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Mondiali identitari o Mondiali liberali?

Guida semiseria al tifo, dai più sovranisti ai più europeisti.

Di Arnaldo Greco

Il nostro tifo, quando vediamo le partite degli altri, è sempre stato influenzato in qualche modo dalla politica. E spesso è stato un modo divertente, di sicuro meno violento, per esprimere una preferenza ideale per un regime piuttosto che per un altro. Ma allo stesso tempo, per decenni, il tifo politico-calcistico si è mosso su una linea piuttosto netta rappresentata perfettamente da Germania Ovest contro Germania Est ai Mondiali del 1974. Nel Desiderio di essere come tutti, Francesco Piccolo scrive: «Il 22 giugno 1974, al settantottesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista». Ripensare a quella partita ci ricorda un mondo più semplice, senza gli sconvolgimenti di oggi dove, più spesso, erano i grandi blocchi a influenzare le simpatie, non i singoli governanti. La Francia, per esempio, ti era simpatica o antipatica a seconda dei calciatori, molto di meno a seconda del Presidente, che fosse Mitterand o Sarkozy cambiava poco. E la stessa Germania, caduto il muro, era antipatica ai più a prescindere da chi fosse il Cancelliere: Kohl o Schröder gli tifavi contro, che ti sentissi di sinistra o di destra.

Perciò questi campionati mondiali segnano, secondo me, un passaggio. Perché facciamo scaturire simpatie e antipatie dai leader e dal momento storico, molto meno dalla nazione. Salvini, per esempio che ha tifato contro la Germania e, adesso, tifa contro la Francia («Vedere Germania -Corea del Sud non mi è dispiaciuto più di tanto. Adesso manca la Francia») cambierebbe subito idea se ci fosse Le Pen da una parte o Seehofer dall’altra (peraltro quasi lo stesso partito della Merkel). E, al contrario, persone che hanno sempre tifato contro la Germania stavolta sentivano di dovergli un rispetto diverso, come fosse l’ultimo baluardo di qualcosa. (Per la cronaca, Travaglio, nel 2016, prima di Italia-Germania agli Europei disse avrebbe tifato Germania, stavolta non si è espresso).

Si scompagina tutto e la memoria diventa breve (che nel 2010 Salvini tifasse Paraguay contro l’Italia non lo ricorda nessuno: «Meglio Para-guay che para-culi! Forza Zaia», scriveva), quindi mi aspetto pure che tra quattro anni ci sarà un nuovo Usa-Iran e stavolta i sovranisti ci diranno di tifare Iran. In ogni caso, se proprio ci tenete a tifare secondo una scala che tenga assieme valori sportivi e politici, abbiamo preparato un ranking per Nazionali, da leggere dal primo all’ultimo o dall’ultimo al primo, a seconda di quanto preferiate il mondo aperto.

Mbappé non convintissimo da Macron

8. Russia

Da quando ho visto la composizione dei gruppi, e ancora di più dopo la partita d’inaugurazione, per non dire da quando ho visto il tabellone allinearsi con le Nazionali meno deboli dal suo lato ho questa immagine che mi terrorizza: Vladimir Putin che premia sorridente (ghignante più precisamente) la propria Nazionale. Magari in finale contro il Brasile. Segno del definitivo tramonto del vecchio mondo, anche sportivo. Anche se poi, in finale, c’è il rischio che il pubblico cominci a tifare per l’avversario della Russia… ah no, quello era Rocky IV.

7. Inghilterra

È un team multietnico, d’accordo, e chiunque abbia visto il magnifico video di presentazione della squadra ha ben presente quanto puntino sull’orgoglio operaio del buon vecchio calcio inglese. Ma è proprio qui che sta la fregatura. Perché il buon vecchio calcio inglese richiama immediatamente l’orgoglio nazionale e, a cascata, la Brexit. L’unica squadra, poi, interamente composta da calciatori che giocano in patria… pensateci: una vittoria dell’Inghilterra verrebbe rilanciata ovunque come l’apoteosi della Brexit. Per quanto ci siano simpatici non possiamo permettercelo.

6. Brasile 

Le squadre sudamericane hanno sempre goduto di una sorta di privilegio (tranne il Cile, forse) e, più difficilmente, sono state associate al loro ordinamento politico (perfino l’Argentina del ’78 che vinse in patria col Regime dei Colonnelli al potere è simpatica a differenza di «quei figli di puttana», come li definì il capitano di quella squadra, Mario Kempes). Il Brasile ha goduto di questo status più di ogni altra Nazionale. Nei mesi scorsi, però, la maglietta verde e oro è stato usata moltissimo dai manifestanti scesi in strada contro l’ex Presidente Dilma Rousseff e allora, forse, vale la pena cercare anche un nesso tra la situazione politica e la Nazionale attuale. Un Paese incupito che pare ricascato nei suoi errori storici con una Nazionale che, visto il grigiore generale, potrà anche vincere ma senza molto dello storico appeal.

5. Croazia

È una nazionale piena di calciatori di talento sparsi per l’Europa. È anche una nazione piccola e, per la storia recente, simpatica a molti. Però. È anche la nazionale per cui tifa Orban, e allora cosa dobbiamo dirci di più? In realtà non sarebbe neanche un membro del gruppo di Visegrad, ma il rischio è che una sua vittoria venga interpretata comunque come una grande vittoria dell’Est Europa. L’affermazione definitiva. Anche perché i rapporti tra nazionalismo e calcio sono, per ragioni storiche, più stretti che in qualunque altra nazione e Nazionale ancora presente ai Mondiali. Certo, non hanno più in campo mitomani evidenti tipo Simunic, e anche Slaven Bilic che amava caricarsi cantando canzoni naziste ha lasciato il suo posto e quindi meritano un po’ di fiducia perché qualcosa fa sperare che si possa anche andare in una direzione diversa.

Lula ancora in carica con i giovanissimi Neymar e Ganso

4. Uruguay

C’è stato un momento in cui il presidente dell’Uruguay era Pepe Mujica e ci appariva nei meme, traducevano in italiano i suoi libri, veniva considerato un paradigma del politico perfetto. Il solo fatto che conoscessimo il nome del presidente dell’Uruguay… quando ci ricapiterà? E infatti Pepe Mujica ha concluso il suo mandato nel 2014 e il suo posto è stato preso da – sfido tutti a saperlo – Tabaré Vàzquez. (Che, per giunta, era presidente anche prima di Mujica). Magari odiavate Pepe Mujica, ma qualcosa doveva averlo per riuscire a dire qualcosa a gente tanto lontana. E comunque resta lo stato del Sudamerica con le leggi, anche sui diritti civili, più liberali. Per ora siamo a metà classifica, se Oscar Washington Tabárez invece si candidasse alle elezioni presidenziali sarebbe da primo posto senza discussioni.

3. Svezia

È stato bello vedere come la squadra e come anche la politica abbiano reagito agli attacchi violenti a Durmaz (la ministra in Parlamento con la maglia l’avete vista?). Però l’impressione che ne ricaviamo da lontano non è più tutta rosa e fiori. Li guardiamo con ansia, temiamo che anche loro possano essere risucchiati da un momento all’altro nel nostro gorgo. Speriamo restino saldi, ma trapela un po’ di stanchezza e appannamento. E infatti anche la stessa squadra manca non solo di Ibrahimovic ma anche di quella fiducia e simpatia che trasmettevano Henrik Larsson o Martin Dahlin. Una volta era un faro, adesso ci lascia sgomenti vedere che reintroducono la leva militare e che distribuiscono depliant su come reagire in caso di guerra. Sapere che anche lì qualcosa traballa ci preoccupa. Poi, ovviamente, sfido chiunque a non scambiare tutto subito con la Svezia e, infatti, è terza.

2. Francia

Quando l’Italia è stata eliminata dalla Svezia chi non sapeva a cosa attribuire la colpa ha dato la colpa agli stranieri. Quando la Germania è stata eliminata ai gironi in questi Mondiali i politici hanno dato la colpa agli stranieri. A chi avrebbero dato la colpa in Francia di una precoce eliminazione? Agli stranieri, ovviamente. Ma Mbappé è stato più veloce anche di loro. Macron e Deschamps non sono abbastanza simpatici? Non lo era neanche la Clinton e abbiamo visto com’è andata.

1. Belgio

I belgi hanno una grande cosa in comune con i meridionali d’Italia: parlano continuamente male della propria nazione, è proprio il loro sport e passatempo preferito parlare male del Belgio, ma si offendono moltissimo se lo fa uno straniero. (Per esempio nelle barzellette dei francesi i belgi fanno la parte che nelle barzellette italiane hanno i carabinieri e questa cosa li offende moltissimo). Ma anche per questa ragione sono la nazione meno “identitaria” d’Europa. Per evitare di litigare al proprio interno valloni e fiamminghi hanno deciso di comunicare in inglese, l’allenatore non è belga, perfino gli slogan di supporto alla squadra (“We are Belgium”) sono in inglese, per non sbagliare. Sono la squadra più multietnica rimasta in campo e la capitale del male assoluto: l’UE. Vedremmo sfilate di gente che festeggia con la bandiera europea. Sarebbe la vittoria di Bruxelles!