non basta sedersi in uno studio o in una cabina di commento e fare l’“opinionista”, dicendo la propria su qualunque argomento. Il calciatore o l’allenatore, divenuto professionista della televisione, deve conoscere tecnicamente il mezzo che utilizza, deve partecipare alla costruzione del prodotto fin dalla fase ideativa, utilizzare tutti gli strumenti tecnologici che sostengono le opinioni e le analisi con i fatti, i numeri e la grafica, rendendo il tutto semplice, fruibile e credibile per il grande pubblico e non solo per gli iscritti ai corsi di Coverciano, infine ha addirittura l’incarico di fornire strumenti che possano indirizzare le scelte editoriali. Un esempio? Se l’esperto prima di una partita segnala che solitamente una squadra usa quel particolare schema sui calci d’angolo, per mandare in gol il suo attaccante più forte, ecco che di conseguenza se si proporrà durante la gara quella situazione di gioco, coloro che lavorano in regia saranno pronti a cogliere quell’aspetto e avranno le conoscenze per fornire le migliori immagini possibili per raccontarla.

Il calciatore o l’allenatore, divenuto professionista della televisione, deve conoscere il mezzo che utilizza

Quello del commentatore di calcio in tv è un mestiere, la cui esistenza è stata anche mediaticamente certificata pochi mesi fa quando Daniele Adani – ex calciatore, potenziale allenatore – ha scelto di non fare il vice allenatore dell’Inter per proseguire il suo percorso professionale a SkySport. Non era un no a Mancini, ma un sì alla propria nuova carriera. Un lavoro per cui si studia, ci si allena, ci si prepara e si gioca per vincere. Come in campo.

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