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Il custode del Var

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Intervista con Roberto Rosetti, responsabile italiano del Video Assistant Referee, su come la tecnologia sta cambiando e cambierà il calcio.


Su un campo da calcio si possono vivere due diversi tipi di solitudine. Quella del portiere nasce da una distanza fisica, da un confino in una porzione circoscritta del rettangolo verde. Di primo acchito, sembra una solitudine: il portiere parla da solo, deve mantenersi reattivo perché il pericolo ha la forma di un contropiede o di un tiro improvviso. Eppure esiste un altro tipo di solitudine calcistica: quella dell’arbitro. È solo, con milioni di occhi puntati addosso, pronti a evidenziare il minimo errore. Da fine agosto, questa solitudine è lenita da una tecnologia riassunta in un acronimo di tre lettere, Var, realizzazione concreta di quella vagheggiata moviola in campo, uno dei tormentoni calcistici degli anni ’90. È proprio il Var uno dei motivi per cui incontriamo Roberto Rosetti, responsabile italiano del progetto Video Assistant Referee.

Ⓤ In Kill the referee (il documentario del 2009 diretto da Yves Hinant, Delphine Lehericey e Eric Cardot, nda), Massimo Busacca sta arbitrando Svezia-Grecia e a un certo punto dice a un calciatore: «Non sono dio, anche noi facciamo errori». Tra le 23 persone in campo, l’arbitro è quello da cui si pretende l’infallibilità nel giudizio, ma allo stesso tempo è anche colui che più di tutti incarna i limiti dell’essere umano, ancora di più di un attaccante che sbaglia sotto porta. Come si fa a fare i conti ogni settimana con questo elastico tra la tensione verso perfezione e la coscienza di essere fallibile?

Ho scelto di fare l’arbitro per la passione che avevo e che ho per il calcio che poi si è trasformato nella passione per l’arbitraggio. Questo deve essere l’elemento essenziale per il raggiungimento di traguardi importanti. E poi la preparazione e il lavoro duro quotidiano. Prepararsi al meglio per la gara, fisicamente, tecnicamente e mentalmente. Una positiva e ossessiva ricerca della perfezione e una continua e corretta autoanalisi su quello che si è fatto. E poi trovami uno che non sbaglia mai…

Ⓤ Nella dinamica tra la richiesta di infallibilità e l’inevitabilità dell’errore, dove si posiziona il Var? 

Nel calcio moderno chiunque riesce a rivedere immediatamente una situazione tecnica sullo schermo dello smartphone, del computer, della televisione. L’unica persona che non può rivedere quello che è accaduto in campo è anche l’unica persona che deve prendere la decisione finale in una frazione di secondo: a lui è concesso di “rivedere”, e questo è assolutamente paradossale e anacronistico. Il Var ci permette di tornare indietro nel tempo.

Basta davvero poco per interpretare male una situazione: una prospettiva sbagliata, un giocatore che si interpone tra arbitro e azione. Quello che è sfuggito all’arbitro, un errore cruciale, può danneggiare squadre, federazioni, e soprattutto lui stesso. Con il Var il margine di errore e tutto ciò che ne consegue è ridotto, diminuito.

 

 

Ⓤ Nella tensione verso il raggiungimento dell’obiettività del giudizio il Var potrebbe anche essere percepito dall’arbitro come un fardello? Adesso gli è concesso ancor meno margine di errore perché, almeno teoricamente, avrebbe tutti gli strumenti per non sbagliare più.

Nella costante ricerca di una valutazione arbitrale sempre più oggettiva e uniforme, l’obiettivo del progetto è di eliminare degli errori chiari e evidenti. La possibilità di fare un rewind su eventi dubbi e mettere chiarezza equivale a tornare indietro nel tempo permettendo di mutare gli eventi, ridando loro la giusta rotta. Maggiore attenzione in direzione di una maggiore valutazione arbitrale in senso oggettivo. Chiaramente ne consegue una maggiore responsabilità.

Il comportamento dei giocatori è migliorato moltissimo. Sono quasi spariti i capannelli di giocatori e le proteste eccessiveⓊ Come sono andati i primi mesi di Var?

Sono molto soddisfatto. Abbiamo avviato un processo che sicuramente richiede del tempo. In questo processo la Figc e la Lega Serie A hanno dimostrato lungimiranza, “vision” e un grande coraggio. Una sfida importante ma anche un cambiamento epocale. L’obiettivo però è chiaro: un calcio più giusto. La percezione da parte dei giocatori e dei tifosi è positiva. Prima si discuteva di palloni entrati in porta di un metro, ora di qualche centimetro di fuorigioco.

Ⓤ Nella storia umana il progresso tecnologico è sinonimo di miglioramento delle condizioni di vita e lavoro. Anche il Var va in questa direzione?

Sì, ci sono dei dati che vanno a supportare questa introduzione tecnologica. Innanzitutto il comportamento dei giocatori è migliorato moltissimo. Sono quasi spariti i capannelli di giocatori e le proteste eccessive: il livello delle sanzioni disciplinari è stato abbattuto, il numero delle ammonizioni si è abbassato del 20%, quello delle espulsioni del 25%. C’è un’altra conseguenza importante: gli arbitri sono più sereni perché un amico/collega può dargli un aiuto, sono meno soli.

Ⓤ Il Var comporta anche un miglioramento psicologico.

Sì, l’approccio mentale alla partita è diverso. E non dimentichiamoci che il calcio è un’industria dove sono in ballo milioni e milioni di euro: un gol fantasma e un fuorigioco dubbio possono determinare la qualificazione alla Champions League o a un Mondiale. Anche per queste ragioni, se è possibile evitare un errore umano, è giusto farlo.

Ⓤ Com’è nata per Roberto Rosetti la passione per il mestiere dell’arbitro?

Giocavo a calcio, ero un grandissimo appassionato. Mio padre mi portava a vedere la partita da quando avevo 5 anni. Poi, quasi per caso, un suo collega mi chiese di provare a fare il corso arbitri: avevo 16 anni e per me significava andare a vedere la partita senza pagare e avere un rimborso spese che mi serviva per divertirmi. L’inizio è stato abbastanza casuale, in effetti. Col passare del tempo e con le prime promozioni, arbitrare si è trasformato in una passione importante, fino a diventare il mio lavoro.

Ⓤ Se potessi tornare indietro, c’è un episodio della tua carriera in cui avresti voluto usare il Var?

Certamente: Argentina-Messico del Mondiale del 2010. Tévez segnò un gol in fuorigioco. Senza quell’episodio sicuramente saremmo andati oltre. Nulla accade per caso.

 

Fotografie di Claudia Ferri