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Croazia e mentalità

Quali sono le chance di una squadra che sulla carta sembra meglio di quanto abbiamo visto in campo. Fino a oggi.

Di Alfonso Fasano

È difficile contestare l’esito di Croazia-Danimarca, la partita-rollercoaster che ha portato la nazionale di Zlatko Dalić ai quarti di finale della Coppa del Mondo. Alla fine ha vinto la squadra più forte, ed è una questione di pura statistica – secondo gli algoritmi degli expected goals il risultato più giusto sarebbe stato 3-1 per Modrić e compagni – come di percezione rispetto a quanto è accaduto in campo. Il punto è che la Croazia ha meritato il passaggio del turno perché è riuscita ad andare oltre la sua narrazione consolidata: l’alta qualità dei calciatori è stata razionalizzata in un sistema di gioco organico, ed anche la reazione emotiva agli eventi negativi occorsi durante la partita – lo svantaggio dopo pochi secondi dal calcio d’inizio e il penalty fallito da Modrić a un soffio dal 120esimo minuto – è stata di grande spessore. Un alto segnale importante è la vittoria arrivata dopo la lotteria dei rigori, una prima volta assoluta nel racconto breve della selezione biancorossa. Fino a domenica scorsa, la Croazia era stata sempre sconfitta nei match arrivati ai supplementari (gli ottavi di Euro 2016 contro il Portogallo e i quarti di Euro 2008 contro la Turchia), ed era senza successi in gare ad eliminazione diretta dal Mondiale francese del 1998.

Il commissario tecnico Dalić si è espresso così al termine della sfida ai danesi: «Siamo stati forti dal punto di vista mentale, dopo questa serata ho ancora più fiducia nei miei ragazzi. Solo che non siamo stati brillanti come nel girone eliminatorio, la prestazione è stata di livello più basso. Certo, abbiamo controllato il gioco e alla fine siamo stati ripagati del lavoro fatto in precedenza, ma dobbiamo essere consapevoli che affronteremo altri momenti così difficili nel corso del torneo». È una fotografia perfetta della Croazia edizione 2018, della sua forza effettiva e potenziale, delle sue debolezze tecniche e psicologiche. La sensazione è che la nazionale vatrena abbia raggiunto una certa soglia di maturità relativa, condizione necessaria per ribaltare una storia ammantata di incompiutezza, fondamentale per venire a capo di un ottavo di finale complesso, in cui il talento non sarebbe bastato senza una sovrastruttura tattica ed emotiva. Allo stesso modo, però, il primo confronto con un avversario di buona qualità, organizzato coerentemente secondo le caratteristiche dei propri giocatori, ha mostrato i difetti di una squadra ancora perfettibile, soprattutto quando le connessioni interne al gioco di Dalić si disinnescano o vengono disinnescate.

Gli highlights di Croazia-Danimarca

Il 52enne ex tecnico dell’Al-Ain ha costruito la sua squadra secondo un’idea di funzionalità reciproca tra uomini e tattica, per cui il sistema migliore è quello che permette agli elementi più talentuosi di esprimersi al meglio delle proprie possibilità. La presenza contemporanea di Luka Modrić e Ivan Rakitić è il punto da cui far partire l’analisi, perché è dal loro portfolio tecnico che prende forma il calcio della Croazia: le scelte in merito ai principi di gioco, alle spaziature in campo e alla formazione titolare sono state determinate in modo da assecondare le qualità dei due interni e dei loro compagni, così come gli aggiustamenti fatti in corsa, durante il Mondiale. Nel match d’esordio contro la Nigeria, Modrić e Rakitić formavano il doble pivote davanti alla difesa a quattro, con tre trequartisti (Rebić, Kramarić e Perisic) alle spalle di Mandžukić; già a partire dall’impegno successivo contro l’Argentina, Dalić ha deciso di rinunciare a Kramarić per inserire un terzo centrocampista centrale, Marcelo Brozović.

La scelta potrebbe apparire conservativa, in realtà è servita per liberare il talento in costruzione diretta di Modrić e Rakitić, per diminuire le loro incombenze difensive e posizionali. «È probabile che alla fine della sua carriera una gran fetta della legacy di Modrić sarà rappresentata proprio dalla prestazione fornita nel 3-0 sull’Argentina, al Mondiale 2018»: in questa frase, apparsa in un articolo di Undici, c’è tutto il miglioramento prodotto da Dalić con il nuovo assetto, con la nuova posizione e le nuove attribuzioni del fuoriclasse del Real Madrid – e lo stesso discorso vale anche per Rakitić. L’inserimento di Brozović ha accentuato la caratteristica liquida della squadra, il modulo è diventato più dinamico, in perenne oscillazione tra il il 4-3-3 puro e il 4-2-3-1; il triangolo di centrocampo offre movimento continuo, così permette di alternare il dominio del possesso ad una manovra più rapida, più verticale, ideale per azionare gli esterni Rebić e Perisic. La Croazia è una squadra in grado di autodeterminare il contesto tattico in maniera sempre differente, di volta in volta si affida alla comprensione del gioco e alla qualità di calcio dei suoi elementi più pregiati. Nei match contro Danimarca e Nigeria, per esempio, il possesso palla degli uomini di Dalić è arrivato al 55%, mentre in occasione della sfida all’Argentina lo stesso dato sceso fino al 43%. Nonostante questo cambiamento di forme e contenuti, il rendimento è rimasto invariato, soprattutto in difesa, con un totale di 8 conclusioni verso la porta concesse in 270 minuti – 3 alla Danimarca e alla Nigeria, appena 2 all’Argentina.

Queste ultime cifre descrivono una fase passiva di buona qualità, una valutazione confermata anche dalla natura episodica e statica dei due gol subiti contro Islanda e Danimarca – un calcio di rigore e una rimessa laterale lunga, catapultata in area. Dalić ha messo a punto il suo sistema difensivo utilizzando ancora i criteri della flessibilità e dell’aderenza alle caratteristiche dei calciatori, tutti predisposti al lavoro di squadra e al sacrificio tattico. Una condizione che ha portato il ct a varare un modello aggressivo eppure fondamentalmente reattivo rispetto al contesto, che può esprimersi con la chiusura preventiva delle linee di passaggio oppure attraverso il pressing sistematico, orientato sul pallone. La prima strategia è stata utilizzata contro l’Argentina, per bloccare i rifornimenti a Messi attraverso scalate meccaniche sugli uomini e negli spazi; la seconda ha caratterizzato l’atteggiamento della selezione vatrena contro Nigeria e Danimarca, squadre meno dotate dal punto di vista tecnico e quindi più imprecise nel possesso palla. La variabilità tattica della Croazia è un investimento sul talento, anche e soprattutto per quanto riguarda il gioco passivo: evidentemente Dalić crede tantissimo nelle doti di read-and-reacting dei suoi migliori calciatori, nel fatto che possano trovare la soluzione migliore in base all’andamento di ogni partita. Con questo tipo di approccio, è inevitabile che Modrić e Rakitić abbiano un ruolo-guida anche nella letture difensive: l’interno del Real Madrid ha messo insieme 5 palloni recuperati e 3 intercetti contro l’Argentina, mentre in occasione di Croazia-Danimarca è arrivato a 6 tackle riusciti; statistiche importanti anche per Rakitić, contro i danesi l’interno del Barcellona ha totalizzato 6 eventi difensivi, con 2 intercetti e altrettanti tackle completati. Queste statistiche avanzate definiscono il centrocampista contemporaneo, un giocatore associativo, creativo in attacco e pronto a lavorare per la squadra quando c’è da riconquistare la palla, e avviare la transizione.

La partita di Ivan Rakitić contro l’Argentina

La Croazia aderisce perfettamente a questi Mondiali, proprio in senso filosofico: la squadra liquida e verticale di Dalić è arrivata a un passo dalle semifinali, un traguardo neanche accarezzato da Nazionali con un’impronta sistemica e legata al possesso palla: Spagna e Germania su tutte. Si tratta di una visione decisamente funzionale, che però può portare a momenti di scarso rendimento offensivo, soprattutto quando si affrontano avversari che interpretano il gioco in maniera prettamente speculativa. La Danimarca, per esempio: contro la squadra di Hareide, la Croazia ha tirato solo tre volte in porta dall’interno dell’area di rigore, e uno di questi tentativi è il rigore fallito da Modrić. La mancanza di brillantezza denunciata dal ct nelle interviste postpartita corrisponde alla difficoltà di costruire occasioni nitide che vadano al di là delle intuizioni di Modrić e Rakitić (5 e 2 passaggi chiave, prima e seconda quota sui 30 calciatori in campo), dei loro lanci in campo aperto per gli esterni offensivi Rebić e Perisic. La sensazione è che la Croazia abbia un’identità calibrata sui suoi calciatori, ma addirittura troppo fluida, senza alternative di gioco strutturali e strutturate cui fare riferimento nei momenti difficili, quando gli avversari riescono a limitare il talento dei singoli e la loro somma nel sistema.

Nell’analisi del sito The Coaches’ Voice, c’è un giudizio molto critico rispetto ad alcuni elementi a disposizione di Dalić: «Gli attaccanti croati si sono mossi in maniera piatta, secondo tracce limitate, così da rendere necessario il lancio lungo alla ricerca della profondità. Solo che le distanze erano troppo ampie, i due esterni e il centravanti allungavano in maniera eccessiva la squadra, e in questo modo risulta difficile sfruttare appieno la qualità del centrocampo. Le migliori chance sono state costruite quando Modrić è riuscito a rompere le linee avversarie con una giocata personale, oppure quando i laterali offensivi hanno occupato i mezzi spazi, permettendo ai terzini Vrsaljko e Strinić di avanzare sulla fascia e creare superiorità numerica. Solo che questo tipo di meccanismo si è visto troppo poco». È una lettura condivisibile: le caratteristiche di Rebić, Mandžukić e Perisic non permettono di andare oltre un certo numero e un certo tipo di soluzioni, i tentativi in senso associativo non sono molto frequenti, e allora la manovra risulta spesso ripetitiva, soprattutto nelle fasi di gioco posizionale e contro avversari che restano stretti e compatti in fase passiva. Il desaparecido Kalinić avrebbe potuto offrire una variabile di qualità, ma è stato sacrificato in nome dell’unità dello spogliatoio.

La sfida contro la Russia riproporrà lo stesso copione di Croazia-Danimarca, anzi la squadra di Cherchesov ha un approccio ancora più conservativo, quindi virtualmente più velenoso per il sistema di Dalić. Per Modrić e compagni sarà fondamentale mantenere il controllo emotivo sul match, in modo da non perdere lucidità rispetto all’andamento del gioco e provare a compensare le difficoltà offensive con la forza della qualità. La Croazia parte con i favori del pronostico, esattamente come per la partita contro la Danimarca, perché possiede le potenzialità tecniche, tattiche e mentali per conquistare la semifinale e riscrivere la storia. Del resto l’occasione offerta dal tabellone è davvero enorme, Ivan Rakitić ha raccontato al Telegraph come «avrebbe messo la firma per affrontare i padroni di casa ai quarti di finale». È anche una questione di incastri generazionali, come ha spiegato il Guardian: «Ai grandi campioni croati resta poco tempo per condurre la nazionale alla prima grande vittoria: in Qatar, tra quattro anni, sarà difficile rivedere tutti insieme i trentenni Rakitić, Modrić e Mandžukić. Il momento giusto è proprio ora». La percezione rispetto alla squadra di Dalić è proprio quella della chance irripetibile, al netto dei difetti strutturali e dei possibili crolli psicologici – una specie di consuetudine storica per il calcio slavo. Un Mondiale così aperto sembra essere il contesto migliore per una squadra come la Croazia, moderna e ricca di qualità ma fondamentalmente inespressa, o comunque ancora incompiuta. Il tempo e l’esperienza, però, potrebbero aver cambiato alcune cose, senza spostarne altre: il talento c’è sempre stato, la forza mentale e l’organizzazione tattica sono due succose novità. Forse il momento giusto è proprio ora, è arrivato per davvero. Quantomeno per provarci.

 

Immagini Getty Images