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Il corpo di Zapata

Come l'attaccante colombiano è diventato fondamentale per la Samp di Giampaolo, grazie all'utilizzo della propria fisicità.

Di Oscar Cini

È il primo dicembre del 2014, il campionato viaggia verso il giro di boa e il Doria sta vincendo in casa una gara spigolosa contro il Napoli. A tempo quasi scaduto, Duván Zapata realizza di testa dopo un bel cross dalla sinistra di Ghoulam. Dopo il gol l’attaccante porta il dito indice verso il naso, come a zittire un’entità invisibile. In realtà, sta chiedendo alla curva avversaria di tacere. È un episodio che pochi tra i tifosi doriani ricorderanno, ma ci aiuta però a comprendere quanto rapidamente le cose si modifichino e possano cambiare. Nel giro di un paio d’anni, Zapata è diventato l’idolo della Gradinata Sud: «Fin dal primo giorno si è creato un feeling naturale con la Sampdoria e i suoi tifosi. Forse per il mio modo di giocare. Lo sento il coro dello stadio nei miei confronti e mi riempie di gioia. So di essere l’acquisto più costoso della società blucerchiata e l’obiettivo è ricambiare la fiducia». Il suo modo di giocare, dice lui, qualcosa di strettamente legato alla sua corporeità.

Altro flashback: quando Zapata tira calci tra le strade di Cali lo chiamano ternero, l’agnello, per il suo muoversi nel silenzio senza utilizzare mai una parola più del dovuto. Fa sorridere la scelta di un nomignolo così mite, in particolare perché associato a un calciatore che fa della sua fisicità, e dello strapotere che ha sugli avversari uno dei punti di forza del suo gioco. Non è soltanto una questione di stazza. Anche se, rispetto ai tempi dell’Estudiantes, il suo fisico sembra in continua lievitazione. Duván ha attorno un’aura indistruttibile, una corazza che lo tiene al sicuro negli scontri, senza per questo limitarne le movenze. Il colombiano è cercato in continuazione dai compagni, tanto che il dato che lo vuole come il giocatore a cui viene sottratto più volte il pallone, 2,6 volte di media a partita (come per Simone Verdi) va letto in un contesto in cui la squadra è costantemente portata a poggiarsi sulle sue spalle. Spesso, infatti, è tale la mole di palloni da difendere che quel dato diventa secondario rispetto all’efficacia e all’incidenza del resto delle sue prestazioni. Contro la Juve, lo si è visto lottare da subito con i giocatori bianconeri, spesso raddoppiato. Poco dopo il quarto d’ora, ha mantenuto un possesso rimbalzando come una molla tra Pjanic e Cuadrado dopo uno stop non precisissimo.

Una pallina tra le barre del flipper. Alla fine la palla resta alla Samp

Zapata è bravo a sfruttare il proprio fisico, che non sempre è un punto a suo favore. Spesso, infatti, al doriano vengono fischiati falli che ad altri non verrebbero segnalati mai. Lui stesso ha dichiarato che «qualche difensore si “attacca” alla mia maglietta, ma so resistere. Per il resto cerco di sfruttare il mio fisico, senza esasperarlo. Con naturalezza. A volte però il mio fisico mi penalizza, mi vengono fischiati falli che non commetto e non me ne vengono fischiati altri che subisco. C’è stato un periodo a Udine che mi ammonivano sempre». È un passaggio che evidenzia la struggle con cui l’attaccante è arrivato a vivere il rapporto con la propria stazza, un’arma potenzialmente positiva che gli si rivolta contro. È così che ha aggiunto furbizia al proprio bagaglio. Nella stessa gara contro la Juventus, quando Lichtsteiner gli si attacca addosso come una ventosa, Zapata crolla prendendo un fallo che permette alla sua squadra di risalire il campo. In realtà, leggendo il dato dei falli commessi, non arriva a 1 di media a partita (0.9 nemmeno tra i primi attaccanti).

Prima di entrare in campo ha ammesso di studiare da vicino chi potrebbe marcarlo, in modo da crearsi un un profilo mentale dell’avversario. «Quanto è alto, quanto è pesante (chi mi marcherà). Ma senza restarne condizionato». Prima della partita di domenica avrà analizzato Giorgio Chiellini, scendendo in campo con la consapevolezza che avrebbe trovato di fronte un altro a cui lo scontro fisico piace. Uno che è pronto ad aprirsi la testa pur di vincere un duello aereo. È così che, tra anticipi per l’uno e per l’altro, abbiamo assistito a duelli in aria conclusi con cadute fragorose, che non finivano nel momento del contatto ma con alcuni secondi di delay. Sono state quasi delle danze, al cui termine soltanto uno poteva restare in piedi. Anche Rugani ha dovuto vedersela con il colombiano, che tra le capacità sviluppate di recente, annovera anche quella di saper andare allo scontro più volte nel giro di pochi istanti. Zapata difende il pallone come se ne andasse della propria stessa vita.

Quante volte, nella stessa azione, può difendere un pallone Zapata?

Ma una delle caratteristiche più eccitanti del numero nove della Samp è la facilità con cui riesce a scappare in progressione, palla al piede, anche dopo quasi 75′ di gara. Una volta innestata la marcia più alta la corsa di Zapata diventa impossibile da fermare, a meno che la fase difensiva avversaria non sia dotata di dissuasori in grado di mandarlo fuori strada. A farne le spese sono gli avversari fisicamente meno dotati come Pjanic, che durante l’ultima di campionato ha provato ad aggrapparsi all’avversario in fuga chiudendo con una caduta un po’ goffa. A dispetto della stazza, un’altra delle cose che gli si vede fare con facilità è difendere il pallone con il corpo, accompagnando i movimenti con il tocco delicato della suola. Durante il derby vinto dalla Samp poche settimane fa, è uscito da una situazione difficile contro tre uomini del Genoa, sfiorando il pallone dopo averlo difeso strenuamente con ogni muscolo del corpo. È un giochino che gli riesce in maniera semplice anche a pochi secondi di distanza. Non sembrerebbe possibile ma, anche nei dribbling, Zapata è tutt’altro che deficitario. Al momento ne mette insieme 1,5 di media a partita, un dato che lo accomuna a un attaccante come Higuaín e lo pone immediatamente dietro a centrocampisti tecnici come Praet, Chiesa, Barella e Omeonga.

Muoversi con leggiadria in una selva di avversari

Un’altra grande capacità dell’attaccante colombiano è il sentire l’avversario. Probabilmente rientra nel suo studio preventivo dei difensori che affronterà. Negli uno contro uno, in particolare se parte spalle alla porta, Zapata è bravo a controllare la distanza dal difensore usando le braccia, senza voler per forza eccedere in individualismi superflui. Nel derby contro il Genoa lo hanno preso in consegna, a turno, sia Izzo che Rossettini e Zukanovic. Duván ha sempre gestito con intelligenza i duelli, spesso appoggiandosi sui compagni per dare il via ad azioni che hanno poi portato ad azioni pericolose del Doria. La rabbia che sembra sprigionare quando punta il pallone ricorda più un toro che ha appena visto un drappo rosso che un agnello. Sulla rete del 2 a 0 di Quagliarella, non si lascia abbattere da un duello aereo perso, segue l’azione e aggredisce lo spazio per arrivare prima di Perin; poi serve la palla al compagno solo davanti alla porta.

Sulle palle vaganti arriva sempre o quasi per primo, e quando non riesce a tenere testa all’avversario in velocità, gli basta colpire l’avversario con la spalla per mandarlo fuori giri e conquistare il pallone. Lo caratterizza un senso del sacrificio non comune, è questo il legame che lo stringe così fortemente ai tifosi della Samp. In gradinata hanno immediatamente riconosciuto Zapata come uno di quei giocatori che esce dal campo stremato anche quando non è nella giornata migliore. Da ternero si sta trasformando in un ovino più corpulento, con la testa bassa e lo sguardo verso il Mondiale di Russia 2018. Se continua così anche Pekerman non potrà fare a meno della sua fisicità.

Un’occhiata rapida al difensore e poi la spallata che lo manda verso altri lidi