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Il camaleonte Allegri

Cambiare in base ai giocatori, alle circostanze, agli avversari: la straordinaria capacità di lettura delle situazioni del tecnico juventino.

Di Simone Torricini

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 19 novembre, a margine della sconfitta della Juventus sul campo della Sampdoria, Mario Sconcerti portava una critica alla linea gestionale adottata da Allegri in questi primi mesi di stagione. Era un commento di disappunto, velato e netto allo stesso tempo, nei confronti delle numerose rotazioni dell’undici tipo, delle rinunce ambigue e reiterate ai giocatori più talentuosi. Il messaggio di fondo, in sostanza, era il seguente: le difficoltà della Juventus originano per buona parte da incertezze veicolate dalle scelte stesse dell’allenatore. Dodici giorni più tardi, in occasione dello scontro diretto contro il Napoli, Allegri ha mandato in campo i suoi cambiando radicalmente modulo, organizzazione di gioco e singoli (conservando appena 5/11 della formazione che aveva sconfitto il Crotone allo Stadium cinque giorni prima). Il risultato? Ha vinto ai punti e ha vinto concettualmente la sfida con Sarri, impostando un piano-gara inaspettato e cogliendo di sorpresa il Napoli. Una risposta indiretta che con il senno di poi dice molto, e dimostra soprattutto che chi ha in mano questa Juventus la conosce, sa gestirla e trascinarla. A Napoli, come all’indomani della sconfitta di Sassuolo di due anni fa, Allegri ha dato prova della sua interpretazione totale del ruolo e delle straordinarie capacità di lettura che vi sono connesse. E di come, sotto sotto, sia proprio lui la vera arma in più della Juventus.

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Il recupero di Cruijff

Ad ottobre 2015, in collaborazione con il suo staff e affiancato da un team di tecnici, Allegri ha concretizzato un progetto di condivisione professionale per allenatori lanciando un’applicazione che porta il suo nome: Mr Allegri Tactics. È di fatto una piattaforma online il cui obiettivo è quello di rendere partecipi colleghi ed aspiranti tali a sperimentazioni su tecniche di allenamento e metodi di gestione del gruppo a trecentosessanta gradi; un’idea per certi versi futuristica che lo stesso Allegri ha voluto per primo, associandovi peraltro un blog che ha aggiornato tre volte quando il progetto era in rampa di lancio. La frase con cui ha aperto l’ultimo dei tre contributi, datato novembre 2015, è emblematica del suo stile professionale: «Il calcio è un gioco semplice», scrive. E aggiunge: «Lo credo fortemente e lo credo così tanto che sono convinto che la semplicità sia la cosa più difficile da mettere in pratica». Un concetto che dovrebbe rimandare anche chi non gode di buona memoria alla celebre massima cruyffiana, secondo cui «giocare a calcio è semplice» ma «giocare un calcio semplice è la cosa più difficile». C’è una netta volontà di ripercorrere questa tradizione da parte di Allegri, ed è una volontà che si traduce in fatti nel gioco della sua squadra. La semplicità predicata si incastona in un modello identitario, quello bianconero, che è fondato sul pragmatismo sfrenato, e contribuisce ad alimentarlo rifiutando la teoria dei princìpi stringenti. Allegri è un conservatore particolare, ambiguo: da un lato propone una interpretazione della professionalità dell’allenatore che è originale, per non dire rivoluzionaria, dall’altro rifiuta l’idea di ipotetiche tendenze innovative sul piano del gioco («la mia convinzione è che nessuno si inventi nulla ormai»). Ed è in questo contrasto che si inserisce la biforcazione della sua strada rispetto a quella di Cruyff; in senso schematico sceglie in sostanza di percorrerne un tratto, per poi abbandonarla a metà.

La rapida ripartenza con cui la Juve ha vinto la gara del San Paolo

Approfondire l’idea di semplicità per Allegri è utile per comprendere le sue priorità nella gestione dei singoli. Il calcio «semplice» che propone è nello specifico «privo di sofisticazioni», e si fonda su due princìpi: la tecnica di base e la pazienza. Andando per esclusione è evidente come le sofisticazioni di cui parla appartengano alla sfera della tattica, dei movimenti. In meno parole, si dissocia dalla filosofia sistematica di Sarri, di Giampaolo, di Gasperini, per concentrarsi primariamente su altri aspetti. A questo proposito è straordinariamente calzante un’espressione utilizzata da Fabio Barcellona all’interno di questo pezzo pubblicato su l’Ultimo Uomo, in cui, in riferimento alla Juventus, parla de: «[…] La sua camaleontica capacità di interpretare al meglio le tendenze dei singoli avversari». È un tema complesso, sul quale è opportuno fare alcune precisazioni. Allegri non piega la sua squadra al gioco avversario a priori, non sceglie di subire passivamente gli avversari come modalità standard di approccio. Certo, può capitare che talvolta sia necessario adottare uno stile di gioco più conservativo, ma è difficile che la sua Juventus accetti di limitarsi offensivamente a meno che non sia nelle condizioni di dover difendere un vantaggio.

Questo per mettere in chiaro che saper interpretare delle tendenze avversarie non equivale affatto a scegliere la via della sottomissione, quanto piuttosto al non farsi trovare impreparati attraverso accorgimenti di vario genere prima di affrontarli. È la grande qualità di Allegri sul piano di una valutazione strettamente tecnica del suo essere allenatore: sa cambiare (di settimana in settimana così come nell’arco della gara), non ha paura di farlo e nella maggior parte dei casi riesce a cogliere il momento più adatto. La semplicità rappresenta un dispositivo fondamentale per trarre i frutti da questa sua qualità, perché per poter cambiare con successo ha bisogno di giocatori pronti, abituati a fare più cose sul campo. E non è un caso che l’Allegri-pensiero attribuisca grande rilevanza, sia per l’allenatore che per i giocatori, alla «capacità di passare da una funzione all’altra scegliendo il ruolo più adatto a seconda della situazione». Un attributo più o meno traducibile nella capacità di creare alternative, e che nella sua filosofia vale a tal punto da essere considerato il patrimonio professionale più prezioso per ogni allenatore. Se a Napoli la Juventus ha demolito le certezze della squadra di Sarri sfoderando quel tipo di prestazione molto lo deve all’eclettismo del suo allenatore, che come pochi altri sa coordinare in sé (e trasmettere) umiltà e convinzioni.

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L’allenatore, il gruppo

Elemento centrale nella gestione manageriale di Allegri è la visione olistica del rapporto tra il suo profilo e la squadra: deve esserci coesione e rispetto dei ruoli, ma soprattutto una vera e propria volontà comune rousseauiana a guidare il tutto. «L’allenatore – scrive lui stesso – deve quindi rappresentare un modello, cercando di far sorgere nei ragazzi atteggiamenti spontanei di emulazione». Inoltre «in quanto leader deve disimpegnare il gruppo dal peso delle responsabilità, allo scopo di creare un ambiente sereno». È con questi due periodi che Allegri disegna i tratti somatici dell’allenatore-educatore, ed è dall’applicazione delle linee guida tracciate da questi due periodi che ha guadagnato la fiducia e il rispetto della sua squadra. L’impressione è che gli ultimi anni, trascorsi ad un livello medio di pressione molto alto, gli abbiano persino giovato in questo senso; ha acquisito maggiore consapevolezza, reagendo positivamente alla parentesi più grigia della sua carriera (l’esonero dal Milan, che lui stesso ha definito con amarezza «il più grande fallimento professionale»), e oggi è un leader a tutti gli effetti anche grazie alle contingenze della sua storia.

Il suo modo di approcciarsi ai giocatori è vario e dipende chiaramente dal caso specifico, ma si riconosce in ciascuno dei suoi gesti, delle sue espressioni, un certo paternalismo. Allegri fonda il suo gioco sulla tecnica e sulla pazienza, lo abbiamo visto, ma è inevitabile che per la sua Juventus come per tutte le squadre l’armonia del gruppo sia indispensabile. E infatti tra le sue prerogative c’è un’attenta osservazione delle dinamiche interne della squadra; un metodo di analisi personale che va oltre il singolo in sé, e lo pone in relazione all’insieme. A questo segue naturalmente l’integrazione di chi è «meno centrale», in pratica di chi deve adattarsi, di chi è arrivato da poco. Sono concetti estremamente concreti per quanto apparentemente volatili, e osservarli non è banale: creare le condizioni emotive ideali per un giocatore è fondamentale per ottenere risposte efficaci in termini di compiti sul campo. Ed è innegabile che più un allenatore riesce a mantenere unita la squadra, più la squadra saprà mettersi a disposizione e seguire le sue direttive nei momenti di difficoltà. Avere in pugno il gruppo fuori dal campo significa avere in pugno la squadra dentro al campo, e avere in pugno una squadra con qualità dentro al campo significa, nella maggior parte dei casi, avere in pugno gli avversari. Allegri trova contromisure e risposte a situazioni estreme perché il gruppo lo segue e collabora, ma allo stesso modo il gruppo lo segue e collabora perché sa che Allegri è in grado di trovare soluzioni efficaci. Predica e mette in pratica in prima persona i cosiddetti «comportamenti visivi», la gestualità, che deve coniugare in sé le giuste dosi di spontaneità e riflessività. Se volessimo riassumere in tre parole tre fonti della capacità gestionale di Allegri dovremmo parlare di gerarchismo, sensibilità e competenza.

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Il triangolo equilatero

«Il mio metodo si fonda sulla solidità di un triangolo equilatero, la figura geometrica più stabile che esista», ha scritto Allegri sullo stesso blog di cui sopra. Sarebbe superfluo sottolineare la centralità del concetto di stabilità nella sua filosofia professionale, mentre non lo è affatto prendere in analisi le tre frazioni (o i tre lati, che dir si voglia) dello stesso triangolo. La prima, che in questa rappresentazione grafica costituisce la base, è la tecnica di base: per Allegri la ripetizione di schemi e movimenti ha un’importanza ridotta rispetto al lavoro sui fondamentali, ed è evidente come questo aspetto sia in piena tendenza con il suo anti-dogmatismo. Per far sì che i suoi giocatori possano risultare efficaci nell’applicazione di una gamma mediamente ampia di posizioni e compiti è necessario che possiedano qualità tecniche di base il più possibile sviluppate.

La seconda porzione di triangolo è rappresentata dall’abilità di pensiero, anch’essa fondamentale nell’ottica di cambiare frequentemente sistema di gioco e/o posizione. Giocatori come Dybala e Barzagli, come Douglas Costa e Howedes, sono pedine fondamentali nella rosa di Allegri perché garantiscono duttilità senza variare il loro indice di rendimento. Il terzo lato si riferisce invece all’occupazione degli spazi, che nel gioco di Allegri risulta particolarmente importante quando abbinato al principio della pazienza. Per una squadra che tende a tenere in mano il controllo del gioco, infatti, avere consapevolezza degli spazi è fondamentale per non rischiare di cadere nelle trappole di densità avversarie. È naturale che ciascuno di questi tre lati non abbia significato se slegato dagli altri due, ed è per questo motivo che Allegri li pone in linea teorica sullo stesso piano. Comunque, teoria a parte, il livello di controllo che è riuscito a raggiungere nei fatti premia in toto le premesse con cui si pone al mestiere: funzionano loro, funzionano lui e la sua Juventus.

 

Immagini Getty Images