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Emil Forsberg è cresciuto

Libero di muoversi e di colpire: perché "l'oro del Norrland" è l'uomo in più della Svezia.

Di Matteo Albanese

«Chiaramente spero che possa far meglio di me e del nonno». Con queste parole Leif Forsberg, ex attaccante e icona del Gif Sundsvall, aveva incensato la crescita del figlio. E no, non si trattava solo di affetto genitoriale, bensì di una cosciente e lucida premonizione. Suo figlio Emil stava facendo parlar di sé nelle giovanili a Sundsvall, dove il padre aveva militato segnando pure 143 reti prima di passare all’Ifk Göteborg e calcare i prestigiosi campi di Coppa dei Campioni. Pure il nonno aveva dedicato l’intera carriera al Gif, eccezion fatta per una parentesi al Djurgårdens con tanto di rientro a casa e ritiro prematuro, da 29enne, causa problemi fisici. Questo per dire quanto la famiglia Forsberg sia attaccata al territorio natio, alla Norrporten Arena, sebbene nel dicembre 2012 Leif, abbandonato il campo e accettato un incarico dirigenziale nel Gif, avesse dovuto salutare a malincuore il figlio Emil, partito in direzione del club più rinomato di Svezia, il Malmö Ff.

Un bambino timido e biondissimo, imberbe se non per un abbozzo di peluria pur essa dorata, chiaramente di origine paterna, era alle prese col primo trasferimento della sua carriera. Le carriere di papà e nonno erano in qualche modo circoscritte all’ambito locale, mentre Emil nel 2015 compirà un nuovo step trasferendosi in Germania, al Lipsia, dove dal 2015 dispensa magie a tutto tondo. Dirà di aver quasi litigato col procuratore per la destinazione, non proprio piacevole e peraltro in seconda serie tedesca, ma di esser successivamente stato convinto da un incontro con la dirigenza della Red Bull che gli avrebbe rivelato la sua centralità nel progetto. Lipsia si attendeva tanto dallo svedese, al quale chiedeva implicitamente di aiutare la squadra ad arrivare in Champions. Nello stesso anno, ma a novembre, Forsberg junior sceglierà l’andata dei playoff contro gli odiati danesi per fornire un perfetto saggio del suo talento: corsa, cambi di passo, rapidità, un gol, un rigore procurato e magnanimamente concesso a Ibrahimovic.

Il gol contro la Danimarca durante le qualificazioni a Euro 2016, con la palla a uscire che si ferma a dare un buffetto al palo

Il confronto con Zlatan è quasi impari per Forsberg, introverso e tutt’altro che egocentrico rispetto all’ex stella del Psg. Eppure, quando King Ibra diede addio alla Svezia, dopo Euro 2016, le esili spalle di Forsberg hanno accettato e sopportato un peso di primo piano: non solo l’investitura a nuovo leader tecnico di una squadra carente di fosforo, ma pure la tignosa numero 10 da onorare. In pochi ritenevano Emil l’uomo giusto, un po’ per il carattere, un po’ perché esterno di centrocampo e dunque meno appariscente sul campo rispetto a una prima punta. Ciononostante, Forsberg per tutti è “Mini-Foppa”, vezzeggiativo cucito su sua misura in quanto terzo prodotto maschile della famiglia. Il nonno Lennart era “Foppa”, di conseguenza papà Leif era “Lille-Foppa” (“lille” in svedese vuol dire “piccolo”) e per Emil serviva un ulteriore diminuzione. Non c’è però solo questo come soprannome affibbiato a Fosberg, che in gioventù si divertiva a estasiare gli osservatori arrivando a meritarsi l’appellativo di Norrlands Guld, “l’oro del Norrland”, ossia la macroregione che gli ha conferito i natali.

Ora che la Svezia è ai quarti, lo deve anche a Emil, il cui gol decisivo contro la Svizzera è partito da lui prima di infrangersi al 66’ contro il maldestro piede di Akanji con la stessa imperturbabilità con cui le onde del baltico cozzano contro i fiordi a nord di Göteborg. Così, se non è corretto dire che Forsberg sia la stella della Svezia, in quanto Janne Andersson ha più volte incentrato le sue conferenze stampa sulla spiegazione di come vi siano più leader, evitando un monopolio caratteriale simil-Ibra nello spogliatoio, si può comunque dire che Emil è l’ago che equilibra la formazione gialloblù. La heatmap del numero 10 al Mondiale mostra che in realtà quello di Andersson non è un 4-4-2: semmai 4-3-3, naturale modifica dovuta all’accentramento di Viktor Claesson e contestuale avanzamento di Forbserg sulla sinistra, nel tridente con Toivonen al centro e Berg sulla destra. Una seconda variabile tattica, maggiormente curiosa, vede la Svezia disposta a mo’ di 3-4-1-2: Lustig accentrato al fianco di capitan Granqvist e Lindelöf, Claesson e Augustinsson a proteggere il duo in mediana Ekdal-Larsson, Emil Forsberg libero di spaziare.

Il gol che ha portato la Svezia ai quarti di finale

Una simile proposta di gioco mostra inequivocabilmente la sua importanza nello scacchiere di Andersson. I detrattori del ragazzo, ritenendo che la Svezia nella fase a gironi abbia conquistato la vetta del girone F anche senza Emil, restato all’oscuro e spesso ozioso, indolente, quasi avulso al gioco dei gialloblù, sono poi stati zittiti da Glenn Strömberg: «Non s’è ancora visto il miglior Forsberg, perché deve raggiungere il top dal punto di vista fisico». Pensate al gol contro la Svizzera, che per quanto fortunoso possiede un’importanza capitale perché riporta l’orologio indietro al 1994. Mondiale statunitense, Svezia terza e col bronzo al collo. Sognare è ormai lecito, e con questo Forsberg, di più.