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Il signor Calciomercato

Una giornata con Gianluca Di Marzio: oggi è diventato qualcosa in più di un semplice giornalista, ha un seguito da star e per Espn è uno degli uomini più influenti nel mondo del calcio.

Di Giorgio Burreddu

Tortura il display giocherellando con l’indice. Lo sbircia, lo guarda, interroga quel totem a cristalli liquidi con gli occhi a spillo. Ora che il mercato estivo è fatto, la vita di Gianluca Di Marzio cambia pelle. La baraonda di telefonate e messaggi è finalmente spezzata da una pausa, un po’ di silenzio per favore, qualche giorno di vacanza grazie, «ma tra un paio di settimane si ricomincia, è già ora di pensare alle trattative di gennaio». Ai tempi di TeleNuovo portava il pizzetto e i capelli lunghi, ma quell’aria da guaglioncello non l’ha persa. Mai. Nemmeno oggi che ha 41 anni, una moglie «che mi dice che la trascuro ma che si arrabbia se arrivo secondo sulle notizie», un papà che faceva l’allenatore «e sì, mi avrà anche introdotto nel calcio, ma non mi ha mai detto se un giocatore andava da una parte o dall’altra». Anzi, no: «L’altra sera, una, la prima notizia della sua vita: Bonera al Villarreal. Ho pensato: è impazzito». Rispetto a tutti gli altri specialisti di calciomercato, Di Marzio ha qualcosa di diverso. La sua pagina Facebook piace a più di 430mila persone, le sue notizie vengono riprese in tutto il web. Fa clamore. Notizia. Di Marzio è uno dei giornalisti più amati dal pubblico italiano. Perché? Cosa lo rende così influente? Non parla per slogan, ha una sua terminologia, una sua impronta. «E se non avessi fatto questo lavoro avrei fatto il direttore sportivo, o magari l’allenatore come papà. Qualche volta ci ho pensato. Più di fare il diesse, credo. Per vedere se sono in grado di gestire le cose dall’altra parte, di farlo io, magari sbagliando».

Sogno e modernità

Ai tempi di Maurizio Mosca il mercato era stregoneria. La domenica, all’ora di pranzo, noi curiosi aspettavamo Guida al campionato come gli abitanti di Macondo gli zingari e le loro invenzioni in Cent’anni di solitudine. Il prodigio era la calamita, il ghiaccio, o sapere che di lì a un’estate dal Brasile sarebbe arrivato un qualche campione nuovo al Milan, all’Inter, magari alla Juve. E poi anche l’editoria ha dovuto adattarsi. Tra gli anni Ottanta e Novanta il modo di fare mercato cambia radicalmente. La verità lascia spazio alla «sparata», un proiettile a nove colonne utile a vendere qualche copia in più. Ci bastava un’idea, o forse una speranza. Che il nostro calcio fosse migliore. L’avvento del web ha cambiato tutto, di nuovo, e quello di Di Marzio è stata un’ulteriore evoluzione della specie. «La passione per la trattativa forse l’ho capita attraverso Maurizio Mosca. Lui magari esagerava un po’. Ma lo seguivo, e ovviamente ognuno ha il suo modo. Adesso è un’altra cosa».

di-marzioL’avventura di Calciomercato, la trasmissione di Alessandro Bonan, inizia nel 2008. Alla figura del conduttore viene affiancata quella dell’esperto, un tuttologo di mercato, un guru delle trattative. Di Marzio, appunto. Non urla, sorride, è affabile e calmo. Sicuro di sé ma non sbruffone. Ha già avuto esperienze davanti allo schermo, ma questa con Bonan ha qualcosa di diverso. Di Marzio ha l’aria gioviale, e la complicità tra lui e il conduttore piace al pubblico. Presto il vocabolario del calciomercato si arricchisce di parole nuove, nuove possibilità, «la raffica» la chiamano, una serie di notizie date una in fila all’altra, rapide, in sequenza, ta-ta-ta-ta. Diventerà un marchio di fabbrica. Gianluca Di Marzio è naturale, adatto, credibile. Tiene sempre a portata di mano il cellulare. Anzi, lo strumento del peccato in diretta tv diventa un oggetto indispensabile, affascinante, una sfera di cristallo da cui il giornalista legge nomi e trattative. Indovina verità. È uno dei primi a scorrere il display in onda, distogliendo gli occhi dalla telecamera se serve. «Non saprei come concepire il mercato prima del telefonino. Pensare al passaggio di Maradona dal Barcellona al Napoli mi è difficile». Riceve un centinaio di telefonate al giorno. Ha 3.000 numeri in rubrica. Quando parla, sembra un politico all’americana: davvero convincente. «Uso molto Whatsapp, oggi va così. È veloce e comodo. Con Sky, per esempio, abbiamo una chat, condividiamo le idee, i compiti, serve anche per chi è in onda, così può dare notizie in diretta. Siamo in trenta, e siamo tutti amici. Si scherza, anche sugli errori che uno fa».

L’ironia è un canale potente, perché nessuno ha mai detto che il calcio è una cosa seria. Però lo sono i sogni. «Il mercato è rimasto l’unico aspetto del mondo del calcio dove può succedere di tutto. Il tifoso vive questa realtà come se andasse a Disneyland, è la fiera dei divertimenti. C’è sempre qualcuno che pensa di poter vedere il super campione nella sua squadra». Di Marzio ha anche questo. Sa essere spigliato e serio. È il modo di consegnare notizie alla gente che è cambiato. Ma perché lui, oggi, è un personaggio così importante? È perché la televisione lo ha reso tale? C’è altro. Conosce i movimenti e i retroscena del calcio, una materia che si autoalimenta. Vogliamo sapere dove andrà Pogba, dove Ibra, chi prenderà la Fiorentina, la Roma, il Napoli, la Lazio. Di Marzio ha dato il via a una scuola di giornalisti nuovi, cloni specializzati nello scovare trattative. Non più di un club soltanto, ma dell’intero universo calcio. Dalla Serie A alla Lega Pro, dai talenti più giovani ai nomi stranieri di grido. La rete di contatti è dappertutto. Ha aperto un sito internet che porta il suo nome, messo in piedi una squadra di ragazzi che supportano il suo credo. «La notizia che sogno di dare è sempre la prossima. Anche quella del Padova o del Siena. Non bisogna pensare solo alle grandi, ma a tutti. Dire che Incocciati va al Martinafranca è per me una grande soddisfazione».

«Il mercato è rimasto l’unico aspetto del mondo del calcio dove può succedere di tutto. Il tifoso vive questa realtà come se andasse a Disneyland, è la fiera dei divertimenti».

Quarto potere 2.0

dimarzioQuella di Gianluca Di Marzio è una forma avanzata di Quarto potere. A un certo punto nel film di Orson Welles, Charles Kane, il protagonista, dice al maestro di canto della moglie: «Io sono un’autorità su come far pensare la gente». In un certo senso funziona così anche per Di Marzio. Ha 562mila follower su Twitter. Da due anni il suo account è tra i quattro più cliccati e influenti del web italiano. Il primo è quello del presidente del consiglio Matteo Renzi. Al quarto posto c’è lui. In mezzo: YouTube (secondo posto) e Repubblica (al terzo). In questa ultima sessione di mercato la sua trasmissione, Calciomercato – L’originale, ha raccolto davanti alla tv 213.173 spettatori medi complessivi. Nelle 24 ore, le news di Sky Sport 24 HD, invece, sono state seguite da 2.236.144 spettatori unici, mentre #CalciomercatoDay, l’hashtag lanciato sui social da Sky Sport, è stato il più utilizzato dell’ultimo giorno di mercato a tema sportivo (oltre 20mila tweet). Secondo Espn, Di Marzio è tra i 50 uomini più influenti del calcio. Lo ha collocato al 39° posto, davanti a Pelé, che se non altro ha vinto i Mondiali e segnato oltre mille gol in carriera. Perché allora? Perché Di Marzio? «Capisco che se dico una cosa può anche saltare una trattativa. È capitato, è successo. Mi rendo conto di poter creare dei danni, ma io faccio solo il mio lavoro». Racconta che una volta, svelando in diretta il nome di un calciatore, l’affare in ballo tra il club e il giocatore è sfumato. Così. In un lampo. Molti calciatori si affidano a lui per sapere se il loro procuratore si sta muovendo, e se lo sta facendo bene. Un’altra volta, quando diede in anteprima il passaggio di Pep Guardiola dal Barcellona al Bayern Monaco, i giornalisti di MarcaTv si chiesero, ironizzando, perché mai un giornalista italiano avrebbe dovuto conoscere i dettagli di un’operazione che riguardava un allenatore spagnolo e un club tedesco. Il Bayern, addirittura, smentì la cosa con un comunicato feroce apparso sul sito ufficiale. Meno di quarantott’ore dopo Guardiola era volato in Germania per la presentazione in Bundeslinga. «Quelli di MarcaTv mi chiamarono in diretta per scusarsi. Io che non so lo spagnolo sentivo soltanto: “Di Marzio perdone, perdone”. “Muchas gracias”, rispondevo io. Mi mandarono anche una foto che conservo ancora».

«Capisco che se dico una cosa può anche saltare una trattativa. È capitato, è successo. Mi rendo conto di poter creare dei danni, ma io faccio solo il mio lavoro».

Uno degli aspetti più interessanti di Gianluca Di Marzio è l’internazionalità. Twitta in inglese, in turco, ovviamente in italiano, dimostrando che il calcio non soltanto ha abbattuto le barriere da un pezzo, ma è una meravigliosa Babele, una terra piena di diversità e quindi di opportunità. Dando la notizia di Van Persie e Nani al Fenerbahce con un tweet in turco, per esempio, Di Marzio si è aperto un nuovo canale oltre il Mediterraneo. Quel cinguettio venne ri-condiviso 6.800 volte, un piccolo record da quando il giornalista è sbarcato sui social. «In Turchia hanno iniziato a chiamarmi zio, dài, vieni a Istanbul. Da loro zio vuole dire una persona rispettata, uno di cui fidarsi. E adesso ogni giorno mi chiedono chi compra il Fenerbahce, chi il Besiktas, chi il Galatasaray. È una cosa incredibile. Ricevo più richieste di mercato dalla Turchia che da qualsiasi altra parte del mondo». Glielo chiedono anche gli inglesi, gli spagnoli, i francesi. Al contrario dei tabloid londinesi, abituati a infarcire di nomi le pagine dei giornali, Di Marzio attende, aspetta, dà una notizia quando è certo di poterla dare. Pur correndo contro il tempo. «Prima la sicurezza era la firma, ora i tempi si sono allungati fino al deposito. Fino a che il contratto non è depositato può succedere davvero di tutto». In media, soltanto il 10 per cento delle trattative sui giornali vengono poi realmente concluse. Il resto sono parole. Spesso il calciomercato è una questione di fiuto, un guizzo mentale, un’intuizione. Eppure c’è una sottile linea rossa che separa una trattativa dall’essere fantasia pura o realtà, e questo può fare la differenza.

Le verità

È questo il segreto di Gianluca Di Marzio? Perché la gente non lo acclama come un divo ma lo interroga come un oracolo? «Ormai mi chiamano Calciomercato, qualcuno Di Marzio, qualcuno Gianluca, ma poi è tutto un chiedere dove va questo o dove va quello. Cose così. Dovunque. Nelle strade, negli alberghi, negli aeroporti. Non mi pesa. Penso a come sarebbe peggio se non me lo chiedessero. Quando ti chiedono le foto o i selfie è perché ti ritengono una persona affidabile. È una grande soddisfazione». Sui social sono spuntati una grande quantità di imitazioni, fake talmente credibili che persino la moglie di Gianluca ci è cascata di recente. Ma è la credibilità la vera nuova frontiera del calciomercato. Al tifoso non bastano più il pendolino, la soffiata, il nome sconosciuto che arriva dall’altra parte del mondo. «Vuole la verità». «È sempre importante arrivare primi, ma mi sto rendendo conto che anche il tifoso vuole essere sicuro. Vuole la verità». Nei giorni in cui la trattativa di Draxler alla Juventus sembrava chiusa, un affare fatto, l’unico a rimanere incerto era Di Marzio. «A me non risultava, ecco tutto. Non si può dire alla gente che una cosa è ok se non lo è».

«Nel calcio conta il sapersi comportare. Ho sempre pensato che la fiducia, il modo in cui uno si pone, i rapporti con le persone siano fondamentali».

E quando Walter Mazzarri chiude i conti con l’Inter e al suo posto arriva Roberto Mancini, Di Marzio è a conoscenza dei fatti da ore. «Potevo anche fare il giornalista sciacallo, avrei potuto andare in onda e creare un casino. Ho scelto un’altra strada». Permettere che l’allenatore conosca il suo esonero da una diretta non fa parte del codice Di Marzio. Va a letto alle 2, più spesso alle 3. La notte, prima di rientrare a casa, scivola in edicola per la prima edizione dei giornali. «Devo vedere cosa hanno e perché non l’avevo anche io. L’ossessione è per la notizia». Nei giorni del mercato estivo la vita di Di Marzio è una lunga tempesta di beep, il telefono che squilla in continuazione, la ricerca forsennata di una verifica. Racconta che l’ultima notte, prima che un altro grande show cali il sipario, passeggia per Milano alla ricerca di un incontro segreto negli alberghi della città deserta. Vive di adrenalina, o almeno così dice lui. «Cosa fa la differenza? La lealtà. Ai dirigenti, ai presidenti l’unica cosa che chiedo è di non mandarmi fuori strada. Qualche volta è successo e mi sono arrabbiato. Nel calcio conta il sapersi comportare. Ho sempre pensato che la fiducia, il modo in cui uno si pone, i rapporti con le persone siano fondamentali». Il resto è scavare nell’intuizione, è ricerca. Che, come ha detto Socrate, porta sempre alla verità.