Le regole del gioco

Vivere in America lo sport e la politica dalla Guerra Fredda a Donald Trump.

di Claudia Durastanti

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Da bambina, avevo un’idea piuttosto precisa di come sarei morta: un incrocio di avvelenamento da Kryptonite, esalazioni tossiche provenienti da una centrale termonucleare distrutta e digiuno dovuto alla clausura in un bunker costruito contro gli attacchi chimici dei russi. Nelle mie fantasie di cospirazione, era sempre colpa dei russi: avevo cinque anni ed era il 1989 a New York. Di certo non era l’anno migliore per l’Urss e neanche per il significato di Guerra Fredda, ma i sovietici avevano fatto qualcosa di peggio che minacciare gli Stati Uniti con il loro programma aerospaziale o le loro temibili ginnaste alle Olimpiadi: si erano trasferiti nel mio vicinato. Circostanza ben peggiore, mia madre aveva deciso di fare amicizia con alcuni di loro.

Ricordo i giubbotti di pelle a sacco, gli occhiali grossi con la montatura color quarzo e il nome impronunciabile di una delle sue amiche che veniva spesso a cena e si animava all’improvviso, le risate come colpi di tosse secca sicuramente dovuti alle complicazioni polmonari contratte in quel Paese fantascientifico e ostile. Non so di cosa parlassero, ma presumo che fosse nel loro sforzo di diventare americane che mi portarono a uno spettacolo dello sport più accessibile e divertente che potessero immaginare: un match di wrestling con Hulk Hogan.

Di quella circostanza ricordo bene il tragitto di andata e anche il pupazzo di plastica che finì in mezzo alle mie Barbie a fine serata, un po’ ridicolo e osceno con quel costume giallo fosforescente. Ma non ricordo contro chi ha combattuto, e lontana com’ero sono riuscita malapena a vederlo. Forse era un’occasione celebrativa e basta, e nella mia fantasia ha assunto le proporzioni epiche di uno scontro. Quando racconto di essere andata a un match di Hulk Hogan la gente si mette a ridere e mi chiede se è entrato sulle note della sua theme song, “Real American”. Deve averlo fatto per forza, ma in quella cacofonia di suoni, tra il cicaleccio dei vicini e gli annunci estenuanti degli speaker che rendono le manifestazioni sportive una sorta di concerto di fine anno a base di hard rock e di Edm, non ci ho fatto caso. Più che vedere Hulk Hogan, ho visto gli americani che vedevano Hulk Hogan e tifavano per lui, in mezzo a un’italiana e a una russa che battevano le mani come tutti gli altri.

Super Bowl Hogan

Il mio rapporto con lo sport, all’epoca come oggi, era fallimentare: scoordinata, timida e impacciata, mi era ben chiaro che non rispondevo ai canoni della bambina a stelle e strisce che avrei dovuto essere, e fu in parte un sollievo trasferirmi in Italia e non competere con le varie Amanda e Jennifer con la felpa con il logo scolastico e il record eccellente in piscina.

La vicinanza tra l’attuale presidente degli Stati Uniti e il patron della Wwe Vince McMahon risale al 1988Il wrestling potevo capirlo: non era davvero uno sport, non era consigliato iscriversi a un corso che lo insegnasse nel doposcuola e aveva un’idea chiara del bene e del male. Bene erano Hulk Hogan e The Ultimate Warrior. Male erano Ivan Drago (anche se non era un wrestler, apparteneva sempre a quell’universo polarizzato e dicotomico. E aveva una certa poesia, a modo suo, tant’è che quando Pusha T canta «What I sell for pain in the hood, I’m a doctor / Zhivago tried to fight the urge like Ivan Drago, if he dies he dies» non mi è parso affatto strano), Nikolai Volkoff, The Iron Sheik poi diventato Colonel Mustafa e il General Adnan iracheno: le guerre stavano cambiando, e di conseguenza anche i nemici da scimmiottare nella Wwe.

Bene era Donald Trump che aiutava Kevin in Mamma ho perso l’aereo 2 – il vero film horror dell’epoca per i figli dei divorziati costretti a fare i pendolari transoceanici durante le feste – e accendeva l’albero di Natale per tutti alla Trump Tower e non si vergognava di farsi mandare al tappeto in uno show televisivo della Wwe.

All’epoca non sapevo nulla dei legami tra Trump e la famiglia McMahon: la vicinanza tra l’attuale presidente degli Stati Uniti e il patron della Wwe Vince McMahon risale al 1988, quando Trump decide di portare il franchising del wrestling nel suo Trump Plaza inaugurato da poco ad Atlantic City, New Jersey. Negli anni successivi i due hanno litigato per finta in televisione nella famigerata Battle of the Billionaires, combattuta a suoni di insulti, manciate di dollari (veri) riversati sul ring e teste rasate per penitenza.

WWE Presents Wrestlemania 23

I McMahon hanno investito diversi milioni di dollari nella campagna presidenziale di Trump, che lo scorso dicembre ha nominato la moglie del patron Linda McMahon amministratrice della sua Small Business Administration. Tra i meriti di Linda, c’è quello di aver contribuito a trasformare un’azienda di 13 persone in una corporation dalle rendite milionarie con oltre 800 dipendenti.

Tutto quello che gira attorno alla Wwe rischia di apparire grottesco e patetico se non si ha il senso dell’ironia o un’empatia molto spiccata, ma quando ho visto The Wrestler di Darren Aronofsky ho pianto, perché parlava di persone che conoscevo, bianche, povere e destinate a sparire in famiglie mononucleari, quelle che sono sopravvissute agli uragani del nuovo millennio perché già vivevano nelle roulotte, e per cui lo sport è solo un sinonimo di combattimento, meglio se efferato. Per me la Wwe non sono i McMahon, John Cena e Triple H, ma tutti quelli che pagano il biglietto per scoprire se il sangue è reale.

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Ogni volta che vado a trovarli, i miei familiari che vivono nei sobborghi della East Coast, in cui senza la possibilità di guardare Espn il tasso di suicidi sarebbe drammaticamente più alto, a un certo punto decidono di giocare nei loro giardini enormi, e perdono ore ad architettare chi farà parte di questa o di quella squadra. Io mi astengo nella maggior parte dei casi, oppure rimango come uno stoccafisso durante una partita di softball chiedendo se mi possono spiegare di nuovo le regole. A volte mi siedo su un prato e fingo di appassionarmi a quella specie di football rudimentale che giocano insieme ai bambini e ai cani, offrendomi di tenere il punteggio pur avendo un’idea confusa del metodo: neanche anni passati a guardare mio fratello che giocava a Madden Nfl sulla Playstation mi hanno insegnato qualcosa, e tutte le volte che mi chiama per dirmi «Hai visto cosa hanno fatto i Giants ieri sera?» io gli chiedo di cosa stia parlando. (Trattandosi dei Giants, forse la mia domanda è più che legittima).

Da piccola, i nessi tra sport, successo personale e cittadinanza mi erano chiari: se volevi diventare americano giocavi a baseball, qualche volta a football e quasi mai a basket. Ancora oggi, quando vado all’ambasciata per rinnovare dei documenti e vedo la foto di Joe DiMaggio incorniciata accanto a quella del Presidente di turno e alla bandiera, mi viene voglia di chiedergli scusa: non ho capito come si fa. (Non l’ho capito neanche dopo Underworld di Don DeLillo, che gravita attorno a una pallina da baseball come ethos della nazione e continuo a rivendicare come il mio romanzo preferito).

Lo sport che mi interessava più di tutti era il basket. Mi piacevano le Air Jordan di mio fratello e le sue canotte lucide dei Chicago Bulls («Perché non i Knicks?» «Perché i Bulls vincono» diceva lui che una volta in Italia ha deciso di tifare l’amatissima As Roma in base a un misterioso salto della logica). I telecronisti di norma erano più divertenti, le azioni più semplici e a differenza del football e del baseball quello sport aveva una struttura possibile; il basket avveniva in continuazione, appena uscivo di casa.

Seattle Mariners v Oakland Athletics

Spesso mi soffermavo a guardare i ragazzini che lo praticavano dietro le recinzioni; è la cosa più vicina al desiderio che ho mai provato per il corpo di un atleta. Non ho avuto il culto di un giocatore, ma sono stata vittima di svariati innamoramenti per quelli che partecipavano alle partite improvvisate e aggressive nei campetti di strada. Erano fuori posto, pieni di ormoni e proibiti. Di solito erano anche di una classe sociale modesta – tutto quel tempo fuori casa – e spesso non erano bianchi.

Prima di capire cosa sono le differenze tra le persone e quali sono le politiche che li correggono, prima di capire cosa è il razzismo e in che modo aggirarlo con il linguaggio e il proprio comportamento, ho abitato un mondo in cui i russi potevano uccidermi e il basket era uno sport per neri senza un futuro, che occasionalmente potevano farcela. Michael Jordan non era reale, faceva i film con i cartoni animati come Space Jam. Quel livello spettacolarizzato dell’azione non aveva nulla a che fare con le mie preoccupazioni intime e quotidiane: come si diventava americana? C’era una maniera per farlo che esulasse dalla competizione e da quell’esibizione fisica, erotica ed estenuante delle proprie capacità?

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Il pubblico che amava quelle storie spesso era lo stesso pubblico che perpetuava le condizioni per cui quelle storie potevano esistere, e io non volevo farne parteLe partite di basket a cui sono più affezionata sono le Finals tra i San Antonio Spurs e i Miami Heat nel 2013. All’epoca provavo una forte insofferenza nei confronti di LeBron James nonostante avessi visto More Than a Game, il film che racconta le gesta di cinque ragazzini malmessi di Akron in Ohio che riescono a partecipare a un campionato scolastico di rilevanza nazionale, tra cui c’era proprio la futura star della Nba. Era la tipica storia americana: la povertà, l’amicizia, il talento, la memoria delle proprie origini costantemente minacciata dal denaro e dalla fama. More Than a Game, come tutta la parabola esistenziale di LeBron James, mi diceva cose che già sapevo sugli Stati Uniti, non molto diverse da quelle che potevo apprendere guardando film insulinici come Dangerous Minds o Save the Last Dance, diventati popolari durante la mia infanzia o adolescenza: la segregazione razziale era un problema, non tutti partivano con gli stessi vantaggi nella vita e spesso i villain avevano il cuore buono, andavano solo capiti.

Il pubblico che amava quelle storie spesso era lo stesso pubblico che perpetuava le condizioni per cui quelle storie potevano esistere, e io non volevo farne parte: per capire davvero che possibilità c’erano per un’America diversa e più democratica, dovevo fidarmi meno della mitologia di quelli che ce l’avevano fatta a uscire dal ghetto, dato che spesso lo facevano da soli e non portavano niente e nessuno insieme a loro.

Cleveland Cavaliers Media Day

Durante la stagione Nba del 2013, tutto quello a cui volevo assistere era un’umiliazione dei Miami Heat da parte del team più coerente nella storia della lega, una formazione pluralista, compatta e conciliante in cui spiccavano le figure di Tim Duncan, Tony Parker e Manu Ginobili. Tutti gli americani vengono da un’altra parte, ma nel basket venivano davvero da un’altra parte: Parker era belga-francese, Ginobili argentino, e come Pau Gasol e Dirk Nowitzki dimostravano quanto il basket fosse più aperto alle commistioni e influenze esterne. Il basket era uno sport per americani fatto da immigrati, mentre il baseball e il football erano, quantomeno su un piano superficiale, uno sport per americani che avevano dimenticato di esserlo. Ma il vero motivo per cui mi piacevano gli Spurs era Coach Pop.

Anche se non seguivo l’effettivo andamento della stagione, spesso andavo a seguire i commenti dopopartita di Gregg Popovich, colui che nella mia infanzia sarebbe stato solo un altro dei nemici a disposizione: non solo era di origini serbe e croate, ma si era pure laureato in studi sovietici. Nel mio immaginario patriottico e romantico da ragazzina, l’unico argomento a suo favore sarebbe stato il fatto che aveva contemplato l’idea di entrare nella Cia prima di dedicarsi al basket e diventare uno degli allenatori più longevi e amati della storia. Ma ormai io ero cresciuta, la Guerra Fredda era un relitto da fumetto della Marvel e le mie alleanze erano cambiate: potevo fidarmi di Coach Pop perché nei nuovi assetti dell’ordine mondiale, era lui il bene.

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Quando Donald Trump ha promulgato il Muslim Ban nei primi giorni della sua amministrazione, Popovich è stato uno dei primi personaggi di alto profilo a pronunciarsi in maniera dura contro un editto che interseca la discriminazione etnica con quella economica, dato che il Muslim Ban disegnato soprattutto da Steve Bannon non fa fuori gli arabi e i musulmani, ma gli arabi e i musulmani poveri. Per ragioni strutturali, la Nba dipende di più dalla libera circolazione e ha bisogno di un’America senza frontiere più di quanto ne abbiano bisogno Mlb ed Nfl messe insieme, ma non è l’unico motivo per cui sono stati soprattutto gli allenatori di basket a scagliarsi contro Trump.

Per ragioni strutturali, la Nba dipende di più dalla libera circolazione e ha bisogno di un’America senza frontiere più di quanto ne abbiano bisogno Mlb ed Nfl messe insiemeSe lo hanno fatto, forse è perché nonostante le asimmetrie di potere, le tensioni razziali che ne fanno parte da sempre e la fama sessista dei suoi giocatori, il basket propone un’altra idea di collettività per il semplice modo in cui è giocato. Senza uno scambio costante il basket non esiste, ogni azione che lo tiene in piedi è la stessa che minaccia di dissolverlo in qualche secondo; è lo sport di squadra più veloce e fluido che ci sia, quello che somiglia di più all’idea che abbiamo di libertà, non per forza cinematografica o americana. È la libertà rudimentale e istintiva di chi si infila in uno schema sempre uguale a se stesso, convinto di poter trovare una scappatoia, finché poi non la trova.

San Antonio Spurs v Phoenix Suns

Qualcuno ha deriso Trump sulla scia di ferite molto personali, ma anche in quella circostanza non ha perso una vocazione all’altruismo che fa del basket lo sport più infedele ai valori wasp e allo stesso tempo innamorato di una certa mitologia del bene, tra tutte le attività agonistiche possibili.

Il padre dell’allenatore dei Golden State Warriors Steve Kerr, Malcolm Kerr, è stato assassinato nel 1984 in un atto di terrorismo locale mentre ricopriva la carica di Presidente dell’American University a Beirut. Steve Kerr ha detto che se l’intenzione di Trump è ostacolare il terrorismo, il Muslim Ban non farà altro che ottenere l’esatto contrario, incoraggiando la violenza e offendendo la memoria di chi ha difeso i valori dell’apertura e della libertà.

Nel frattempo, ogni aspetto della vita statunitense si è politicizzato imitando le strutture della Wwe nello sport come altrove, schierando nuove «faces» – gli eroi convenzionali nella narrativa spettacolarizzata del wrestling –  contro gli «heels», i villain che un tempo assumevano l’aspetto di un ufficiale sovietico, un sergente iracheno e che oggi probabilmente indosserebbero magliette dell’Isis, in una parodia esorcizzante e accessibile a tutti, una parodia che dice come comportarsi in sede elettorale a chi non sa proprio cosa fare. (È il motivo per cui non riesco davvero a disprezzare quelli che guardano la Wwe, perché farlo sarebbe come ignorare e compatire i tentativi di mia madre e della sua amica quando pensavano che prendere parte a uno spettacolo fosse il modo migliore per acquisire una cittadinanza).

President Trump Signs Executive Order In Oval Office Of The White House

Le foto dello staff di Donald Trump durante le riunioni ufficiali sembrano uscite dall’America agli sgoccioli della Guerra Fredda, quando Tom Wolfe scriveva romanzi efficaci e crudeli su cosa succedeva a Wall Street. Tutte le donne in queste diapositive somigliano a Melanie Griffith in Una donna in carriera; quando un certo presente fatto da gioielli in oro giallo, giacche di tweed e scarpe da ginnastica cambiate in metropolitana somigliava molto alla mia idea di futuro. Soffermarmi sull’iconografia dell’amministrazione in corso mi fa sentire come in un romanzo sci-fi e cambiare idee sul modo in cui potrei morire: non sarà per esalazioni tossiche o per l’inedia in un bunker, ma perché a furia di sentirmi come il protagonista di Ricomincio da capo o della serie televisiva In viaggio nel tempo rischio di impazzire.

Le foto dello staff di Donald Trump durante le riunioni ufficiali sembrano uscite dall’America agli sgoccioli della Guerra FreddaI giorni in cui ho letto i commenti di Kerr contro le decisioni presidenziali e ho assistito all’arringa decisa e affascinante di Popovich in uno spezzone televisivo, mi è sembrato di assistere a delle interferenze elettromagnetiche del passato, di essere la vittima di un’allucinazione collettiva: sul serio nel 2017 gli ufficiali dell’Nba e in parte di altri sport si ritrovavano a parlare di frontiera, dazio, guerra e Donald Trump, e non per prenderlo bonariamente in giro? Avevano ragione, ovviamente, ma perché erano costretti a farlo?

Le mie idee su come sarei morta erano piuttosto ingenue e decisamente sbagliate: non sarebbe stato per esalazioni tossiche o per l’inedia in un bunker, ma perché a furia di sentirmi come il protagonista di Ricomincio da capo o della serie televisiva In viaggio nel tempo sarei impazzita. La Guerra Fredda è tornata assumendo una configurazione imprevista, troppo complessa per le mie fantasie da ragazzina, in cui un villain russo aiuta un villain americano ad assumere il potere per strumentalizzarlo o per instaurare una nuova oligarchia in una partita a Risiko giocata tra le dogane negli aeroporti e i carteggi delle spie antigovernative.

E quello che ho scoperto, in questo scenario di improbabili alleanze in cui si agitano nuovi vecchi nemici, nel controspionaggio perenne di ogni certezza acquisita, è che l’unica resistenza possibile arriva dall’essere dispatriati, rinunciando a capire come si recita la propria nazionalità, sul campo come altrove: forse piangere durante l’inno nazionale, il Super Bowl o i fuochi artificiali del 4 luglio possono rendermi un’americana migliore, e partecipare a una partita di softball nel giardino di un sobborgo cementerà  la mia appartenenza, ma oggi non mi importa poi molto.

San Francisco 49ers v Arizona Cardinals

Quando sono andata a vedere Hulk Hogan da bambina, del match non mi è rimasto niente, ma ricordo benissimo l’audience, la performance, l’esaltazione, e forse lì ho assistito alla lezione definitiva sull’America che c’è, mentre la Nba mi fa pensare solo all’America che voglio: alla fine di tutto, da un lato c’è un ring che tiene la gente fuori, un riflettore limitato puntato su due personaggi destinati a incarnare le nostre speranze e a ottenere il premio in palio senza condividerlo, mentre nel basket c’è un palco senza recinzioni, letteralmente senza muri.

Il primo è una buffonata, il secondo uno sport. Il primo non merita il mio rispetto, il secondo ha tutta la mia ammirazione. Eppure quale dei due mi indicherà davvero una via di uscita da un sistema che non funziona?

Per la sua complicità di riassumere la politica internazionale in un intreccio banale, il wrestling ha un rapporto di aderenza con la realtà che è difficile da ignorare. Trascorrere le giornate a sentire Kid Rock e a guardare un wrestler che minaccia di torturare l’avversario perché straniero, deforme o diverso non corrisponde alla mia idea di progresso sociale, ma forse se riesco a studiarne i movimenti, a capirne le regole così come non ho mai fatto con il baseball, se mi concentro abbastanza sulle facce delle persone che si posizionano accanto al ring e sono le stesse facce rapite ed esaltate di chi sta a bordo campo in un altro tipo di partita, una partita normale, troverò la conferma a un sospetto: forse prima di partecipare al gioco di squadra e alla democrazia, devo capire come disinnescare la lotta.

 

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