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Il portiere è un lusso?

Perché lo "sweeper keeper", in questo mercato, rimarrà un privilegio di poche squadre.

Di Andrea Romano

Per rendersene conto non era necessario il Mondiale. Bastava osservare con attenzione quanto successo negli ultimi due anni. In questi ventiquattro mesi molte delle competizioni internazionali più importanti sono state decise, o quantomeno indirizzate, da un errore del portiere. Sviste macroscopiche, a volte grottesche, che sono arrivate puntuali proprio in quei match dove il livello tecnico in campo doveva essere più elitario. E il doppio regalo con cui Karius ha consegnato la Champions nelle mani del Real Madrid è stato solo l’ultimo snodo di un percorso iniziato a Euro 2016 da Hart, Berisha e Tatarusanu, proseguito da Donnarumma (negli ottavi di Europa League contro l’Arsenal, e in finale di Coppa Italia contro la Juve) e Ulreich  e culminato con le papere russe di Caballero, Szczesny e De Gea, ma anche con lo scambio di cortesie fra Khadim N’Diaye (già famoso per essersi sgambettato da solo durante un rinvio dal fondo della Coppa d’Africa) e Kawashima in Giappone-Senegal. Una grandinata di svarioni che si è abbattuta in maniera molto democratica tanto su nomi importanti quanto su carneadi, accendendo di nuovo i riflettori sul ruolo dell’estremo difensore. Così, il corteggiamento di Alisson da parte del Real Madrid porta a chiedersi se abbia effettivamente senso spendere 70 milioni di euro per un portiere.

Per arrivare alla risposta, però, bisogna partire da un’altra domanda. Ossia: cosa si compra quando si compra un portiere? L’evoluzione del gioco ha radicalmente trasformato il modo di interpretare il ruolo di estremo difensore, soprattutto per quei club che esprimono un calcio propositivo e offensivo. L’avvento della zona, lo spostamento della linea difensiva in avanti e il pressing sul portatore di palla hanno reso anacronistica l’idea di un portiere bloccato in area di rigore come il suo omologo del Subbuteo. Anzi, l’estinzione del numero sei ha mutato geneticamente la figura dell’estremo difensore, facendogli ereditare quei compiti che prima erano una prerogativa del libero. Il “nuovo” numero uno non deve più limitarsi a parare. Deve partecipare alla fase di impostazione come un qualsiasi altro calciatore e, contemporaneamente, deve essere pronto a uscire dall’area per disinnescare il contropiede avversario. La nuova tendenza ha portato anche a un cambiamento “anatomico” del portiere, chiamato a utilizzare non solo le mani, ma anche i piedi in fase di costruzione e la testa per anticipare in uscita l’attaccante. Comprare un portiere, dunque, vuol dire comprare la possibilità di utilizzare al meglio tutti e gli undici giocatori in campo.

Ma investire su un estremo difensore significa anche investire su una statistica. Anzi, peggio, su una probabilità. La moltiplicazione delle situazioni in cui un numero uno è chiamato a intervenire non ha potuto che aumentare lo spettro di errori potenziali. Specialmente nel breve periodo, dove la trasformazione del ruolo non è ancora stata completata e dove molti calciatori spesso mancano dei fondamentali per portare a termine la mutazione a sweeper keeper. Contro la Croazia, per esempio, Caballero ha effettuato 38 passaggi. Sei in più di Messi, 27 in più rispetto ad Agüero. Quanto è probabile, dunque, che un portiere sprovvisto dei piedi di un centrocampista commetta un errore? La risposta è tutta nel destro al volo di Rebic che si infila sotto la traversa dopo un goffo assist involontario da parte dell’argentino. Così, il portiere più appetibile in epoca moderna non è più quello che si limita a parare tutto il parabile, ma quello che commette meno errori. O, vista sotto un’altra ottica, quello che riduce al minimo l’impatto psicologico dei propri errori su di sé e sulla squadra. In Spagna amano ripetere che le incertezze mostrate contro il Marocco da Piqué e Sergio Ramos sono state il frutto dell’insicurezza che De Gea ha trasmesso alla squadra dopo la svista contro il Portogallo. Una versione un po’ naïf, ma comunque importante per spiegare anche il rovesciamento della solitudine che da sempre ha contraddistinto il portiere: non più l’uomo dalla maglietta di colore diverso confinato ai margini del gioco, ma un elemento così integrato all’interno della squadra da poter decidere, in positivo o in negativo, l’esito di una partita (o di una competizione). Peccato, però, che a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra ci pensino variabili sempre più difficili da prevedere.

I tempi di reazione di un portiere sono stimati in 120 millesimi di secondo. Un dato che, per quanto allenato, non cambia al modificarsi di tutti gli altri parametri. Come, ad esempio, il rafforzamento della muscolatura degli attaccanti che, oltre a ridurre i tempi di preparazione al tiro, porta anche a conclusioni molto più potenti a cui opporsi. Senza scomodare i 188 km/h fatti registrare dalla punizione di Koeman nella finale di Coppa Campioni del 1992 fra Barcellona e Sampdoria, il numero di giocatori che negli ultimi anni è riuscito a calciare a più di 100 all’ora è in continuo aumento. Così, anche un tiro dai 40 metri, considerando che la risposta di un portiere è data dalla somma dei tempi di reazione, di spostamento laterale, di spinta e di volo, può diventare letale in una frazione di secondo. E lo stesso discorso vale per le uscite, soprattutto quelle dove l’estremo difensore si trova a fronteggiare l’attaccante avversario in uno contro uno. Qui la capacità di reazione e di scelta del portiere è ridotta al minimo dalla complessità delle informazioni da analizzare contemporaneamente e dalla velocità sempre maggiore a cui viaggiano le punte, sempre più capaci di far registrare tempi da centometristi. Un anticipo mancato, un’incertezza di una frazione di secondo ma anche il calcolo sbagliato delle condizioni del terreno, possono esporre il numero uno a una figuraccia.

Acquistare un portiere, però, vuol dire anche acquistare una certezza. Quella di vedergli compiere degli errori più o meno gravi. Sbavature dovute a un errore tecnico, a una disattenzione, a una scelta sbagliata. Ma anche legate alla nuova natura del gioco stesso. Così la scelta di un portiere non può prescindere da un’analisi attenta sulla natura del proprio gioco. Perché non basta acquistare il cartellino del più bravo in circolazione per potersi sentire tranquilli. È anche in questo senso che si spiega la volontà del Real Madrid di portare alla Casa Blanca uno come Alisson Becker. Affermare la propria superiorità, un’idea molto cara a Madrid, vuol dire anche rischiare. Sia sul mercato che sul campo. E l’arrivo di Lopetegui potrebbe anche accentuare questa tendenza. Keylor Navas, uno dei portieri più affidabili degli ultimi anni, potrebbe quindi non bastare più, dato che Alisson, che in questa prima stagione da titolare nel campionato italiano ha dimostrato di saper vestire decisamente bene i panni del portiere moderno, garantirebbe ai blancos un apporto fondamentale anche in fase di costruzione. Il brasiliano, infatti, ha fatto registrare il 91,9% di passaggi eseguiti con successo nella propria metà campo (percentuale che scende al 38,9% se si considerano quelli nell’altra metà del campo). Numeri importanti, soprattutto se si pensa che Perin, il futuro portiere della Nazionale che si è accasato alla Juventus per 15 milioni, è fermo all’80,7% di appoggi andati a buon fine (fra i pali, invece, il brasiliano è riuscito a parare il 79,6% dei tiri subiti, contro il 75,3% del nuovo portiere bianconero). Il bagaglio tecnico di Alisson, però, è così vasto da garantirgli la possibilità di dribblare con sicurezza l’attaccante avversario all’interno della propria area di rigore (0,2 dribbling riusciti di media a partita in questa stagione contro i zero messi a referto dall’ex genoano) e, soprattutto, di innescare le punte con un lancio (basti pensare al lancio millimetrico con cui, nella sfida contro l’Inter, ha provocato l’errore di Santon che ha spianato la strada alla rete di El Shaarawy). Una capacità che, con gente come Bale e Cristiano Ronaldo in avanti, potrebbe rappresentare una vera e propria arma in più. Basta questo per giustificare la differenza di investimento fra due portieri? Considerato il nome del potenziale acquirente verrebbe da rispondere di sì. Perché lo sweeper keeper nel calcio moderno sembra essere un bene di lusso riservato solo ai club più ricchi.

 

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