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L’educazione di Gasperini

Una selezione dei migliori giocatori lanciati o rilanciati dal tecnico dell'Atalanta: da Conti a Criscito, passando per Milito e Thiago Motta.

Di Gabriele Lippi

Un’estate fa Roberto Gagliardini non era nessuno. Solo un ragazzo di passaggio a Zingonia tra un prestito appena concluso e un altro molto probabile. Un’estate fa Roberto Gagliardini era destinato a lasciare l’Atalanta prima dell’inizio del campionato, magari per tornare in Serie B. L’ha lasciata, sì, ma qualche mese dopo e con un’operazione che porterà nelle casse del club bergamasco 22 milioni più bonus. Perché Gagliardini, nel frattempo, è diventato titolare inamovibile all’Inter e ha esordito in Nazionale. Cosa gli è successo tra l’estate scorsa e l’inizio di quest’anno? Un po’ tutto, o forse la svolta nella sua carriera si può spiegare con un solo semplice fatto: ha incontrato Gian Piero Gasperini. Una fortuna per molti calciatori che col tecnico di Brugliasco hanno trovato una nuova dimensione.

Domenico Criscito

SAINT PETERSBURG, RUSSIA - OCTOBER 02: FC Zenit St. Petersburg players Domenico Criscito (L) celebrates with Robert Mak after scoring his goal during the Russian Football League match between FC Zenit St. Petersburg and FC Spartak Moscow at Petrovsky stadium on October 2, 2016 in St. Peterburg, Russia. (Photo by Epsilon/Getty Images)

Domenico Criscito ha 19 anni quando arriva al Genoa di Gasperini. Ha fatto tutta la trafila delle Nazionali giovanili ed è così promettente che due anni prima era passato alla Juventus in comproprietà. Torna al Grifone per fare esperienza, in un campionato di Serie B che passerà alla storia come il più impegnativo di sempre, e Gasperini non ha paura di giocarsi la promozione con Juventus e Napoli puntando proprio su quel ragazzino. Criscito gioca centrale di sinistra nella difesa a 3, mostra ottime qualità nell’anticipo, segna 4 gol, contribuisce al terzo posto con 10 punti di vantaggio sulla quarta che significa ritorno in A senza passare dai play off. La Juve lo rivuole per costruire anche su di lui il futuro dopo il ritorno in Serie A, ma qualcosa si inceppa nella sua crescita.

Una compilation delle migliori giocate di Criscito in maglia Genoa.

Parte titolare, gioca otto partite un po’ da terzino e un po’ da centrale, ma poi viene messo in disparte, chiude l’anno solare con tre panchine e due tribune prima di tornare al Genoa. Mimmo sembra troppo piccolo, immaturo, gracile, insicuro. Gasperini lo riprende con sé e comincia a utilizzarlo con una certa regolarità a sinistra nel centrocampo a 4 migliorando le sue qualità da esterno difensivo, e gli crea una nuova carriera da polivalente, consegnandogli di fatto un ruolo da protagonista in Nazionale. «Credo che se sono dove sono adesso, tanto di merito è di Gasperini perché dopo i 6 mesi difficili alla Juventus lui mi ha rivoluto a tutti i costi a Genova e, nonostante qualche errore, anche a Genova mi ha sempre fatto giocare», ha raccontato Criscito in un’intervista rilasciata nel 2013 a Pianeta Genoa, «aveva tanta fiducia in me ed è grazie a lui che poi sono riuscito ad andare in Nazionale». Una stima reciproca, peraltro. Recentemente, intervistato da Sky Sport, Gasperini ha inserito Criscito nella top 11 dei giovani che ha lanciato.

Thiago Motta e Diego Milito

AC Milan's midfielder Massimo Ambrosini (R) fights for the ball with Genoa's forward Diego Alberto Milito during their Italian Serie A football match at Genoa's Luigi Ferraris stadium on September 14, 2008. AFP PHOTO/ Filippo MONTEFORTE (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

La stagione 2008/09 è probabilmente la migliore nella carriera di Gasperini. Il Genoa arriva quarto e sfiora la qualificazione alla Champions League. Non la centra solo per colpa dello svantaggio negli scontri diretti con la Fiorentina, dovuto al 3-3 nella gara di ritorno, giocata in 10 per un’ora a causa dell’espulsione di Francesco Bega e in cui subisce una rimonta dal 3-0 con tre gol di Adrian Mutu, l’ultimo dei quali arriva nel quarto dei tre minuti di recupero concessi dall’arbitro Rizzoli. Quel Genoa ha due giocatori forti, fortissimi, con un passato internazionale alle spalle e un futuro che, ancora nessuno lo sa, promette ancora meglio. Sono Thiago Motta e Diego Milito. E se il Principe a Genova c’era già stato, da protagonista, segnando 34 gol in un campionato e mezzo di B, per Thiago Motta, che ha origini italiane, è la prima volta nel Paese dei suoi nonni. Con Gasperini Milito porta a compimento la sua maturazione come centravanti moderno. Gioca in maniera così intelligente che il gol diventa quasi un qualcosa in più, una naturale conseguenza dei suoi movimenti. Ne fa 24, alla fine, ma la prima delle sue doti a saltare all’occhio è la capacità che ha di vedere il campo e i compagni quasi come fosse un regista che si muove a ridosso dell’area di rigore. Thiago Motta si piazza una trentina di metri più indietro, davanti alla difesa.

È Gasperini a metterlo stabilmente lì trasformando un fine palleggiatore nel precisissimo metronomo che si dimostrerà negli anni successivi. Al Barcellona, dove era arrivato a 17 anni, si era alternato tra la posizione di metodista e quella di interno sinistro. Quando arriva al Genoa, Thiago si porta appresso questo equivoco tattico (polivalente non lo è e non lo sarà in una seconda parte di carriera che lo vedrà specializzatissimo nel ruolo di centrocampista davanti alla difesa) e una serie impressionante di infortuni, iniziata a Barcellona e culminata con la rottura del menisco interno del ginocchio sinistro nella stagione precedente all’Atletico Madrid. Probabilmente non ha più la tenuta fisica per correre e risultare determinante nell’uno contro uno, ma ha ancora proprietà di palleggio sopra la media. Gasperini lo capisce e gli dà una nuova vita calcistica. Un anno dopo aver sfiorato la qualificazione in Champions col Genoa, Motta e Milito la vinceranno con la maglia dell’Inter.

Stefano Sturaro

GENOA, ITALY - MARCH 02: Stefano Sturaro of Genoa CFC in action during the Serie A match between Genoa CFC and Calcio Catania at Stadio Luigi Ferraris on March 2, 2014 in Genoa, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Gasperini lancia i talenti: alcuni trovano la loro collocazione tra le big, altri fanno fatica e magari vanno a cercare fortuna all’estero. Stefano Sturaro rientra nella prima categoria ed è uno dei più clamorosi successi dell’allenatore di Grugliasco. Ha 20 anni quando nel 2012/13 chiude con 8 presenze e due infortuni una pessima stagione di B a Modena, con Fabio Liverani gioca un solo minuto alla prima di campionato contro l’Inter, poi finisce per allenarsi a parte. Quando torna Gasperini, comincia a essere convocato con regolarità, fa 35 minuti alla sedicesima giornata, esordisce dal primo minuto alla ventesima, contro l’Inter, dalla ventiquattresima è titolare in 11 delle ultime 15 partite di campionato. Sturaro non ha piedi finissimi, ma ha due qualità che lo mettono al di sopra di gran parte dei suoi colleghi: il tackle e i tempi di inserimento. Un anno e mezzo dopo gli incubi di Modena e l’emarginazione a Pegli, Sturaro passa alla Juve e 5 mesi più tardi è in finale di Champions League, dopo aver contribuito in modo decisivo a fermare il Real Madrid nella semifinale d’andata vinta per 2-1 a Torino.

La sua ultima partita col Grifone la gioca il 31 gennaio 2015, contro la Fiorentina, e sembra un film di quelli col lieto fine imperfetto. In campo segna ma non segna, perché la palla che calcia con l’interno destro a porta vuota sbatte prima sul palo e poi sulla nuca di Ciprian Tatarusanu, e il gol diventa un autogol del portiere viola. Fuori ringrazia, «al Genoa devo tutto», e fa piangere Gasperini che si alza dalla poltrona e lascia la conferenza stampa. Il resto è storia dei giorni nostri: la Juve, due finali di Champions League in tre anni, gli Europei 2016 da protagonista con l’Italia di Antonio Conte.

Roberto Gagliardini

FLORENCE, ITALY - FEBRUARY 21: Roberto Gagliardini of Italy in action during the training session at the club's training ground at Coverciano on February 21, 2017 in Florence, Italy. (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

«Va e gioca da grande, non sentirti un giovane tra i big». Quando ha salutato Roberto Gagliardini, poco prima che partisse per andare a giocare con l’Inter, Gian Piero Gasperini gli ha detto queste parole. Gagliardini ha ricevuto, e all’esordio a San Siro, contro il Chievo Verona, è stato subito tra i migliori in campo. Ora, se dovessimo chiederci cosa ha di speciale Roberto Gagliardini, la prima risposta che ci verrebbe in mente sarebbe “nulla”. Almeno all’apparenza. Eppure deve esserci qualcosa se da quando è arrivato all’Inter ha giocato 15 delle 16 partite di campionato disputate dai nerazzurri, saltandone una sola per infortunio e restando in campo per 90 minuti in 14 occasioni. Gagliardini non spicca per velocità, non è un recupera-palloni che vedi inseguire gli avversari per il campo e lanciarsi in tackle precisi e affilati, Gagliardini non ha un gran tiro, non ha verticalizzazioni particolarmente illuminanti o un controllo-passaggio fulminante. Però sa intuire le linee di passaggio meglio degli altri, e questo gli permette di non dover rincorrere quasi mai l’avversario, sa inserirsi coi tempi e negli spazi giusti, e non è un caso se ha anche cominciato a segnare, e tendenzialmente fa sempre la giocata giusta, la più economica.

Il suo pressing è un pressing di posizione e intuizione, non di strapotere atletico. Un giocatore con queste caratteristiche è, per forza di cose, destinato a camminare come un funambolo sul sottilissimo filo che separa la mediocrità dall’eccellenza. E forse sarebbe caduto sul lato della prima, se non avesse incontrato Gasperini sulla sua strada. All’Atalanta era un esubero. Veniva da tre prestiti in B in un anno e mezzo: Cesena, Spezia e Vicenza. Esperienze modeste, senza infamia né lode, 49 partite e 3 reti. L’unico che ha creduto in lui è stato Gasperini, che gli ha messo in mano il centrocampo della squadra contro il Napoli, alla settima giornata d’andata. Due mesi dopo, Inter e Juve se lo litigavano a colpi di milioni, con la prima a vincere l’asta.

Andrea Conti

Atalanta's Italian defender Andrea Conti controls the ball during the Italian Serie A football match Atalanta vs Juventus at the "Atleti Azzurri d'Italia" stadium in Bergamo on April 28, 2017. / AFP PHOTO / MIGUEL MEDINA        (Photo credit should read MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images)

Il 3-4-3 di Gasperini esalta da sempre il ruolo degli esterni. Che giochino nel tridente offensivo (basti pensare a Diego Perotti, Rodrigo Palacio, Iago Falque, Giuseppe Sculli) o nei quattro di centrocampo. È in quel contesto che Mimmo Criscito è diventato il giocatore che è oggi, nel giro della Nazionale e campione di Russia per cinque volte con lo Zenit di San Pietroburgo, ed è in quel contesto che sta maturando Andrea Conti. Se andate a cercare la sua pagina su Wikipedia, troverete la definizione di «un terzino destro dotato di ottima resistenza fisica e buona capacità di corsa è inserimento, abile nell’andare sul fondo per crossare e fornire assist ai compagni, noto anche per il suo vizio del gol». Il punto è che quel «vizio del gol» Conti non l’ha mai avuto prima. Non così spiccato, almeno.

La rete di Conti contro la Juventus mostra tutta la bravura negli inserimenti offensivi.

Quest’anno ne ha fatti 7 in 32 incontri, il più prolifico dei difensori di A col compagno di squadra Mattia Caldara, nelle sue prime tre stagioni da professionista ne aveva messi insieme 2 in 61 partite. A renderlo l’impressionante macchina da gol che è diventato è il 3-4-3 di Gasperini. Conti copre tutta la fascia, ha ovviamente compiti difensivi, ma ha una capacità di corsa e una resistenza che gli permettono di essere comunque lucido sotto porta. Gran parte del suo lavoro consiste nell’attaccare il lato debole mentre il gioco si sviluppa a sinistra, lì nel territorio del regista di ogni azione offensiva dell’Atalanta, il Papu Gomez. Cinque dei 7 gol segnati quest’anno sono nati proprio da quella fascia, due su assist del Papu, due serviti da Spinazzola, uno da Petagna. Tagliare da destra verso il centro dell’area, comunque, non è l’unica specialità di un giocatore capace di prendere il fondo con grande facilità e di essere determinante anche sui calci piazzati e in mischia. Anche lui piace alle grandi, con la Juve (che ha già preso Caldara per 20 milioni) in testa.

Andrea Petagna

Roma's defender from Argentina Federico Fazio (L) vies with Atalanta's forward from Italy Andrea Petagna during the Italian Serie A football match AS Roma vs Atalanta at the Olympic Stadium in Rome on April 15, 2017. / AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Tredici reti in 101 partite da professionista. Lo score di Andrea Petagna non è esattamente quello del bomber, e anche quest’anno, il suo primo da titolare con continuità in Serie A, l’andamento sembra confermare la tendenza. Ora, a qualcuno che non guarda le partite dell’Atalanta potrebbe venire da chiedersi come sia possibile che Gasperini abbia deciso di affidare il suo attacco a un centravanti che non fa gol, preferendolo a Mauricio Pinilla e Alberto Paloschi. Petagna non segna, non è particolarmente elegante nelle sue movenze, non ruba l’occhio, ma ci sono tutta una serie di cose che sa fare benissimo e, come ha detto il suo allenatore a Sky Sport all’inizio di marzo, «ha delle caratteristiche uniche, quando avrà raggiunto la sicurezza in zona gol sarà completo veramente». Per esempio è il miglior centravanti della Serie A per passaggi chiave (1,7 a partita), il secondo per assist (7) dopo Icardi, il terzo per precisione (81,3%) dietro Higuaín e Lapadula.

Petagna ha seriamente corso il rischio di infilarsi in quel limbo in cui si perdono gran parte delle giovani promesse del campionato Primavera. Troppo poco prolifico per affermarsi nel Milan, non del tutto convincente nemmeno nel giro di prestiti che l’ha portato dalla Sampdoria al Vicenza passando per Latina. Fino all’anno in B con l’Ascoli condito da 7 gol, comunque sempre rigorosamente sotto la doppia cifra, e all’ingaggio da parte dell’Atalanta. Gasperini gli ha saputo cucire addosso un ruolo da protagonista, sgravandolo di quel compito che gli riesce più difficile, chiedendogli, in sostanza, di far segnare i compagni aprendo spazi con i suoi 95 chili distribuiti in 188 centimetri. Certo, per poter giocare in una big serve un po’ più di cattiveria sotto porta, ma intanto il centravanti che non sa far gol ha esordito in Nazionale. Vedetelo come un altro capolavoro di Gasperini.