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Primo potere

Chi è Marina Granovskaia, la donna più potente del calcio mondiale, che controlla il Chelsea con lungimiranza e pugno di ferro.

Di Alec Cordolcini

Murmansk, l’ultima città fondata nell’Impero russo, è un luogo grigio, freddo e dal profilo urbano per nulla accattivante. Una nevicata a luglio è un fenomeno tutt’altro che estemporaneo, mentre le aurore boreali rappresentano una delle rare attrazioni di questa porta marittima della Russia sull’Artico. Eppure all’indomani dell’implosione dell’Unione Sovietica, la città portuale fu oggetto di una massiccia invasione di turisti finlandesi, soprattutto lapponi. Persone che per decenni si erano chieste cosa ci fosse oltre quel confine composto da barriere, torrette di guardia e filo spinato, che divideva i due paesi. All’epoca della Cortina di Ferro, il mondo oltre il Muro rimaneva avvolto nella nebbia. Oscurato, filtrato, distorto. Una realtà ignota capace di affascinare proprio in quanto inaccessibile. In Finlandia la chiamano Sindrome di Murmansk. Quando oggi si parla di Marina Granovskaia, l’effetto non è molto diverso, perché la donna più potente nel mondo del calcio sembra provenire dagli anni del Patto di Varsavia. Della signora si sa solo ciò che lei ha voluto far trapelare attraverso i canali ufficiali. Diplomata in un scuola moscovita di arte e danza – un suo ex insegnante, scovato dal Daily Mail, la ricorda come «una studentessa senza particolari picchi né evidenti qualità» – quindi laureata con lode nel 1997 in Lingue Straniere all’Università Statale di Mosca, infine l’ingresso nella Sibneft di Roman Abramovich, lasciata nel 2003 quando si è trasferita a Londra per lavorare nel Chelsea, appena acquistato dal magnate russo. Non ha mai rilasciato un’intervista, ha chiuso la sua pagina Facebook nel 2007, e l’unica concessione alla mondanità riguarda la presenza a qualche blindatissima festa vip dei Blues.

«Firma o levati dalle palle». Gelida come una secchiata d’acqua dell’ormai defunto Ice Bucket Challenge, Marina Granovskaia si rivolgeva così l’estate scorsa, nella sede del Chelsea, non a un Josh McEachran qualsiasi, bensì a John Terry, vent’anni di militanza pressoché consecutiva – escludendo i due mesi in prestito al Nottingham Forest nel 2000 – e sedici trofei sollevati in maglia Blues. E JT, il capitano di mille battaglie, ma anche il bad boy che tanto lavoro ha dato ai tabloid britannici, tra sbronze, risse e tradimenti, ha preso la penna e ha firmato senza battere ciglio. Contratto prolungato, come voleva José Mourinho, ma alle condizioni – scadenza giugno 2016 inclusa – dettate dalla signora Granovskaia. La definizione migliore del ruolo di quest’ultima all’interno del Chelsea era arrivata da Amanda Williams del Daily Mail: “chief executive in everything but title”. Da qualche mese, dopo le dimissioni di Ron Gourlay, è arrivato anche quello. Chief Executive Officer (CEO), accanto al presidente Bruce Buck e all’ex boss della sezione di finanza d’impresa della Sibneft Eugene Tenenbaum.

La voce del padrone? No, Granovskaia è un passo oltre, direttamente all’interno del processo di decision-making. E non rappresenta nemmeno un ingranaggio tanto piccolo, visto il piglio con il quale ha ristrutturato la squadra – in collaborazione con il direttore tecnico Michael Emenalo, arrivato tra i risolini di quella stessa stampa che oggi ne tesse le lodi a getto continuo – trasformando una rosa tendente al vintage (per via dell’elevata età media) e priva della qualità sufficiente per poter ambire al top, nel club tornato sul gradino più alto della Premier League. Il tutto, e questa è la vera impresa, chiudendo con un bilancio in attivo di 4,5 milioni di euro, frutto di 146,20 milioni incassati a fronte dei 137,70 spesi, con autentici colpi di mercato quali la cessione di David Luiz al Paris Saint Germain per quasi 50 milioni, uno sproposito se confrontati con i 38 sborsati per vestire di Blues Diego Costa. Senza dimenticare le plusvalenze fatte registrare dalle partenze di Kevin De Bruyne (17 milioni), Juan Mata (18), Romelu Lukaku (13) e André Schürrle (10). Il pony è così diventato un cavallo da corsa, per usare una metafora coniata proprio da Mourinho, sulla quale ha costruito una delle proprie conferenze stampa migliori dal suo ritorno in Inghilterra. Accadde nel febbraio 2014, quando al termine di un sofferto 1-0 conquistato all’Etihad Stadium contro il Manchester City, di fronte alla domanda se il Chelsea fosse rientrato nella corsa scudetto con City e Liverpool, lo Special One replicò: «In gara ci sono due cavalli e un pony. Il pony ha bisogno di latte e di imparare a saltare. La prossima stagione potrà gareggiare alla pari». Detto e fatto.

La vera impresa: chiudere con un bilancio in attivo di 4,5 milioni di euro, frutto di 146,20 milioni incassati a fronte dei 137,70 spesi

Mourinho è tornato a Londra grazie alla Granovskaia, che nei due anni di permanenza del portoghese a Madrid ha svolto un lento e paziente lavoro di ricomposizione dello strappo tra Abramovich e il tecnico portoghese, avvenuto nell’estate del 2007 e sfociato nella rescissione di comune accordo del contratto all’indomani del pareggio in Champions tra Chelsea e Rosenborg. Un ritorno desiderato da tutti, tifosi in primis, che andava però fatto digerire al grande capo, la cui rottura con Mourinho era avvenuta in circostanze particolarmente aspre. Leggenda vuole che solo una volta Abramovich non abbia ascoltato i consigli della sua collaboratrice più fidata, ovvero nel già citato rinnovo del contratto di Terry, che la Zarina di Stamford Bridge avrebbe volentieri lasciato scadere senza nemmeno intavolare una trattativa. Ma una volta ricevuto l’input, ha condotto i negoziati a modo suo, e quel take it or fucking leave it, nonostante faccia a pugni con l’immagine impeccabile e di gran classe della Granovskaia, ha già fatto storia, in qualità di aneddoto, ma anche come monito per qualche procuratore un po’ troppo pretenzioso.

Nel 2012 Marina Granovskaia ha lanciato il progetto on loan programme, affidato all’ex giocatore del Chelsea Eddie Newton e focalizzato sulla crescita di giovani talenti attraverso una serie di prestiti in altri campionati europei. «Il Chelsea ha sempre lavorato con i prestiti», ha spiegato Newton, «ma qui siamo un passo oltre. Abbiamo pensato a tutti quei ragazzi che, una volta completata la trafila delle giovanili, sono pronti per il professionismo ma non ancora per un livello top come quello del Chelsea. Esiste il rischio concreto di perdere per strada buona parte di loro. Il network che abbiamo costruito attraverso il nostro programma ci permette di offrire una vera chance ai nostri giocatori, misurandoli in un contesto di alto livello e preparandoli all’eventuale sbarco in prima squadra». Oppure, in caso contrario, facendo cassa con le loro cessioni. Due stagioni fa il Chelsea aveva 27 giocatori sparsi tra Inghilterra, Spagna, Portogallo, Francia, Olanda e Belgio, per un valore di mercato complessivo stimato in 140 milioni di euro. Alcuni sono diventati titolari (Courtois, Zouma), altri proseguono il loro sviluppo tra Cobham e ulteriori prestiti (Traoré, Atsu, Piazon, Kalas), altri ancora sono stati ceduti con profitto (Kakuta al Siviglia per 6 milioni, Thorgan Hazard al Borussia Monchengladbach per 8, Van Aanholt al Sunderland per 2). Ogni settimana in casa Chelsea vengono scaricati i match che hanno visto coinvolti i giocatori di proprietà, quindi ogni tre partite viene creato un collage di immagini che riassume errori e giocate riuscite. Successivamente ciascuna squadra collegata al Chelsea redige un rapporto sulle condizioni fisiche dei giocatori, che va integrare la banca dati sulla quale lavora, da Londra, un apposito team medico. «In questo modo», prosegue Newton, «abbiamo il quadro immediato sullo stato di sviluppo dei nostri ragazzi, tanto dal punto di vista fisico quanto tecnico. I giocatori rappresentano il capitale dell’azienda-Chelsea, è nostro dovere occuparcene al meglio».

La succursale di riferimento del Chelsea si trova ad Arnhem, nella provincia olandese della Gheldria, dove ha sede il Vitesse, club acquistato nel 2010 dal georgiano Merab Jordania, poi scopertosi nient’altro che un uomo di paglia ai servizi di Alexander Chigirinsky, amico di lunga data, nonché socio in affari, di Abramovich. Nel 2013 l’oligarca russo è uscito allo scoperto dando il benservito a Jordania e rivelandosi ufficialmente quale proprietario del club. La gestione è stata lasciata a un board olandese, il quale però deve costantemente riferire il proprio operato alla Granovskaia. Business, marketing (la signora ha tenuto appositi corsi al CEO e allo staff tecnico-dirigenziale della società olandese), mercato, ma anche questioni tecniche: la linea telefonica Arnhem-Londra è sempre calda.

Negli ultimi cinque anni sono stati 17 i giocatori di proprietà Blues transitati per il Gelredome, tra i quali un ancora acerbo Matic e il “Kaká in miniatura” Lucas Piazon, per finire con gli attuali tre prestiti: Baker, Nathan e Pantic. Alcune mail pubblicate qualche tempo fa dal quotidiano De Telegraaf, per gentile concessione dell’avvelenato Jordania, mostrano come al Vitesse non si muova una foglia senza un cenno della Granovskaia. È lei a dare l’ok per l’ingaggio come allenatore dell’ex Barcellona Albert Ferrer, a stabilire i margini di trattativa per lo stipendio annuale di un giocatore (il giapponese Yasuda), così come a dare il via libera all’acquisto dell’ivoriano Bony. Una leadership sottotraccia e lontana dai riflettori. Un potere esercitato con pugno di ferro nascosto dentro un guanto di velluto. Ad Arnhem come a Londra.

 

Immagini Getty Images