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L’assolo di Andy Murray

Scozzese, inglese, eterno incompiuto: come il più scarso dei Fab Four del tennis è riuscito a imporsi ancora una volta, riportando a casa la Davis 79 anni dopo.

Di Claudio Giuliani e Daniele Vallotto

Dopo che Vincent Richards batté Henri Cochet a Parigi nel 1924, il tennis, infettato dal virus del professionismo, venne escluso dai Giochi per (ri)diventare una disciplina olimpica nel 1988. C’era stato un timido ritorno a Città del Messico nel 1968 e uno ancora più timido nel 1984 a Los Angeles, anno in cui si giocarono solo il singolare maschile e quello femminile. Nonostante i quattro quarti di nobiltà di Stefan (Edberg) e Stefphanie (Graf), vincitori delle Olimpiadi a stelle e strisce, il torneo ha avuto scarsa importanza almeno fino a Londra 2012. Nelle prime quattro  edizioni ci furono due soli vincitori di uno Slam, Agassi e Kafelnikov, e due tennisti abbastanza mediocri, come Marc Rosset (appena una semifinale a Parigi) e addirittura Nicolás Massú, tennista che non è mai stato tra i primi 8 di un grande torneo e che vinse all’inizio della Golden Age di Roger Federer e forse dell’intero movimento tennistico.

Qualcosa è cambiato nei tempi più recenti e nel 2012, dopo il trionfo di Pechino 2008 firmato Rafael Nadal, si è giocata la finale di tennis più prestigiosa che le Olimpiadi abbiano mai visto. Da una parte il campione in carica di Wimbledon nonché recordman di titoli Slam, Roger Federer. Dall’altra parte il finalista dell’ultima edizione di Wimbledon, Andrew Barron Murray. Nonostante Murray abbia vinto undici Master 1000 (che danno più punti ATP  – il circuito professionistico che a fine anno laurea il migliore di tutti – delle Olimpiadi) ma soprattutto due Slam, tra cui proprio il più prestigioso di tutti, Wimbledon, lo scozzese continua a indicare quella vittoria come la più importante della sua carriera.

Il match di doppio vinto con suo fratello Jamie.

Subito dopo aver trascinato praticamente da solo la sua Nazionale a vincere la Coppa Davis a 79 anni dal precedente successo, a Murray hanno chiesto se questa vittoria sia comparabile a quella ottenuta in quell’agosto magico. I tennisti di oggi, però, hanno un raro dono della diplomazia e così Andy ha detto che la vittoria di questo weekend è «la più emozionante». Il punto è che la Coppa Davis, essendo una competizione a squadre, non aggiunge nulla al palmarès di un giocatore, almeno a quelli molto titolati. Roger Federer, per esempio, vi si è dedicato solo quando aveva vinto tutto quello che poteva vincere. Rafael Nadal l’ha vinta più volte, anche perché la Spagna negli ultimi quindici anni ha potuto contare su tantissime alternative. Novak Djokovic, invece, l’ha vinta nell’anno peggiore della sua carriera, quando sembrava avviato ad una carriera di comprimario dopo degli esordi sfavillanti. Quando l’anno scorso chiesero a Roger Federer se poteva paragonare la vittoria della Coppa Davis con quella del suo primo Wimbledon, Federer, che di Wimbledon ne ha vinti sette e di Davis solo una, disse: «Non si possono paragonare quelle vittorie. La vittoria a Wimbledon fu uno shock mentre ho sempre sentito come possibile la vittoria in Davis».

L’ultima foto della GBR vincitrice della Davis prima di ieri è in bianco e nero

Insomma, più che a Murray, la vittoria ottenuta a Gent è servita alla Gran Bretagna. L’anno scorso, dopo la vittoria contro la Francia, Federer disse: «Non sono tanto contento per me quanto per loro, per i miei compagni. Io ho vinto tanto, questo trofeo mi sposta poco, ma è bello vedere i ragazzi con i quali sono cresciuto, così felici».  Andy non ha certo alle spalle i successi dello svizzero ma il legame con i compagni, con la “squadra”, è tornato anche nelle sue parole.  E dopo la vittoria del doppio, il ragazzo che ama basket e calcio ha detto: «Anche se non spetta a me dirlo, sono sicuramente migliorato nel corso degli anni sotto questo punto di vista. Durante la stagione devi essere abbastanza egoista. Qui si cerca di aiutare i compagni, in campo come fuori. Il lavoro, qui, non è solo preparare sé stessi».

Cinque anni fa, complice anche le numerose assenze del loro tennista più forte, i britannici si giocarono uno spareggio con la Turchia. Chi avesse perso sarebbe retrocesso nel gruppo 3, una specie di serie C del tennis,  e avrebbe giocato l’anno successivo con nazioni come Andorra, Malta e San Marino. Da quando Murray ha ripreso a giocare regolarmente per la sua squadra, i risultati della Gran Bretagna sono cambiati parecchio.

L’anno scorso sono stati eliminati ai quarti del World Group dall’Italia, ma quest’anno hanno vinto l’Insalatiera che è il nome che viene dato alla coppa consegnata alla squadra vincitrice proprio perché ricorda, appunto, un’enorme insalatiera. Dopo aver eliminato le altre tre nazioni che ospitano gli Slam (Stati Uniti, Francia e Australia), in finale Murray ha avuto la meglio sul piccolo e fortunato Belgio, arrivato all’atto conclusivo un po’ per caso e un po’ perché ci ha messo anche del suo. Ma in finale ha vinto la squadra più forte, cioè Andy Murray, aiutato dal fratello Jamie, quasi a rendere ancora più evidente il paradosso di una sfida a squadre che in realtà si regge sull’estro di un giocatore singolo. E non è che Murray sia particolarmente migliorato – in Davis ha praticamente sempre vinto, una sola sconfitta, con Fognini, in 10 anni, e un’altra con Wawrinka quando era ancora un bimbo –  ma, mentre la Gran Bretagna non ha avuto nulla da mettere accanto allo scozzese, la crescita da doppista del fratello Jamie ha quadrato il cerchio.

Un anno e mezzo fa, Murray crollava in Davis contro Fognini.

Tra i dominatori del tennis dell’ultima decade, Federer, Nadal, Djokovic e Murray (i cosiddetti Fab Four), nessuno si è dedicato con regolarità alla competizione. Lo spagnolo l’ha vinta quattro volte ma non ha mai giocato tutti i “rubbers” (gli incontri del singolare) e solo quando aveva 17 anni partecipò a tutti i match della sua squadra; Djokovic ci gioca a singhiozzo da quando l’ha vinta nel 2010; Federer, prima del trionfo nel 2014, si faceva vedere per lo più quando c’era da evitare una retrocessione. Murray si è messo d’impegno da un paio d’anni: ci aveva provato anche lo scorso anno, ma lui e la Gran Bretagna si arenarono a Napoli complice un buon Fognini, la pizza,  il lungomare e – più verosimilmente – l’assenza di una spalla decente (metaforicamente parlando) e di una schiena al cento per cento (letteralmente parlando).

Non che quest’anno la squadra fosse molto più forte: Kyle Edmund, sceso in campo venerdì per la prima volta in un singolare di Coppa Davis, ha vinto una sola partita sulle cinque giocate nel circuito maggiore. Solo che è stato Murray a non perdere mai, e perfino in doppio, disciplina nella quale si cimenta raramente, quest’anno ha vinto tutte le partite in cui è sceso in campo.

In questo punto c’è tutto il tennis di Andy Murray: una rincorsa continua.

Com’è andata la finale

«Non abbiamo perso noi, l’ha vinta Murray». Le parole di Van Herck, il capitano del Belgio, riassumono molto bene la finale, il cui risultato non è mai stato in discussione. Murray ha vinto i suoi due singolari senza cedere un set e nel doppio ha trascinato il fratello Jamie ad un’agile vittoria in quattro. Difficile trovare un avversario meno forte in finale, comunque. Il Belgio ha approfittato di un tabellone molto agevole: ha battuto la Svizzera orfana di Wawrinka e Federer negli ottavi, il Canada privo di Raonic e Pospisil nei quarti e l’Argentina di Leonardo Mayer in semifinale. Nel primo singolare giocato venerdì, Edmund, numero 100 ATP, ha esordito contro Goffin, numero 16, ed è andato in vantaggio per due set a zero fra l’incredulità generale. Edmund ha vent’anni ed è il classico novellino, mentre Goffin può vantare titoli in bacheca e qualche ottavo di finale negli Slam. Smaltita la pressione dell’esordio, Goffin si è messo a giocare e ha vinto al quinto, lasciando a Edmund tre game in altrettanti set. Per avere qualche possibilità i belgi avrebbero dovuto vincere il doppio e sperare di rimandare il verdetto al quinto match. Così non è stato e il match è finito con l’epilogo più scontato: Murray sdraiato a terra, sommerso dai suoi compagni. Poi lo scozzese (oggi 100% british, come ci ricorda il Murrayometer) si è alzato, ha abbracciato Goffin, ha dato il cinque a tutti quelli che indossavano una tuta del Belgio ed è andato nel mucchio al centro del campo a fare festa. Mission accomplished.

Murray e la patria

Dopo aver vinto Wimbledon nel 2013, spinto dai media, Murray prese una posizione netta in favore della posizione scissionista della Scozia nel referendum del 2014. «Let’s do this», scrisse su Twitter. Murray è uno dei pochi giocatori che non manca di esprimere le sue posizioni politiche. All’epoca del referendum disse: «Se la Scozia diventerà indipendente, immagino che giocherò per i colori scozzesi». Arrivarono critiche, molte delle quali anche dure. Ci fu perfino chi si rammaricò, con rivedibile gusto, del fatto che Murray fosse scampato alla strage di Dunblane del 1996, un episodio di cui lo scozzese non parla mai volentieri. Non si sa bene se Andy fosse a scuola quel giorno. Una versione sostiene che fosse nascosto nell’ufficio del preside assieme a sue fratello Jamie mentre un uomo armato, Thomas Hamilton, ammazzava sedici bambini fra i cinque e i sei anni e una maestra, prima di suicidarsi.

Belgium v Great Britain: Davis Cup Final 2015 - Day Three

L’anno scorso è tornato a Dunblane per essere insignito della “Freedom of Stirling”, un’onorificenza locale, e si è lasciato andare alle lacrime, non prima di aver dichiarato: «È bello sentirsi a casa». Il suo legame viscerale con la Scozia nasce proprio lì, da Dunblane. Andy è un giramondo di mestiere: è cresciuto tennisticamente in Spagna e ha casa a South London e a Miami. È un membro dell’All England Club, eppure il cuore e l’anima sono scozzesi. Quando ha sposato Kim Sears, inglese, lo ha fatto con il kilt. Ma quando c’è stato da vincere per la Gran Bretagna, fare squadra con il fratello Jamie, uno dei migliori doppisti al mondo, ha addirittura messo in secondo piano i successi personali da tennista. È arrivato addirittura a mettere in dubbio la sua partecipazione alle ATP Finals, l’ultimo torneo in singolare dell’anno dove, tra l’altro, ha messo al sicuro la posizione numero 2 della classifica, già raggiunta in passato ma mai conservata fino alla fine dell’anno.

Il Ringo Starr dei Fab Four 

Stan Wawrinka ha vinto due tornei dello Slam in altrettante finali disputate. Si è preso queste vittorie di forza, sbaragliando la concorrenza e battendo Nadal nel 2014 e il super Djokovic del 2015, nella sconfitta più bruciante nella stagione più dominata del post-Federer. Murray ha perso ben quattro finali Slam prima di vincere la quinta, quella dello US Open 2012. Non è riuscito, come Wawrinka, a prendersi le vittorie di forza. Lo scozzese si è rivolto a Ivan Lendl – un altro giocatore che vinse il suo primo torneo maggiore dopo aver perso quattro finali – per colmare un evidente gap psicologico con i più forti. Ci sono due scuole di pensiero: per una l’avvento di Lendl non ha cambiato nulla dal punto di vista tecnico, ma ha dato a Murray la consapevolezza necessaria per battere i più forti; per l’altra, invece, Lendl è stato ininfluente, i tempi erano ormai maturi perché Murray vincesse qualcosa di importante. Fatto sta che il Murray visto con Lendl fu il miglior Murray di sempre: dopo gli US Open 2012, infatti, arrivò anche quel torneo che il coach dello scozzese non era mai riuscito a vincere, Wimbledon. Con un Djokovic non più agli straordinari livelli del 2011, un Federer ultratrentenne e un Nadal che fuori dalla terra era tornato ai livelli pre-2008, sembrava che lo scozzese potesse anche salire al numero uno del mondo. Del resto, dopo Wimbledon 2013, Murray era campione in carica di due Slam su quattro, e aveva perso solo in finale in Australia. Ma dopo l’eliminazione ai quarti degli US Open 2013, un infortunio alla schiena lo costrinse a rinunciare non solo alla corsa per la prima posizione del ranking, ma anche e soprattutto a una condizione psico-fisica che non è più ritornata.

La gioia di Murray per il trionfo a Wimbledon 2013.

Murray domani

È forse troppo ottimistico ipotizzare che la Davis faccia da trampolino di lancio per una stagione da dominatore, come successe con Djokovic. Ma l’anno prossimo è un anno chiave per la carriera dello scozzese. Non vince uno Slam da due anni e mezzo e mentre il suo tennista-gemello chiude un’annata da record, lui deve accontentarsi delle briciole. È fuor di dubbio che Murray abbia vinto molto meno di quanto il suo talento suggerisse, almeno fino ad ora. Se il gap che separava Djokovic da Federer e Nadal si sta riducendo di molto, quello tra il serbo e lo scozzese è aumentato considerevolmente, specie nell’ultimo anno. Pur avendo chiuso da numero due, Murray ha finito l’anno con circa la metà dei punti del suo coetaneo. Hanno giocato sette volte quest’anno, e sei volte ha vinto Djokovic e non è certo la Coppa Davis vinta ieri ad avvicinare Murray al prestigio – e ai risultati – di Djokovic.

Ma Andrew Barron Murray non ha forse né l’indole né l’interesse del cannibale del 2015 a fare incetta di trofei. Vincere quello che gli manca da vincere, la sindrome da “accumulatore di trofei”, non sembra appartenergli. Chissà, magari completerà il career slam prima del serbo, in fondo mancano solo Melbourne e Parigi. In Australia è stato quattro volte in finale, manca solo l’ultimo passo. A Parigi fu lui a mostrare le prime crepe di Djokovic, sulle quali si avventerà come una furia Wawrinka. Risolta la questione Davis, Sir Andrew Barron Murray – la sua nomina a baronetto non ha quota in questi giorni presso gli scommettitori inglesi –  può scegliere cosa fare. Avrà vinto meno degli altri Fab, ma tra la condanna alla compostezza di Federer, i tic di Nadal e i problemi con il pubblico di mezzo mondo del cannibale serbo, forse Murray ha da tempo trovato un modo per non essere travolto dal tennis. Non è un cattivo risultato.

 

Nell’immagine in evidenza, Andy Murray esulta dopo la vittoria della Coppa Davis. Clive Brunskill/Getty Images