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Giallorossi a Manhattan

Com'è e come funziona il Roma Club New York.

Di Luca Michele Piscitelli

«È stato incredibile, incredibile, incredibile», Claudio Tamborra, uno dei vicepresidenti del Roma Club di New York, lo ripete tre volte, tre come i gol della Roma nella partita contro il Barcellona, la sfida dell’Olimpico che ha portato i giallorossi alla semifinale della Champions League. «Ancora non ci credo». Negli Stati Uniti sono le sei e trenta del mattino, ma a New York lui è già in piedi: «Ciao brother, pensa che io sono andato a dormire all’una e mezza… e mi sono svegliato alle cinque. Perché non riuscivo a dormire onestamente». Lui ha 32 anni e all’epoca della finale con il Liverpool del 1984 non era ancora nato quindi per tutta la sua generazione – e per quelle che sono venute dopo, aggrappate allo scudetto del 2001– questo è più di un evento storico, è un evento unico: «questa emozione qua non l’avevo mai provata». «Per noi del Roma Club New York è stata un’impresa globale. C’è chi è riuscito ad andare al bar a vederla, chi a lavoro, chi da casa e qualcuno era anche allo stadio con il nostro striscione», racconta Claudio con la voce ancora rotta da un sonno quanto mai agitato dalla paura che la gara di ieri fosse tutto un sogno, «l’appuntamento per festeggiare insieme è domenica… ora vediamo cosa organizzare. C’è anche il derby».

Claudio vive negli Stati Uniti da anni ormai, ma la passione per la Roma se la è portata sempre dietro da quando ha lasciato l’Italia. Poi c’è la città. New York è un brand, forse uno dei più efficaci nel mondo, anche per il fan club di una squadra di calcio italiana. Il Roma Club New York ha una propria linea di merchandising: magliette, felpe, cappellini, sciarpe, sticker. Tutto rigorosamente giallorosso, tutto rigorosamente legato alla città di Jay Z e Woody Allen. Però Luca Martano, un altro dei vicepresidenti del Club, ci tiene a sottolineare il carattere delle attività: «No-profit non ufficiale. Abbiamo un comitato composto da 7 persone. Mettiamo una quota annuale e con questa quota ci compriamo il nostro merchandising. Gli incassi poi li reinvestiamo nel club. Ci muoviamo anche con iniziative benefiche. Se abbiamo soldi in più insomma non ce li teniamo per noi, o li diamo in beneficienza o li reinvestiamo nel club».

Per arrivare al Club si percorre la 7th avenue e ci si lascia l’Empire State Building alle spalle. Si aspetta che scatti il timer del semaforo bianco all’altezza della 27th per attraversare la strada. Un taxi giallo attende il suo turno per svoltare. Arrivati sulla 26th si gira a sinistra lanciando uno sguardo alla Freedom Tower in lontananza: anche se ormai ci si è abituati alla verticalità di New York, se si è cresciuto a Cinecittà immaginando altissima la cupola di Don Bosco, quel quadro sembra sempre qualcosa da dover digerire. Pochi passi e ci si ritrova di fronte al Grey Bar di Midtown e a tre grandi bandiere giallorosse, si sente in sottofondo “Roma Roma Roma” di Antonello Venditti.

L’accogliente locale 100% made in Usa, da quest’anno è anche la casa del Roma Club di New York. Qui i tifosi romanisti di New York sanno di poter vedere tutte le gara della magica su un maxi schermo bardato di un grande striscione del Club. Siamo a quasi 7mila km dal Colosseo ma i ragazzi del Club non sembrano accorgersene quando dai tavoli del locale intonano i cori storici della Curva Sud. «Chi ce lo fa fare di intonare cori davanti un televisore quando sai benissimo che non ti ascoltano?», si chiede Claudio Tamborra, uno dei vicepresidenti del Club, ma trova subito la risposta: «sicuramente non vuol dire essere kitch o una macchietta, in quel momento esprimiamo il nostro amore per la squadra e viviamo intensamente il tifo per quei novanta minuti». Una funzione quasi terapeutica per quelli che la vita ha portato lontano dalla propria squadra del cuore: «Noi del Club abbiamo tutti un lavoro e una famiglia qui. È importante perché uno ha un posto dove poter sfogare lo stress della settimana», racconta con entusiasmo Claudio, «io per esempio per lavoro viaggio tantissimo, sto fuori l’80% del tempo. È scontato che non posso andare all’Olimpico il week end e qui al Club non sarà mai come andare allo stadio però si sta bene e si ritrova quel clima che si cerca allo stadio: stare con altri romanisti per seguire la Roma».

Claudio spiega che infatti non si tratta solo di guardare la partita ma anche di creare un’esperienza, un modo per sentirsi e far sentire a casa: «Poi è normale ti manca casa, ti mancano gli amici o la tua famiglia in Italia ma avere un posto come il Club secondo me aiuta tantissimo perché passiamo due ore belle insieme. Per questo cerchiamo di far sentire a casa anche chi ci viene a trovare perché fa sentire a casa anche noi». “Casa” è la parola chiave su cui ruota ogni discorso di Claudio, che spiega come uno degli obiettivi del club per i dieci anni di vita che festeggerà a maggio sia quella di creare un piccolo museo della Roma al Grey Bar. La “casa” della Roma a New York appunto: «Abbiamo notato che molte persone ci scrivono per venirci a trovare durante la settimana quando non c’è la partita e naturalmente non trovano nessuno di noi. Per questo vogliamo creare questo spazio permanente in cui tenere le nostre “reliquie”». Per il decennale del club infatti sono già arrivati gli auguri di Francesco Totti e Juan Jesus che hanno inviato anche le loro maglie autografate: «Oltre alla maglia del Capitano e di Jesus abbiamo quella che hanno firmato tutti i calciatori quando sono venuti per il tour negli Stati Uniti. Quindi anche se trovano noi magari qualcuno può entrare nel locale e farsi una foto».

Per il match con la Juventus del 23 dicembre il Grey Bar è stato letteralmente invaso di tifosi romanisti: molte famiglie romaniste che si sono ritrovate in occasione del periodo natalizio sono state accolte dai ragazzi del Club che hanno regalato a tutti i presenti un cappellino rosso di Babbo Natale, un piccolo poster di Nainggolan e alcuni sticker. Durante l’intervallo, oltre alle foto che il Club ha condiviso sui suoi attivissimi canali social, per il locale sono state fatte girare alcune teglie di pizza bianca per ingannare l’attesa del secondo tempo e stemperare un po’ la tensione di una partita sempre molto sentita, anche oltreoceano. «Peccato per il risultato», ripensa Claudio, «ma quello è un ottimo esempio di quello che vorremmo fosse sempre il Club». Luca Martano parla anche della funzione comunitaria del Club e del calcio in generale per gli italiani della Grande Mela: «Dal punto di vista personale c’è un rapporto bellissimo con gli altri club ed ho fatto amicizia con tanti tifosi di altre squadre italiane anche attraverso le attività del Club. In Italia tra di noi ci odiamo da quartiere a quartiere mentre qui sostanzialmente siamo tutti italiani e basta».

Il fatto di trovarsi al “centro del mondo” ha reso il Roma Club di New York un punto di riferimento per i club giallorossi sparsi per il mondo. «Abbiamo buonissimi rapporti con i Roma Club di tutti gli Stati Uniti: da Philadelphia, dove il primo presidente del Roma Club New York si è trasferito ed ha fondato anche lì un Club ai ragazzi del Roma Club Washington con cui ci siamo incontrati quest’estate quando la Roma è stata a Boston. C’è un club anche in Texas, ad Austin. Naturalmente è un po’ più difficile per loro, ma conosciamo benissimo Alessio che è un grandissimo tifoso: l’anno scorso ha girato tutti gli Stati Uniti in auto per seguire il tour della Roma», racconta Luca con un certo orgoglio, come se fossero piccole conquiste territoriali della squadra giallorossa, «so che da poco è nato il Roma Club Miami però non è ancora molto attivo. Ma abbiamo conosciuto anche molti altri in giro per il mondo. Per esempio il Roma Club di Düsseldorf è venuto a trovarci un sacco di volte, ma ad ogni partita c’è sempre qualche rappresentante di qualche altro che club. Quest’anno è venuto anche il Roma Club di Genzano. È sempre bello: ci scambiamo sciarpe, ci facciamo foto».

Luca trova modo anche di parlare dell’interesse dell’As Roma per i tutti questi fan club: «Lentamente sta cominciando a crescere la cooperazione con la società. Qualcosa sta cambiando nell’ultimo periodo, sembra che la Roma voglia creare un dipartimento a parte per tutti i fan club. Devo dire però che quest’anno a luglio quando siamo andati a vedere gli allenamenti ci hanno trattato davvero bene. È stata una bella esperienza: abbiamo avuto dei pass particolari e abbiamo fatto una piccola conferenza stampa con Monchi, Gambini e Cafù. Però non abbiamo nessun tipo di rapporto ufficiale. Questa è una cosa che si potrebbe approfondire». Per il bene della Roma nel mondo, of course. Intanto all’Olimpico uno striscione del Roma Club di New York c’è quasi sempre e chi è stato a vedere la partita al Grey Bar un pensiero quando va allo stadio glielo dedica sempre inviandogli un messaggino o una foto. Al termine di ogni partita il proprietario del locale manda a tutto volume “Grazie Roma”. Si commenta il risultato, si discute della prestazione di Alisson, Florenzi, De Rossi e compagni e ci si dà appuntamento per la partita successiva. Poi ci si rituffa nel traffico di New York, nella città che non dorme mai a 7mila chilometri dal Colosseo, dalla cupola di Don Bosco e da Cinecittà verso la 7th avenue dove si può sparire nel mare di gente che attraversa la strada al semaforo sempre affollato.