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Ci sono troppi stranieri in Serie A?

Come la Serie A è diventata esterofila, e perché è impossibile collegarlo agli insuccessi nazionali.

Di Andrea Romano

Non un gesto tecnico da applausi né tantomeno un’intuizione tattica in grado di prevedere gli sviluppi futuri del Gioco. A far entrare nella storia l’anticipo delle trentacinquesima giornata di Serie A 2015/2016 sono state semplicemente le distinte. Ventidue nomi da leggere uno di seguito all’altro prima di chiedere soccorso agli almanacchi. Nella serata del 23 aprile 2016, al Meazza, Inter e Udinese si sono spinte fin dove nessuno aveva mai avuto il coraggio di avventurarsi. Per la prima volta da quando era stata creata la Serie A, fra i titolari spediti in campo a riempire i moduli delle due squadre non c’era traccia di un italiano (per la cronaca, Gigi De Canio si era affidato a Karnezis, Edenilson, Widmer, Wagué, Danilo, Felipe, Badu, Kuzmanovic, Bruno Fernandes, Zapata e Thereau, mentre l’Inter di Roberto Mancini aveva risposto con Handanovic, Nagatomo, Juan Jesus, Murillo, Miranda, Felipe Melo, Brozovic, Kondogbia, Biabiany, Icardi e Jovetic). E anche se tanto i nerazzurri quanto i bianconeri avevano già schierato un undici totalmente straniero, l’incrocio fra due società dalla chiara vocazione esterofila aveva fatto divampare la polemica. Troppi expat del pallone, si diceva, tolgono spazio ai “nostri” giocatori impedendogli di emergere.

Esattamente lo stesso allarme lanciato nei giorni scorsi da Roberto Mancini che, dopo aver guidato la squadra che più importa talenti dall’estero, ora nel ruolo di ct deve fare i conti con un’autarchia quasi impossibile da raggiungere. «Non ci sono mai stati così pochi italiani che giocano, è il momento più basso da questo punto di vista», ha detto il prima della doppia partita contro Polonia e Portogallo. «Dobbiamo cercarli, trovarli e per questo abbiamo chiamato anche gente giovane, che non conosciamo, per capire un po’ meglio cosa possano darci in futuro». Più o meno lo stesso messaggio lanciato qualche giorno più tardi anche da Gareth Southgate che, dopo aver espresso il suo rammarico per il mancato coinvolgimento di Phil Foden nel Manchester City, ha chiarito ai giocatori più esperti come la conservazione del posto da titolare con la maglia dei Tre Leoni dipenda anche dall’impiego con una certa frequenza nei rispettivi club. Un appello condiviso da due commissari tecnici alle prese con le stesse problematiche, visto che Serie A e Premier League sono i due campionati europei con più stranieri in organico, ma che stanno vivendo due momenti diametralmente opposti. Mentre gli Azzurri sono alle prese con una ricostruzione molto più lunga e tortuosa del previsto, il quarto posto a Russia 2018 ha regalato all’Inghilterra lo status di rivelazione dell’ultima Coppa del mondo. Con buona pace, dunque, delle teorie che mettono in correlazione diretta l’aumento del numero dei tesserati stranieri in un determinato campionato con una diminuzione della qualità della relativa nazionale.

Al momento, nelle prime tre giornate del nostro campionato sono stati impiegati 356 giocatori: 140 italiani (pari al 39,3% del totale) e 216 ingaggiati dall’estero (il 60,7%). E non finisce qui. Le squadre che hanno dominato lo scorso torneo sono anche quelle che hanno (oggi) schierato meno calciatori nati in Italia: 3 il Napoli (Insigne, Verdi e Luperto, contro 15 stranieri) e altrettanti la Juventus (Chiellini, Bonucci e Bernardeschi a fronte di 13 stranieri). Non è un caso, dunque, che nella partita di lunedì scorso contro il Portogallo, Roberto Mancini abbia disegnato una Nazionale priva di tinte bianconere, come non avveniva dai Mondiali del 1998, quando l’Italia di Cesare Maldini si impose 3-0 sul Camerun. Ma è subito dopo un’altra Coppa del mondo, quella vinta in Germania da Marcello Lippi, che si pongono le basi per l’inversione di tendenza. Nel 2005/06, i club di A utilizzano complessivamente 572 calciatori: 405 sono italiani (71% del totale), mentre 167 sono stranieri (29%). Una proporzione che inizia a modificarsi a una velocità sempre superiore: nel 2007/08 sono 223 i giocatori nati fuori dai confini nazionali, che salgono a 358 nel 2012/13 fino a toccare il picco massimo nel 2016/17, quando i calciatori stranieri diventano addirittura 378. Un incremento del 220% in poco più di 11 anni, che si spiega con l’interazione di almeno tre diversi fattori.

Il primo si lega indissolubilmente al post Calciopoli, quando la retrocessione della Juventus in Serie B (dove ha trovato un’altra nobile come il Napoli) ha avuto delle ripercussioni negative sugli investimenti dell’intero sistema. Se da una parte l’assenza della Signora ha tolto appeal internazionale al campionato, dall’altra non si è mai aperta una vera guerra di successione al trono del calcio italiano. In poco tempo la situazione si è praticamente cristallizzata e mentre l’Inter inaugurava un quadriennio di vittorie, altre big come il Milan hanno intrapreso la strada dell’austerity sul mercato. Anche perché, senza una concorrente come la Juve, per centrare l’obiettivo Champions League erano sufficienti investimenti minori e, conseguentemente, minori rischi. Una circostanza che, insieme alla crisi economica, ha trasformato la Serie A da polo di attrazione per i grandi campioni internazionali in un serbatoio dove le potenze europee potevano attingere a suon di milioni.

Contemporaneamente, la minore concentrazione di talenti nella generazione di calciatori italiani post Mondiale 2006 ha portato a un’impennata dei prezzi per i giocatori azzurri. Quei pochi elementi di livello, dunque, hanno iniziato a costare sempre di più, diventando un vero e proprio oggetto di lusso per una lunga lista di club costretti (o semplicemente più disposti) a pescare con sempre maggiore convinzione in Argentina, Brasile, Africa, e nell’est Europa, dove i prezzi dei cartellini (e gli ingaggi) erano più bassi. Come se non bastasse, i giocatori italiani sono stati, e in qualche caso lo sono ancora, vittime di un retaggio del passato. Visto che la Serie A è stata a lungo considerata uno dei campionati più tattici del continente, l’innesto degli stranieri nel torneo non poteva prescindere da un periodo più o meno lungo di inserimento. Così, acquistare un calciatore italiano voleva dire anche comprare un professionista pronto per essere gettato fin da subito nella mischia, con relativo impatto sul suo prezzo d’acquisto.

Ma l’apertura agli stranieri non è un fenomeno soltanto italiano. Fra i 362 giocatori che hanno esordito in questo avvio di Premier League, ad esempio, i non inglesi rappresentano il 68,5% (248 stranieri contro i 113 autoctoni), mentre fra i 320 uomini schierati in Bundesliga, i tedeschi non superano il 43,40% (139 contro 181). In Ligue 1, invece, la storia nazionale ha contribuito a rendere più sfumata questa differenza, con 185 calciatori francesi utilizzati (pari al 47,8%) a fronte di 202 stranieri (52,2%). Solo la Liga, fra i massimi campionati continentali, è riuscita a far registrare un risultato di senso inverso: i 20 club hanno mandato in campo 189 spagnoli (il 56,75% del totale) e 144 professionisti importati dall’estero (43,25%). Merito dell’utopia dell’Athletic Club, che ha mandato in campo 16 giocatori tutti spagnoli, certo, ma anche del Real Madrid, che ormai da qualche anno sembra essersi scambiato ruolo con il Barcellona. Il 25 novembre 2012, i blaugrana di Tito Villanova passarono alla storia per un poker rifilato al Levante con una squadra interamente composta da canterani (Valdés; Montoya, Piqué, Puyol, Jordi Alba; Xavi, Busquets, Cesc; Pedro, Messi e Iniesta) e con il solo Messi nato fuori dai confini della monarchia. Lo scorso aprile, invece, sotto la gestione Valverde il Barcellona ha affrontato il Celta Vigo senza mandare in campo neanche un giocatore proveniente da La Masía. Il risultato è una fase tutta nuova (facilitata anche dagli addii di Pique e Iniesta) culminata nella gara di martedì scorso contro la Croazia, vinta per 6-0 dalla squadra di Luis Enrique, in cui Spagna ha schierato ben 6 uomini del Real Madrid (non succedeva dal 2002, Spagna-Irlanda del Nord 3-0), con Isco e Asensio pronti a formare la nuova ossatura delle Furie Rosse e con Sergi Busquets unico rappresentante del Barca.

La Serie A, tuttavia, presenta un’altra peculiarità che la differenzia dai grandi tornei continentali. Se si prendono in considerazione i titoli di capocannoniere degli ultimi 12 anni, infatti, il campionato italiano è quello che è stato vinto più spesso da attaccanti nati entro i confini nazionali: 8 successi ripartiti fra Luca Toni (2006 e 2015), Francesco Totti (2007), Alessandro Del Piero (2008), Antonio Di Natale (2010 e 2011) e Ciro Immobile (2014 e 2018). Seguono Francia (con Benzema nel 2008, Gignac nel 2009, Giroud nel 2012 e Lacazette nel 2015) e Germania con 4 (Miroslav  Klose nel 2006, Mario Gomez nel 2011, Kiessling  nel 2013 e Alexander Meier nel 2015), l’Inghilterra con 2 (Harry Kane nel 2016 e 2017) e la Spagna con 1 (Dani Guiza nel 2008). E se il risultato può sembrare a prima vista lusinghiero, fra le maglie di questa particolare graduatoria si nasconde un’altra grande contraddizione. Dopo Del Piero, gli italiani che sono riusciti a vincere la classifica marcatori sono stati un attaccante di 38 anni come Luca Toni (22 gol nella sua seconda stagione a Verona) e due punte come Di Natale e Immobile, capaci di segnare gol a grappoli con i rispettivi club ma che hanno sempre stentato con la maglia della Nazionale (42 gettoni e 11 reti per il primo, 33 presenze e 7 centri per il secondo). Un’incongruenza che deve far riflettere sulle difficoltà che stanno incontrando i settori giovanili nel formare elementi capaci di imporsi su palcoscenici internazionali. Perché, altrimenti, il discorso sulla massiccia presenza di stranieri nel nostro campionato rischia di diventare il tipico tappeto sotto cui nascondere la polvere di un sistema calcio che scricchiola in maniera sempre più sinistra.

 

Immagini Getty Images