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Addio 2016

I momenti di sport più significativi dell'anno che sta per concludersi.

Di Aa. Vv.

Il Leicester vince la Premier League

Miracolo e favola sono le due parole che si trovano associate maggiormente in relazione al viaggio del Leicester campione della Premier 2016. Certo prima delle Foxes la storia aveva regalato altri underdog saliti alle cronache per vittorie impreviste ma erano così lontane nel tempo da lasciar perdere il proprio ricordo nella nebbia di un passato ormai distante. Il Leicester è un caso che ha fatto giurisprudenza, il nuovo riferimento da tirare in ballo a sproposito ogni volta che la nostra stanca voglia di creare fenomeni sente il bisogno di qualche titolo sensazionalistico. Il Leicester campione è l’unicità non replicabile, è l’anomalia (solo decantata ma irreale) nel sistema inglese. Il volto macilento di un ex operaio di fabbrica, un algerino leggero ma rapido col pensiero, Claudio Ranieri che riesce finalmente a farsi considerare degno del ruolo di gran condottiero, la dinamicità di Kanté, una batteria di piccoli comprimari che si trasformano in primedonne in un calcio che li ha sempre trattati come sconosciuti.

Velocità, foga agonistica, 4-4-2, il vecchio adagio che basta avere una buona spina dorsale che taglia il campo verticalmente per riuscire a costruire una squadra affidabile. Certo ci sono state contingenze inaspettate, il crollo di tutte le grandi o quasi, ad aiutare un’impresa che ha i crismi del colossal cinematografico con un pizzico di commedia, ma tra dieci anni ci ricorderemo ancora di personaggi che hanno sempre galleggiato intorno alla superficie dell’anonimato, immortali tra i grandi. Chi se li dimenticherà i dilly ding dilly dong, le pizze premio, i gol di Ulloa, il trittico Drinkwater+Morgan+ Huth? Il Leicester campione è la a ricordarci che non esiste “l’impossibile”, che chiunque può risalire dal torbido fondale limaccioso del non conosciuto, bastano poche piccole cose come una proprietà thailandese milionaria, un gruppo coeso, un allenatore pervicace e la mano del caso. Il resto lo faranno i titoli da sensazione. (Oscar Cini)

LEICESTER, ENGLAND - MAY 07: Wes Morgan of Leicester City kisses the Premier League Trophy as players and staffs celebrate the season champions after the Barclays Premier League match between Leicester City and Everton at The King Power Stadium on May 7, 2016 in Leicester, United Kingdom. (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

I 43 secondi che hanno sconvolto il tennis

Roger Federer serve da destra, sul 40/15. È avanti di due set a uno e, anche se nel terzo si trova sotto 5-6, gli basta mettere dentro una prima e chiudere un punto per arrivare al tie break. Che vincerà: lo sa lui, lo sanno i 15.000 del Centre Court, lo sanno i milioni collegati nel mondo. E, a giudicare dal linguaggio del corpo, lo sa anche Milos Raonic, dall’altra parte della rete. Fin qui non è stato un 2016 leggendario, per l’ultima leggenda del circuito. Prima l’infortunio un po’ anticlimatico in Australia, poi la timida comparsata a Roma, dove ha vinto da fermo con Zverev e perso da fermo con Thiem un incontro che, con uno dei suoi lapsus intenzionali, ha poi definito interessantissimo da guardare. Ma a Londra gli astri sembrano allineati.  Dopo l’impresa di Sam Querrey, che ha spazzato dal tabellone il Djoker, l’ottavo Wimbledon è a una partita e spiccioli di distanza.

Roger, serissimo, serve. Lungo. Serve di nuovo, largo. Doppio fallo, 40/30. Si sposta a sinistra. Prima, lunga. Seconda, lunga. Due doppi falli consecutivi – quanti abitualmente il Maestro ne commette in un intero match – e 40 pari. Adesso gli stessi di prima – i quindicimila, i milioni, l’interessato – capiscono che il match è perso: e che, forse, in quei 43 secondi la carriera più straordinaria del tennis moderno è finita. Il tennis è così, si tramanda nel ricordo di partite fiume, ma si nasconde (e si decide) in improvvisi, misteriosi squarci di tenebra. A Wimbledon, dopo il match, Roger ha dichiarato di non avere una spiegazione per quanto era successo. Però a gennaio ricomincerà a cercarla, Down Under. (Matteo Codignola)

Il gol di Robson-Kanu contro il Belgio

Prendete un signor nessuno che ha giocato gli ultimi tre anni nella seconda divisione inglese. Ora, arrischiatevi a studiarne i momenti salienti della carriera: l’academy dell’Arsenal a 10 anni, scaricato dai Gunners cinque anni dopo, l’approdo al Reading dove condurrà quasi tutta la sua esperienza calcistica. Contatene i gol che pesano davvero, perché questo signore è un attaccante, 7 in Premier League e 2 con la Nazionale gallese. Informatevi sulle sue ultime notizie, e cioè che il Reading, dopo sette stagioni di fila, ha deciso di non rinnovargli il contratto, lasciandolo senza squadra. Converrete che non valga la pena soffermarsi oltre su questa storia molto poco interessante. Prima, però, prendete il signor nessuno e mettetelo in una piccola squadra, senza aspettative, che non attira grande interesse al di fuori dei propri confini. Poniamo che questa piccola squadra vada agli Europei, e che vinca la sua prima partita – la prima nella sua storia degli Europei, non la prima dell’edizione 2016 – con un gol decisivo del signor nessuno. Con un gol tremendamente brutto: il portiere avversario è spiazzato perché il pallone viene calciato dall’attaccante in modo sporco, con l’interno del piede più-interno-che-c’è anziché, come forse nelle sue intenzioni, di collo pieno. Ma la palla rotola in rete, il signor nessuno festeggia con la sua piccola squadra.

 

Ora portatevi un po’ più avanti, fino ai quarti di finale degli Europei. Il nostro si è guadagnato un posto da titolare in una delle partite più importanti dell’anno, contro il Belgio. A inizio secondo tempo, sul risultato di 1-1, stoppa un pallone in area: gli arriva alle spalle, così, quando controlla la sfera, è completamente di spalle alla porta, con un difensore avversario, Meunier, che gli sta incollato. A questo punto lui lascia rimbalzare il pallone due volte, quasi per orientarsi, capire dove sono i compagni, dove sono gli avversari, dov’è la porta, dov’è lui. E poi di scatto, si trova di fronte alla porta. Batte a rete, segna. Tre avversari, ancor prima che lui tirasse, sono immobili, indolenti, le braccia lungo il corpo, come paralizzati: Meunier, che lo marcava da vicino, fa una piroetta curiosa per seguire lo sviluppo dell’azione, ormai lontana da sé; Fellaini, che aveva raddoppiato, quasi barcolla, poi resta impassibile; Denayer, che stava ripiegando su Taylor, frena all’improvviso, perché capisce che quel pallone non transiterà mai dalle sue parti, e resta ingobbito, quasi stremato. Quel signor nessuno all’improvviso ha un nome, Hal Robson-Kanu, e quel nome, per una semplice e bellissima giocata, rimarrà indelebile. (Francesco Paolo Giordano)

 

L’ultima partita di Kobe

Jack Nicholson, tifosissimo dei Lakers e assiduo frequentatore del Forum di Inglewood prima e dello Staples Center poi, non si è mai perdonato di non essere stato presente a bordo campo il 22 gennaio 2006, quando Kobe Bryant riscrisse la storia Nba mettendone 81 ai Toronto Raptors. Da allora, per essere sicuro, non ne ha più persa una. C’è, quindi, il 13 aprile 2016. E ci sono anch’io. Non allo Staples, ma davanti al televisore: sono le 4:30 del mattino, Flea sta suonando The Star-Spangled Banner alla maniera dei Red Hot Chili Peppers e Kobe si appresta a disputare l’ ultima partita della carriera contro gli Utah Jazz. Non importa che abbia un paio d’ore di sonno alle spalle e che alle otto debba essere a un corso d’aggiornamento: devo esserci anch’io per tutto quello che il 24 fu 8 in gialloviola ha rappresentato per me e la mia generazione. Semplicemente, la personificazione del basket Nba per chi non ha potuto godere appieno di Michael Jordan.

Parte male, Kobe: 0/6 al tiro e la sensazione che 37 anni siano troppi anche per lui e che il ritiro arrivi al momento giusto. Poi, d’un tratto, il “Black Mamba”: cinque delle successive sei conclusioni, compresi un paio di fade away ai limiti del surreale, vanno a bersaglio e il primo tempo va in archivio con 22 punti. Andrebbe bene anche così, in una stagione in cui i Lakers hanno battuto ogni record negativo e il farewell tour di Kobe si è trasformato in un triste celebrazione dell’immenso giocatore che è stato. Andrebbe bene a noi. Non a lui. I secondi 24 minuti diventano un clinic: 38 punti, in qualunque modo, da qualunque posizione, contro qualunque avversario. Nell’ultimo minuto i Lakers sono sotto 96-92: Kobe ne segna sette in fila, trascina i compagni alla vittoria e può, finalmente, prendersi la standing ovation che si è meritato da quando, a 18 anni, decise di prendersi L.A. e il mondo. Poi le telecamere inquadrano Jack Nicholson a bordo campo: salta, balla, è felice. Stavolta non se l’è persa. E neanche io. (Claudio Pellecchia)

La scomparsa di Johan Cruijff

Nell’ampio tributo di morti illustri che il 2016 ha voluto riscuotere, sovrapponendo lutti a lutti fino a far dimenticare troppo in fretta quelli rimasti sotto la catasta, la scomparsa di Johan Cruijff è stata se non la più dolorosa, certamente quella che, a distanza di anni, ricorderemo come la più significativa per l’influenza esercitata dal defunto nella disciplina di competenza. Forse solo Umberto Eco nella storia della semiotica e Leonard Cohen in quella della musica d’autore sono stati altrettanto importanti quanto il profeta del gol in quella del calcio, che gli sarà per sempre debitrice di una doppia svolta: quella che all’inizio degli anni ’70, con la magnifica utopia del calcio totale, scardinò il concetto di ruolo per introdurre la nozione di polivalenza eclettica, e quella che, alla fine degli anni ’80, impose al Barcellona una cultura di gioco fondata sul possesso palla e sul gioco di posizione e destinata a diventare egemone nel quarto di secolo successivo. Il che non vuol dire che oggi tutti giochino come avrebbe giocato lui, ma che tutti devono e dovranno per forza continuare a confrontarsi, direttamente o indirettamente, con le sue idee. Una considerazione che ha reso per certi aspetti meno straziante il suo addio, perché fino a quando ci chiederemo che cosa avrebbe pensato di un certo giocatore o un certo allenatore, fino a quando ci sembrerà di conoscere la sua risposta e fino a quando questa ci apparirà preziosa, vorrà dire che Cruijff in qualche modo sarà ancora vivo. Del resto lo diceva anche lui: «Io, forse, sono immortale». Ora che è morto davvero, ne abbiamo la certezza. (Andrea De Benedetti)

Johan Cruyff

Kruijswijk e il ritorno del ciclismo epico

I tifosi del ciclismo moderno sono quasi unanimemente considerati prigionieri in una caverna sui cui muri vengono proiettate imprese di campioni monocolore, ombre di un passato di fasti irripetibili. Ebbene, nel 2016, un po’ a sorpresa, almeno un paio di volte si è tornati a parlare dello sport a due ruote in termini autenticamente epici, e senza che i superlativi suonassero posticci. Il 27 maggio, 19a tappa del Giro d’Italia, sul Colle dell’Agnello va in scena una sequenza di eventi da far credere all’adagio secondo cui Omero scrisse di navi e cavalli solo perché ignorava le biciclette. Steven Kuijswijk, regolarista di medio rango, è in maglia rosa e sta facendo la corsa della vita, solo un imprevisto potrebbe spezzarne il sogno. E infatti. Scendendo dal Colle imposta male una curva e finisce gambe all’aria nella neve. Si fa male nel fisico e nel morale, resta solo e arranca mentre gli avversari gli sfilano la maglia rosa. La sua faccia tragica continua ad apparirmi certe notti come presagio di sventura. È Vincenzo Nibali l’esecutore dell’olandese: sfruttando un gioco di squadra perfetto e una forma fisica in crescita, lo Squalo vince la tappa e ribalta il Giro; in meno di due giorni recupererà 5 minuti e tre posizioni in classifica. A fine corsa verseranno lacrime un po’ tutti. Qualche mese dopo, la Vuelta a España verrà decisa da un attacco di Quintana e Contador a oltre 100 km dall’arrivo. Una roba, come si dice, d’altri tempi. A Madrid il colombiano precederà finalmente Froome, mentre Kruijskwijk — sempre lui — nella capitale non ci arriverà mai: colpirà un paletto a bordo strada e si fratturerà una clavicola. Ricorderemo il 2016 del ciclismo anche e soprattutto per lui. (Leonardo Piccione)

La resa di Leo Messi

La scorsa estate ho guardato la finale di Copa América proiettata su un maxischermo alla nuova Darsena del Naviglio Grande a Milano, con un amico cileno e un altro centinaio di cileni in maglietta rossa. Era luglio, faceva caldo come solo a Milano in estate, le zanzare erano dappertutto. È stata la prima vittoria nella storia del Cile, è stato semplicemente bello essere lì, ed essere un po’ felici. Quest’anno c’era la Copa América Centenario e non l’ho seguita come quella precedente. Nemmeno la finale, una replica di quella del 2015, ma senza Alexis Sánchez. Alcuni giorni dopo l’annuncio del ritiro dalla Nazionale di Lionel Messi, ho cercato un video con i momenti più importanti della partita. I rigori, naturalmente. Sono rimasto colpito. Messi, come aveva fatto Vidal per il Cile, sbaglia il primo rigore per l’Argentina. Aveva lo sguardo concentrato prima del tiro, aveva guardato con gli occhi socchiusi Claudio Bravo. Dopo il tiro – potente, ma troppo alto – si tira la maglia, sembra contenendo la rabbia che lo farebbe urlare. Durante tutti gli altri rigori, mentre sia cileni che argentini segnano, Messi non abbraccia i compagni di squadra, come si fa tradizionalmente. Viene abbracciato, ma tiene le braccia lunghe distese sul tronco. Quando anche Lucas Biglia si fa parare il tiro, si allontana dal gruppo di giocatori, si copre il volto con la maglietta, continua a camminare. È il momento in cui realizza che è finita, anche quella volta. Che forse anzi è finita per sempre. (Davide Coppo)

I 18 centesimi di Federica Pellegrini

Tocca Ledecky, tocca Sjoestroem, tocca McKeon, per quarta tocca Federica Pellegrini, che è fuori dal podio di molto poco eppure di tantissimo. In una vasca olimpica le frazioni di secondo contano tutto. Federica Pellegrini non vince, non va nemmeno a medaglia, non rimedia alla delusione di Londra 2012. Anche la sconfitta può rientrare tra i momenti sportivi da ricordare, soprattutto se si tratta di un certo tipo di sconfitta, se si tratta della sconfitta da parte di chi era molto attesa e molto amata. Federica Pellegrini è una fuoriclasse, e i fuoriclasse ogni tanto perdono; sa che può perdere e sa che non avrà pace finché non avrà compreso le ragioni di quella sconfitta, che possono essere complesse ma anche molto semplici. Quel giorno nella vasca accanto alla tua qualcuna ha fatto di meglio, succede. Quel giorno in quale andata di vasca, in quale ritorno Pellegrini ha perso i centesimi, i millesimi che le sono costati tutto. Quel giorno che da noi erano le 3 del mattino è andata come doveva andare, come vanno le cose ogni tanto e ogni tanto si perde. Il momento sportivo dell’anno è quando Federica Pellegrini tocca ed è troppo tardi, altre sanno già di aver vinto, lei sa immediatamente di aver perso. Lo sa prima ancora di alzare gli occhi al tabellone dei tempi, prima di levarsi la cuffia, prima di guardare chi l’ha battuta. Federica Pellegrini lo sa, così come lo ha saputo tutte le volte (e sono tantissime) che ha dominato, e così come le ricordiamo tutte ricorderemo anche questa, sentendola magari più vicina, perché quando un fuoriclasse perde ci somiglia più di quanto immaginiamo. (Gianni Montieri)

Il calcio olimpico in Canada

Se amate lo sport e fate un giro il Canada durante l’estate, non potrete fare a meno di notare una cosa: ci sono decine di campi da calcio nei centri abitati; sia nelle città più grandi come Vancouver e Calgary, che nei piccoli paesini della British Columbia o dell’Alberta. E centinaia di ragazzini che rincorrono un pallone. Non lo diresti mai che il Canada, a modo suo, è un Paese votato al calcio. Poi, se vi soffermate a vedere una partita, noterete che le squadre sono sempre miste. Particolare inconsueto dalle nostre parti. In Canada invece le donne giocano a calcio insieme ai maschi, che vengono semplicemente chiamati “ragazzi”, hanno tecnica e senso della posizione. Se non fosse per Giovinco, Bradley e Drogba, diremmo che il calcio, in Canada, è uno sport femminile, e durante le ultime Olimpiadi l’ho potuto constatare di persona. Il 12 agosto il Canada ha giocato il suo quarto di finale contro la Francia, vincendo e conquistando l’accesso alle semifinali.

A Calgary, quel giorno, non c’è un pub dove non scorre birra ed entusiasmo. Perché la rete di Sophie Schmidt, centrocampista canadese, è una volée di quelle provate sicuramente su uno di quei campi di Vancouver con le squadre miste e nessuno maschio a meravigliarsi per quel gesto tecnico. Perché le uscite del portiere Labbé sono coraggiose così come la gara dell’infaticabile mediano Jessie Fleming. Nel Canada militano anche due ragazze di origini italiane: la fortissima Melissa Tancredi, di Ascoli Piceno, e il portiere di riserva Sabrina D’Angelo. Gli ultimi dieci minuti della partita sono il climax di un’Olimpiade poco raccontata lontano dal Canada: sono le giocatrici in maglia rossa completamente stremate che buttano il pallone in avanti e non riescono nemmeno più a rincorrerlo, quelle francesi che provano a tirarlo in the box – e che grinta in quell’area di rigore, altro che – e la Labbè che esce fino al limite dell’area con interventi spesso inguardabili, ma incredibilmente efficaci. E il fischio finale che vede le ragazze commosse e sfinite, ebbre di gioia e fatica, mentre i pub di Toronto impazziscono di felicità. Le ragazze perderanno la semifinale, ma si prenderanno la soddisfazione di battere il Brasile di Marta (che giocatore) nella partita valida per il bronzo. Io riprendo il mio cammino e mi soffermo di nuovo su uno di quei campi. Ci vedo nuovi idoli, e un’idea di calcio tanto lontana, quanto felice. E le squadre miste mi piacciono di più. (Cristiano Carriero)