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Mondiale a una punta

Perché, in Russia, quasi tutte le squadre prediligono un solo centravanti, definendo la progressiva scomparsa di un attacco a due?

Di Alfonso Fasano

Nell’epilogo del libro Inverting the Pyramid, una sorta di cult per tutti gli appassionati di tattica calcistica, Jonathan Wilson scrive: «L’allontanamento dal concetto di “attaccante puro” ha portato ad una condizione per cui il 4-6-0, a poco a poco, diventerà uno schema standard. La sua affermazione progressiva fa riferimento alla sparizione del centravanti vecchia maniera – soppiantato da un calciatore più versatile -, al passaggio verso l’universalità e alla transizione verso i moduli di gioco a una punta. Di certo è una tendenza sempre più crescente, dovuta anche al miglioramento dei sistemi di allenamento e di alimentazione: oggi i giocatori tecnici di una volta stanno diventando fisicamente più forti. Se tutti i calciatori sono più preparati dal punto di vista atletico, se sono più prestanti e potenti, allora diminuisce la richiesta di elementi che possono dare poco oltre alla propria stazza».

Jonathan Wilson ha scritto queste parole intorno all’anno 2008. Subito dopo inizierà la revolución guardiolista, un breaking-event prodromico all’istituzionalizzazione del concetto di falso nueve, che costruirà una retorica d’opposizione alla figura e alle attribuzioni dell’attaccante classico («Il mio centravanti è lo spazio», disse un giorno Pep), che alimenterà – col suo primato estetico e di risultati – l’hype di uno sviluppo tattico fondato sul gioco proattivo, eppure basato su moduli con una sola punta o addirittura privi di riferimenti offensivi. Dieci anni dopo, le conseguenze sono evidenti. Già nel dicembre 2015, Craig Bellamy e Jamie Carragher spiegavano come la Premier League, un campionato storicamente poco reattivo dal punto di vista tattico, si fosse adattata a questa trasformazione: «In occasione della prima giornata della stagione 2001/2002, diciannove allenatori su venti utilizzavano un modulo con due punte, il solo Alex Ferguson preferì schierare Van Nistelrooy in avanti come unico terminale offensivo. Oggi questo rapporto è cambiato, solo tre manager giocano con un attacco a due». I Mondiali in Russia sono la certificazione definitiva rispetto a questo trend: nelle partite iniziali dei gironi, due squadre su trentadue sono scese in campo optando per un sistema con due punte “pure”. Si tratta di Uruguay e Polonia, con i tandem Cavani-Suárez e Lewandowski-Milik.

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L’atlante tattico della Coppa del Mondo in Russia descrive perfettamente l’evoluzione del reparto offensivo dal punto di vista della sottrazione numerica. Uruguay e Polonia sono due casi estremi, i migliori calciatori a disposizione di Tabárez e Nawałka sono i quattro attaccanti, quindi la loro scelta è un adattamento alle qualità degli uomini in rosa piuttosto che il sintomo di una reale tendenza – e per quanto riguarda la Biało-czerwoni di Milik e Lewandowski, non è neanche andata benissimo. Però resistono i modelli ibridi, come quello del Portogallo, dell’Inghilterra, del Senegal nella prima partita, proprio contro la Polonia. Si tratta di tre Nazionali che hanno utilizzato un sistema con due attaccanti, però con caratteristiche e tipizzazioni diverse rispetto al passato: ad un uomo di riferimento, centravanti moderno e/o centro di gravità fisico ed emotivo della squadra (Cristiano Ronaldo, Kane, Mame Diouf), è stata affiancata una seconda punta atipica, solitamente un esterno offensivo adattato, in grado di allargarsi sulle due fasce per generare superiorità numerica in alcuni segmenti della partita, come di supportare da vicino il compagno di reparto (Gonçalo Guedes, Sterling, M’Baye Niang).

I sistemi spuri costruiti da Southgate, Fernando Santos e Aliou Cissé sono similari a quelli dei tecnici di club che scelgono di schierare due punte. È la definizione della coppia offensiva contemporanea, che si differenzia dal passato per la composizione tecnica ma anche per l’interazione, i due attaccanti non si dividono lo spazio sull’asse orizzontale piuttosto agiscono e reagiscono in verticale, praticamente su due livelli, in modo da ricreare le connessioni intermedie e l’ampiezza che vengono a mancare per l’assenza di un uomo tra le linee (in caso di 4-4-2) o di laterali d’attacco (nel caso di 3-5-2 o 4-3-1-2). In questo contesto, la seconda punta lavora sfruttando il proprio movimento, da calciatore associativo sugli esterni oppure da hub creativo verticale, che accorcia verso il centrocampo ed esplora gli halfspaces per ricevere palla. L’esempio più calzante da questo punto di vista è l’Atlético Madrid di Simeone, che riproduce questo meccanismo ai massimi livelli con il tandem Griezmann-Diego Costa; in Italia, la Sampdoria 2017/2018 ha potuto variare tra una soluzione affine (con Zapata-Quagliarella) e una più dinamica, con Quagliarella riferimento mobile e Caprari a garantire respiro sulle fasce. È significativo sottolineare come la squadra di Giampaolo rappresenti un’eccezione nel panorama tattico del nostro campionato, tanto che l’ultima big ad utilizzare un modulo a due punte è stata la Juventus, fino a metà della stagione 2016/2017. Nell’ultima stagione di Serie A, le squadre classificatesi dal primo all’ottavo posto hanno utilizzato uno schema con un solo attaccante.

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La questione intercettata da Jonathan Wilson in merito alla trasformazione – fisica e tecnica – degli atleti è fondamentale, anche perché è la base dell’evoluzione del calcio in senso collettivo e sistemico, per cui tutti gli elementi di una squadra partecipano a tutte le fasi di gioco. Nella sua autobiografia, Johan Cruijff descrive così questo passaggio storico, che nella sua carriera da tecnico coincide con l’arrivo al Barcellona, nella seconda metà degli anni Ottanta: «Come prima cosa, insegnai al centravanti che doveva diventare il primo difensore e spiegai al portiere che lui era il primo attaccante. Mi premeva calcolare e individuare distanze in campo, il principio di partenza era che tra le linee dovessero esserci tra i 10 e i 15 metri. Il nostro obiettivo, in fase di possesso palla, era allargare gli spazi; in fase difensiva, al contrario, bisognava restringerli».

Questo tipo di approccio tattico, ormai assorbito a tutti i livelli del calcio internazionale, ha reso fatalmente anacronistico un set di movimenti piatto, codificato, tendenzialmente statico come quello della coppia d’attacco tradizionale. Determinare spaziature brevi è una questione di tempi e posizionamenti, quindi occupare preventivamente l’area di rigore con due uomini diventa una scelta limitante in fase di costruzione. Il gioco moderno è orientato ad uno sviluppo più armonico, tende ad attaccare in situazione dinamica, gli uomini e il pallone vengono mossi per attirare i difensori avversari, e liberare spazi da aggredire. Il presupposto fondamentale è la creazione della superiorità numerica e/o posizionale, una condizione più difficile da costruire se due calciatori si mantengono costantemente in una porzione di campo molto avanzata, lontana dalla zona in cui viene giocato il pallone. Il passaggio dalla teoria alla pratica consiste nell’inevitabile affermazione dei sistemi ad una punta, più funzionali per determinare certe situazioni ed evitare scompensi. In un manuale sui moduli più utilizzati nel football contemporaneo, FourFourTwo ha espresso così questa corrispondenza: «Una disposizione 4-4-2 garantisce grande ampiezza e verticalità, ma costringe i centrocampisti a lavorare in situazione di inferiorità numerica. Il 3-5-2 risolve questo problema, ma può portare a uno squilibrio sulle fasce laterali. Le disposizioni con un solo attaccante – il 4-3-3, il 4-2-3-1 o i derivati della difesa a tre (3-4-3 e 3-4-2-1) – permettono invece il dominio del possesso, garantendo una buona densità in tutte le zone del campo».

Un discorso che fa riferimento solo ai moduli è però limitante, non chiarisce la questione in maniera definitiva. È più corretto identificare la tendenza a ridurre il numero di attaccanti in campo come un adattamento rispetto all’evoluzione tattica del gioco, per cui i principi moderni faticano a rapportarsi con la presenza in campo di due punte tradizionali, che stazionano in avanti, non legano i reparti e sono meno coinvolte nella fase di non possesso. Il concetto di tandem offensivo che sopravvive oggi è una versione diluita, una sorta di compromesso tra passato e presente. Gli allenatori che prediligono questo tipo di soluzione inseguono e praticano un calcio rapido, verticale, ipercinetico, per questo investono su determinati vantaggi strategici mentre provano a limitare parte degli inevitabili scompensi chiedendo grande sacrificio agli attaccanti, in chiave difensiva e associativa.

Per spiegare bene questa complessa alchimia tra contesto, funzionalità ed ideologia, Youtube offre due testimonianza molto significative. La prima è di Marcelino García Toral, teorico del 4-4-2 e tecnico del Valencia – una squadra che in un articolo di Undici è stata definita «letale in transizione dopo la riconquista della palla». In un’intervista televisiva, Marcelino spiega perché preferisce schierare due attaccanti di ruolo, quando possibile: «È un sistema che ti porta ad avere un calciatore in meno a metà campo, ma allo stesso tempo permette alla tua squadra di trovarsi spesso in situazione di parità numerica con i centrali avversari, tra l’altro in una zona più vicino alla loro porta». Mentre Marcelino esprime questi concetti, l’inquadratura va anche su Jorge Valdano, che lo guarda e lo ascolta con una faccia assorta, rapita, mostra un chiaro interesse per le sue teorie. La seconda spiegazione è quella di Diego Pablo Simeone, che durante un pranzo, tra un boccone e l’altro, elenca pregi e difetti dei moduli che prevedono due punte: «Secondo me, il tandem offensivo ti permette di occupare meglio lo spazio nella trequarti e nell’area di rigore degli avversari. Solo che non è facile giocare così, perché occorrono calciatori difficili da trovare, proprio per caratteristiche. Quando vuoi schierare due attaccanti, è necessario che siano bravi tecnicamente ma anche molto disciplinati, disposti a lavorare per la squadra. Altrimenti, ti ritrovi a difendere con otto uomini, piuttosto che con dieci». Sono parole rappresentative rispetto alla nuova complessità aggregata del calcio, per cui ogni singola scelta di campo – concettuale, di formazione o di semplice occupazione dello spazio – incide in maniera diretta su ogni aspetto del sistema. Evidentemente viviamo una fase dell’evoluzione in cui la sottrazione numerica del reparto offensivo rappresenta la soluzione più elastica, più immediata, per interpretare e tradurre in gioco le filosofie di riferimento.