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Il Barça non ha confini

La Catalogna vota per l'indipendenza, ma il ruolo del Barcellona è ancora molto ambiguo.

Di Antonio Moschella

I primi giorni d’autunno, a Barcellona, l’estate batte il colpo di coda finale prima di lasciare spazio alle foglie marroni che cadono sulle Ramblas. Nella principale strada di Barcellona, teatro di un attentato un mese e mezzo fa, la tensione e il caldo non tendono a diminuire, e non più soltanto per le conseguenze del tragitto a zig zag di un furgone, ma principalmente per la situazione politica attuale. Una parte importante del popolo catalano intende votare quello che il prossimo 1 ottobre sarebbe il primo referendum per l’autodeterminazione, con lo scopo di svincolarsi in modo politico e amministrativo dal governo centrale di Madrid. In ogni angolo della Rambla, insieme alle bandiere giallorosse della Catalogna, prendono aria quelle blaugrana della squadra di casa, uno dei club con più simpatizzanti al mondo e ai vertici del modello concetto di società-azienda del marketing calcistico moderno. Dopo gli arresti di vari membri della Generalitat, il governo locale, perpetrati da parte della Guardia Civil, la polizia nazionale, in molti sono insorti contro Madrid predicando quella democrazia di diritto per far votare chi intende autogovernarsi. E tra le voci più autorevoli spiccava quella di Josep María Bartomeu, presidente del Barcellona. In un comunicato ufficiale, la più alta carica dell’entità calcistica catalana, in questo momento nella bufera per una mozione di censura nei suoi riguardi, affermava in nome del club che «il Barcellona, fedele al suo compromesso storico con la difesa del Paese, della democrazia, della libertà d’espressione e del diritto a decidere condanna ogni azione che possa impedire questi diritti».

In molti hanno tacciato l’intervento di Bartomeu come demagogico e interessato a ritrovare la fiducia degli elettori-tifosi scontenti per i recenti risultati e l’addio di Neymar. Il Barcellona, però, è parte integrante e anche voce della nazione catalana. Da anni al minuto 17 di ogni tempo il Camp Nou urla «Independencia», e appaiono striscioni in varie lingue, a seconda della squadra ospite in Champions League, che recitano «Benvenuti nella Repubblica Catalana». Di sicuro mai prima d’ora la società si era sbilanciata in modo così deciso su una questione politica e sociale così scottante. Lo spetto del franchismo nel seno di una città da sempre anarchica e ostile al potere centrale riecheggia nelle parole della gente, e il Barça è probabilmente l’entità catalana più illustre e riconosciuta del mondo. Dall’altro lato, però, c’è da ricordare che chi è a capo del club blaugrana è quasi sempre un rappresentante dell’alta borghesia locale, che di nazionalista ha sempre avuto poco. Gli stessi conti catalani, eredi di coloro che un tempo fondarono le contee catalane, quelle suddivisioni amministrative che si resero indipendenti dal governo carolingio nel 987 d.C. per poi essere annesse al governo d’Aragona nel XII secolo, fanno parte di una classe sociale mai troppo vicina al popolo e alla sua sete di autodeterminazione. Il legame dei vari conti, alcuni dei quali detti Grandes de España, con la corona reale, è più che manifesto.

FC Barcelona v Celtic FC - UEFA Champions League

Il ruolo sociale del Barça risulta essere comunque piuttosto ambiguo. Perché è da molto, ormai, che la società blaugrana non può considerarsi un’entità strettamente catalana, o vincolata solamente alla sua regione di appartenenza. Nei tempi della globalizzazione, avviene che per le grandi squadre – come Barcellona, Real Madrid, Juventus, Manchester United – la maggior parte dei loro tifosi risiede fuori dalla città di origine, nonostante gli stadi siano sempre pieni. Negli ultimi anni in vari incontri si è registrato un Camp Nou “invaso” da turisti provenienti dall’estremo Oriente o da altri angoli del mondo, una gentrificazione calcistica voluta sia dal club sia dai soci, molti dei quali “affittano” il loro abbonamento per tutta la stagione senza praticamente mai occupare il posto assegnato loro dalla società, mentre molti catalani e tifosi doc restano fuori per la mancanza sia del posto da socio sia del denaro necessario per vedere una partita. Lo scorso anno per un Barça-Granada il biglietto più economico costava 60 euro, e in una zona piuttosto defilata dello stadio.

Fatta questa premessa, c’è da dire che la questione del referendum e dell’indipendenza catalana, già di per sé delicata, non dovrebbe ostruire più di tanto lo sviluppo del Barça. Questo perché la sua ispirazione internazionale lo ha già portato molto fuori dai confini non solo catalani ma anche spagnoli. Le peñas bluagrana – i fan club ufficiali – sono ritrovabili in ogni angolo del mondo – in Italia ce n’è una a Bergamo – e la maggior parte dei tifosi del Barça risiede in Spagna, non in Catalogna. Seppur adesso l’indipendenza effettiva della Catalogna sembra un processo difficile da realizzare per vari motivi politici, tra i quali prevale la non ufficialità del prossimo referendum e la negatività di Madrid ad accettare la scissione, risulta quantomeno improbabile immaginare che il club catalano non possa gareggiare nella Liga spagnola. I catalani si aggrappano all’esempio del Monaco, che disputa il campionato francese seppur non faccia parte dello stato transalpino e non risenta degli sgravi fiscali dello stesso. Uno scenario simile è quindi verosimile, anche se Javier Tebas, presidente della Liga ed ex militante del partido di destra Fuerza Nueva scioltosi nel 1982, ha recentemente dichiarato che «il Barça e le società catalane non potranno giocare nella Liga nel caso in cui la Catalogna raggiunga l’indipendenza. Non concepisco la Spagna senza la Catalogna e la Catalogna fa parte della Spagna». La Ley del Deporte spagnola stabilisce, effettivamente, che a ogni federazione sportiva nazionale si possono affiliare solamente le società radicate in Spagna e Tebas si è appoggiato su questa legge per ribadire che «l’unico stato che può permettere alle sue società di giocare in competizioni spagnole è Andorra», principato simile a quello di Montecarlo, che casualmente è un paradiso fiscale dove secondo El Mundo l’ex presidente della Generalitat catalana Jordi Pujol avrebbe depositato 3,4 milioni di euro nel 2010.

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Ciò che è chiaro è che una Liga senza il Barça e un Barça senza la Liga non avrebbe quasi ragione di essere. In quello che sarebbe un terremoto a livello sportivo risulterebbe finalmente palese che entrambe le istituzioni servono troppo l’una all’altra: il Clásico contro il Real Madrid è un evento fondamentale per l’immagine e le entrate economiche sia dei club in questione sia per il campionato spagnolo, che perderebbe quell’enfasi dicotomica che solamente lo scontro tra blaugrana e merengues può raggiungere. Verrebbe dunque da dire che la multinazionale Barcellona non gradirebbe un’esclusione dalla Liga, anche perché un torneo catalano sarebbe alla stregua di quello scozzese, e soprattutto perché la formazione di una nuova Repubblica implicherebbe una serie di cambi economici per via delle imposizioni fiscali e degli accordi finanziari con l’Unione Europea, che per adesso non si possono ipotizzare. Dato per scontato che i migliori sponsor del club blaugrana non abbandonerebbero la barca in caso di indipendenza, bisognerebbe vedere quali sarebbero gli effetti diretti nelle entrate tramite i diritti tv, che sono gestiti dalla Liga, e che in quel caso non sarebbero certamente copiosi come adesso, soprattutto in mancanza del doppio scontro con il Real Madrid. Il presidente Bartomeu ha già annunciato che il 21 ottobre prossimo presenterà all’assemblea dei soci un budget record di 897 milioni di euro, il che rafforza ulteriormente l’idea del Barça come un club perfettamente inserito nella globalizzazione del fenomeno calcio, con lo sguardo rivolto verso il futuro e anche oltre i confini nazionali e regionali.

L’immagine cosmopolita dell’entità societaria più forte e rappresentativa della Catalogna potrebbe sembrare stridere con la voglia di staccarsi dal giogo di Madrid. Ma in realtà per i catalani che vogliono l’indipendenza smettere di essere spagnoli non significa chiudere le proprie frontiere, ma aprirsi al mondo. Il Camp Nou ha già parlato varie volte, accompagnato anche da San Mamés e Anoeta, gli stadi dell’Athletic Club e della Real Sociedad, entità basche da sempre solidali con l’altra regione avversa al centralismo madrileño.

Sono state eloquenti le poche parole di Zinedine Zidane, tecnico del Real Madrid, al riguardo: «Non riesco a immaginarmi una Liga senza il Barça e spero che ciò non avvenga», ribadendo così l’atavico concetto secondo il quale la gloria personale passa anche per la prevaricazione sul nemico, e manifestando il desiderio di non vedere mai scemare una rivalità storica e forse unica nel mondo. Il circo del pallone spagnolo e mondiale perderebbe un’attrazione senza il Clásico di Spagna, e probabilmente neanche il più estremista dei nazionalisti catalani vorrebbe perdere l’occasione di vedere il suo Barça tornare a conquistare il Santiago Bernabeu.

 

Immagini Getty Images